Migliorare le infrastrutture per favorire lo sviluppo dell’economia italiana

Il Bel Paese, una estensione di 301.340 chilometri quadrati, ha una rete ferroviaria carente, strade inadeguate, aree portuali non valorizzate

porto di PiombinoAnche se il termine infrastrutture era loro sconosciuto, popolazioni come i Fenici, i Greci, i Cartaginesi e in special modo i Romani, avevano già perfettamente compreso che, per favorire il commercio e, quindi, l’economia, fosse di vitale importanza creare, sviluppare e mantenere tutto l’apparato necessario, cioè appunto le infrastrutture utili al commercio.

Porti, reti viarie, depositi e mercati, le basi delle infrastrutture di allora, sono vestigia che numerosissimi turisti possono ancora oggi ammirare.

L’Italia, a partire dal 1946 è divenuta sempre più un Paese, a dir poco, strano. Geograficamente e storicamente è sempre stata, anche da un punto di vista commerciale, l’anello di congiunzione fra il Nord Europa e il Medio e l’Estremo Oriente, fra il Nord Europa e i mercati dell’Africa Occidentale.

Certo, a differenza di Nazioni quali Olanda, Francia, Portogallo, Spagna e Inghilterra, solo per fare un semplice esempio, abbiamo avuto secoli di divisioni interne, di signorotto contro signorotto, di contrada contro contrada.

Mentre altri Paesi andavano in giro per mare e per terra alla scoperta di nuovi mercati, mentre il resto dell’Europa creava e migliorava sempre più le proprie infrastrutture strategiche per la propria economia, qui da noi non vi era assolutamente una visione complessiva.

Fra il papato e una miriade di statarelli in perenne lotta e competizione per pochi chilometri di territorio, certamente il creare le infrastrutture a seguito di nuovi commerci, era un qualcosa di impensabile.

Il 17 marzo del 1861sancisce la nascita dell’allora Regno d’Italia, Regno che durò fino al 1946, anno nel quale si vide la nascita della Repubblica Italiana.

In Italia c’è ancora tanto da fare, ecco i dati

Stazione mono binarioAl di là delle valutazioni socio politiche, sono i dati a parlare. In maniera fredda e analitica, si può constatare che nell’anno di grazia 2006, in Italia la nostra ferrovia vedeva 10.688 chilometri elettrificati, cioè con corrente continua, dei quali il 60% a binario unico.

Per la cronaca il nostro paese è di 301.340 chilometri quadrati e che la vicina Svizzera – Paese più piccolo ma con evidenti difficoltà naturali costituite da un difficile territorio – può contare su uno sviluppo ferroviario di 3.619 chilometri e che con il treno si può andare praticamente in ogni sua località in tempi e precisione appunto svizzera.

Se poi andiamo ad osservare come sono stati abbandonanti al loro destino i porti italiani, viene solo da piangere. Una Nazione che è di fatto per oltre la metà adagiato lungo il mare, ha oggi porti che assomigliano ad oasi nel deserto.

Eppure tutti i governi, notoriamente per favorire la FIAT (oggi FCA), hanno puntato tutto sulla rete stradale.

Considerando il quadro generale non ci si può certo meravigliare come le nostre infrastrutture occupino per qualità e dotazione, nelle classifiche internazionali, le posizioni più basse.

Fondamentalmente il Paese Italia, grazie ad una classe politica o troppo miope o troppo occupata a curare gli interessi di partito, pecca ancora oggi di un sistema di trasporto valido, di concrete infrastrutture. Il tutto è saldamente ancorato al trasporto su gomma, con impatti economici e ambientali davvero pericolosi per la salute pubblica.

Italia frenata dalla mancanza di infrastrutture adeguate

autostradaSiamo in perenne ritardo per lo sviluppo concreto della nostra rete ferroviaria, progetti di sviluppo che oltretutto non hanno alcuna visione organica e complessiva.

Per fare il classico esempio, vi suggerisco di provare a prendere un treno da Milano a Palermo, senza poi parlare della rete ferroviaria in regioni come la Sardegna e la Sicilia.

Un’altra assurdità, la Provincia di Rieti, di fatto alle “porte” di Roma, non è collegata per ferrovia alla Capitale, impedendo, di fatto, una sinergia tra i poli produttivi di due città del centro Italia e per di più della stessa Regione, il Lazio.

Molto probabilmente la nostra classe politica, troppo affaccendata in altre faccende, ha dimenticato che i mercati mondiali non camminano secondo il loro passo, che se non si creano quelle necessarie infrastrutture la distanza fra noi e il resto del mondo si andrà sempre più allargando.

Aspetti che poi hanno enormi ripercussioni sui mercati interni ed internazionali.

La nostra economia, le nostre immense potenzialità, sono tarpate proprio per la difficoltà e gli alti costi della circolazione delle merci e delle materie prime.

Come conclusione, posso solamente augurare che le varie strategie vertenti lo sviluppo, la riqualificazione e la razionalizzazione delle infrastrutture, non rimangano i soliti triti e ritriti spot, ma si tramutino, una volta per tutte, in un qualcosa di davvero palpabile.

Mi permetto di chiudere questa mia valutazione, sottolineando un qualcosa che dovrebbe essere palese, ma che tragicamente non lo è per i nostri politici, e cioè la connessione stretta che esiste fra lo sviluppo economico e l’aspetto e la valenza di serie infrastrutture, e di come l’una vada poi ad influenzare l’altra.

 

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