Il protezionismo sta tornando?

Non c’è mezzo più sottile, non c’è mezzo più sicuro per rovesciare la base della società esistente che corromperne la valuta

John Maynard Keynes

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Come Advisor mi sono posto il quesito se in economia stia “tornando” il protezionismo, dato che sono stati introdotti ben trecentoquaranta nuovi dazi a partire dal gennaio di quest’anno.

Come si sa, nessuna forma di governo è, a parole, in economia protezionista, ma, nei fatti, ciò sembra che avvenga per quasi tutte. Ho notato, infatti, che erano decenni che non si registrava una così alta intensità.

È, a tal proposito, da leggere con viva attenzione, il lavoro eseguito dalla GTA. Infatti, il Global Trade Alert, un indipendente centro di studi, ha recentemente pubblicato un interessante analisi, che è, quasi sicuramente, uno dei più ampi e dettagliati lavori che siano fino ad oggi mai stati realizzati.

Come oggetto di tale analisi vi sono le restrizioni di mercato che si sono succedute a partire dalla crisi risalente al 2008. Da questo complesso lavoro emerge chiaramente come l’attuale disordine mondiale non sia esclusivamente quello riguardante i vari conflitti a fuoco esistenti, ma che abbia fatto il suo ingresso perfino in quello che sono gli scambi finanziari mondiali e commerciali.

Vi è una data importante. Questa è il 2009.

Non per nulla, fu propriamente nell’autunno di quell’anno che i paesi appartenenti al G20, si erano dati delle regole con il fine di poter rispondere alle problematiche derivanti dai crolli finanziari relativi al 2008. In altri termini, si voleva evitare che si andasse a rispondere tramite misure protezionistiche del tipo di quelle adottate durante gli Anni Trenta.

Bene, da Advisor, ho notato come siano state introdotte qualcosa come quattromila barriere a incentivi finanziari e al commercio.

Advisor Abbate - investimento 3Tutto ciò, in pratica, ha contribuito a distorcere i diretti investimenti esteri, in pratica ciò che beneficiano le economie. È davvero interessante, poi, constatare che la GTA nella sua ottima analisi, abbia messo in luce che sussista un vero e proprio rapporto, a dir poco “strano”, tra quello che dovrebbero essere le misure volte a liberalizzare il commercio verso beni di investimento, e gli interventi restrittivi e discriminatori dello stesso commercio.

Si parla, addirittura di uno a dieci, cioè vi è una misura volta a liberalizzare il commercio verso beni di investimento, contro ben dieci interventi restrittivi e discriminatorie dello stesso commercio. Pare più che evidente che tutto ciò non faccia altro che andare a limitare quel che è lo sviluppo di una economia.

Quindi, nella sostanza delle cose, nel periodo che parte dall’inizio del 2016 e che finisce al 19 agosto, sono state adottate, dai paesi che hanno aderito al G20, qualcosa come trecento quaranta misure volte a discriminare quelli che sono, di fatto, gli interessi commerciali dei Paesi esteri.

Per comprenderne la portata, è sufficiente ricordare che nello stesso lasso di tempo del fatidico 2009, queste ne rappresentano il quadruplo di quanto avvenne, appunto, in quell’anno.

È anche da evidenziare come, in effetti, siano propriamente le cosiddette economie forti a guidare la corsa verso l’auto protezione. Questo è più che chiaro, visto che 179 misure sono state attivate sia dai paesi appartenenti al G7 e dall’Australia e 111 da quelli che appartengono al Brics, e cioè Sudafrica, Cina, India, Russia e Brasile.

In conclusione, è da osservare che i principali cinque strumenti discriminatori sono: difesa del commercio, finanza commerciale, limiti negli appalti alla partecipazione estera, tariffe all’importazione e, il più diffuso, aiuti di Stato, senza dimenticare che per lo più le norme di liberalizzazione hanno avuto un effetto esclusivamente temporaneo, mentre quelle discriminatorie lo sono in forma permanente e, perciò, si sono andate ad accumulare.

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