L’Italia e il ragionier Fantozzi

Io, Pina, ho una caratteristica: loro non lo sanno, ma io sono indistruttibile, e sai perché? Perché sono il più grande “perditore” di tutti i tempi. Ho perso sempre tutto: due guerre mondiali, un impero coloniale, otto – dico otto! – campionati mondiali di calcio consecutivi, capacità d’acquisto della lira, fiducia in chi mi governa… e la testa, per un mostr… per una donna come te”.

Da “Fantozzi contro tutti

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Incredibile ma vero: il ragionier Ugo Fantozzi non va mai in pensione e, questo, non per colpa della riforma Fornero. Come Advisor non tendo mai a voler esplicare un concetto in maniera astratta, pur tuttavia, osservando il come si lavora in Italia debbo ammettere che la simbologia espressa e rappresentata dal ragionier Ugo Fantozzi, da personaggio di fantasia sia, invece, concretamente viva.

Certo, non è sempre così, ma, nel suo complesso usi, metodi e, soprattutto, concetti di cui abbiamo così tanto riso, e ancora adesso lo facciamo, nel vederli nei film interpretati dal camaleontico Paolo Villaggio, sono tuttora presenti. Non per nulla, ancora oggi in gran parte del mondo del lavoro italiano il concetto fantozziano è una regola.

Se si parte proprio nell’osservare il come la maggior parte dei lavoratori e delle ditte operano, non si può di certo non osservare quante e quali siano le effettive similitudini. Analogie che, ahimè, compromettono anche l’economia del paese.

Nonostante il fatto che il ragionier Ugo Fantozzi abbia una più che veneranda età, aleggia ancora.

Come Advisor, non amo constatare che la produttività sia valutata sulla base di essere, per esempio, sempre sulla scrivania. Eppure, ancora oggi, molti dirigenti pensano che se un impiegato non si alza mai è perché sta alacremente lavorando. Nulla di più sbagliato.

Nella lingua italiana vi sono davvero tante parole che sono oramai utilizzate a vanvera e una di queste è proprio meritocrazia. Si parla tanto ma si fa poco. Reputo che la produttività e l’efficienza lavorativa si debbano determinare e valutare con i risultati, con l’ottenimento del compito assegnato ai propri collaboratori, non ad un luogo fisico.

Advisor Abbate - Ricco, ricchezza, autoEppure, nella maggioranza delle situazioni, vediamo un epico e quotidiano esodo di lavoratori che da casa propria si debbono recare sul posto di lavoro solo ed esclusivamente per testimoniare la loro presenza e, poco conta, su quello che effettivamente producono. I mezzi moderni e la tecnologia permettono diverse e più economiche soluzioni.

Qualcuno ha effettiva idea di quanto costa vedere tutti i giorni così tante persone doversi muovere per andare a lavorare? Quanti hanno, poi, davvero calcolato i costi dei cosiddetti “tempi morti” e la loro ricaduta, cioè proprio quelli dei trasferimenti?

Sono tanti altri gli aspetti che meriterebbero una ulteriore attenzione. Oggi, gran parte del lavoro, in special modo quello di ufficio, potrebbe essere svolto presso la casa del dipendente. Ma, dato che ancora vige la mentalità che il datore di lavoro vuole vedere legato alla scrivania il proprio dipendente, questa semplice ed efficiente soluzione langue.

In barba alla efficienza e ai costi da sostenere in strutture, luce, riscaldamento, mense e quant’altro, l’imprenditore preferisce pagare questi oneri piuttosto che lasciare il lavoratore svolgere i propri compiti a casa sua.

Ma non importa forse più il risultato che si consegue piuttosto che il luogo ove si concretizza e i tempi per realizzarlo? L’immagine dell’impiegato che gira per i corridoi con una misteriosa pratica non è di certo frutto dell’immaginazione.

Caro ragionier Ugo Fantozzi, temo che anche per lei i tempi della pensione siano davvero ancora lontani.

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