Crisi finanziaria – Siamo nati per soffrire?

Se vôi l’ammirazione de l’amichi nun faje capì mai quello che dichi

Trilussa

Alle volte osservando le cose del mondo, anche come Advisor mi trovo a considerare se è proprio vero che siamo nati per soffrire. Il dogmatismo, forse è vero, ha soffocato tutto.

Attraverso la lettura dei Vangeli si può leggere che il dolore, in fondo, non è un destino. Tuttavia Eraclito ricordava come “Le credenze degli uomini sono trastulli di bimbi”.

Da Advisor mi sento molto vicino a Simonide, uno dei più grandi poeti lirici dell’antica Grecia, che soleva ricordare che “La razza degli stupidi non si estingue mai”. Quel che so per certo, è che chi pensa a governi illuminati, onesti, a chi invoca una età d’oro priva di tasse, a chi piange per la crisi finanziaria o si lamenta delle tasse, farebbe bene guardare al passato.

Non a caso, Sofocle sosteneva che “Molte sono le cose terribili, ma nulla è più terribile dell’uomo” e che “In nessuno Stato le leggi avrebbero la forza che devono avere se non fossero rese temibili dalle pene che minacciano chi le vìola”. Gli scontenti di oggi, quindi, sono appartenenti ad a folta schiera già presente in saggi storici dedicati all’economia.

Già Esopo, noto per le sue favole che così profondamente hanno influenzato la cultura occidentale, scrisse un eccezionale racconto noto come La volpe e l’uva. Contemporaneo di Pisistrato e di Creso, Esopo in questa notissima favola esprime un profondo significato metaforico, ossia il fatto di reagire nel non poter conseguire un determinato risultato, non come se ciò fosse una sconfitta ma, semplicemente con un attualissimo “Nondum matura est”.

In altri termini, non si è sconfitti, visto che non si desidera la vittoria. In pratica una vera e propria dissonanza cognitiva così ancora largamente in uso.

E cosa dire, poi, di una fulgida figura molto più vicina a noi come quella della statua parlante più famosa nel mondo e, cioè, quella di Pasquino? Molto probabilmente, una delle più note pasquinate è quella dedicata ad Urbano VIII. Con la pasquinata “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”, infatti, si riferiva al fatto che quel papa aveva autorizzato ad utilizzare le decorazioni bronzee presenti nel Pantheon, per realizzare il Baldacchino che è, oggi, uno dei punti centrali della Basilica di San Pietro a Roma. D’altronde, questa statua posta nei pressi di Piazza Navona collocata al fianco del Palazzo Braschi, per secoli è stata la voce della sofferenza di Roma.

Altri due esempi di soggetti che certamente non si facevano passare così facilmente la classica mosca sotto al naso, furono Gioachino Belli e Salustri, quest’ultimo, più noto come Trilussa. Un particolare filo conduttore lega questi due strepitosi personaggi. Infatti, se il primo muore a Roma il 21 dicembre del 1863, il secondo vide la luce, sempre a Roma, il 26 ottobre del 1871. Non a caso, in conclusione Giuseppe Gioachino Belli scrisse “L’innocenza cominciò cor prim’omo, e lì rimase” e Trilussa “Spesso una cosa stupida si regge perché viene approvata dalla Legge”, due pensieri quanto mai di incredibile attualità.

 

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