Relazioni tra salario, produzione e mercati finanziari

È sorprendente come sia importante il tuo lavoro quando chiedi una giornata libera, e come non sia importante quando chiedi un aumento

Tom Antion

 

Come Advisor, sono dell’opinione che nel prossimo futuro, al centro dell’attenzione, sarà sempre più il tema inerente le relazioni esistenti tra salario, produzione e mercati finanziari.

Infatti, come Advisor, ho avuto modo di osservare quanto il mercato del lavoro e, quindi, la condizione salariale, vada ad influenzare tanto la produzione quanto l’operato dei mercati finanziari. Per comprendere meglio la questione, si può fare riferimento a quanto avviene, ad esempio, in Cina. Quindi, la battaglia del lavoro e del salario, determinerà il futuro stesso dell’andamento dei mercati finanziari.

Fino ad oggi, aree ove la manodopera offre salari bassi, ha visto una esplosione e una fioritura di nuove aziende, gran parte trasferitisi in loco proprio per le migliori condizioni fiscali e salariali. Questo avvenimento, di fatto, ha modificato sia il baricentro economico sia la politica economica.

Le condizioni che questi paesi, in pratica, scatena, tra l’altro, una forte competitività di prezzo. Inoltre, è da considerare che le difformi relazioni salariali, influiscono anche sullo stesso mercato del lavoro, mettendo in moto una più intensa concorrenza. Di conseguenza, se la politica dei vari governi occidentali non affronta la questione in termini concreti, nel prossimo avvenire si potranno innescare scenari dominati da ampie sacche di povertà proprio in quei paesi dominati dalla cultura industriale.

Non si può prescindere, pertanto, dal fatto che il costo delle merci e dei servizi prodotti sia un qualcosa di avulso da una corretta gestione e visione in ambito di una corretta economia politica. Minimizzare quanto sta avvenendo, quindi, sarebbe un vero e proprio suicidio economico.

In verità, per lo meno fino ad oggi, non si assiste da parte dell’Occidente, a un qualsiasi tipo di reazione davanti al movimento in questione, eppure, è sotto agli occhi di tutti quanto la quota riservata al soggetto produttore diminuisca con una consequenziale crisi delle condizioni di lavoro.

In sostanza, tutte queste dinamiche, non possono essere meramente risolvibili ipotizzando solamente una riduzione dei costi a danno dei lavoratori. Quest’ultimi, infatti, privati di condizioni sufficientemente in linea con i parametri dei paesi industrializzati, andrebbero, a loro volta, ad influire negativamente su tutto il mercato economico.

In parole ancor di più comprensibili, si sarebbe davanti ad uno scenario in cui un soggetto non avendo soldi, ovviamente, non spenderebbe e non investirebbe. Accanto a tutto ciò, è facilmente prevedibile, che anche in aree ove oggi i salari risultano essere più bassi, inevitabilmente in tempi non molto lunghi, si andrebbero a ritrovare i medesimi problemi nei quali si trovano adesso i paesi occidentali.

Esempi come quelli avvenuti nel 2013 in Laos e nel 2014 in Cambogia, sono molto sintomatici. Non a caso, come punta di un iceberg, mettono in luce le prime rivolte di lavoratori. Sono dell’avviso che è giunto il tempo di passare da analisi teoriche ad azioni in grado di mettere in discussione tutto il sistema e riportare un po’ d’ordine. In conclusione, reputo inaccettabile accettare come meri eventi naturali lo sfruttamento e la sofferenza.

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