1998: la fine di un ciclo e l’inizio di una nuova era economica?

Una nazione non è in pericolo di disastro finanziario semplicemente perché deve a se stessa del denaro

Andrew William Mellon

Da Advisor, sono del parere che, anche per quanto riguarda il mondo economico, vi siano date che sono entrate nella storia. Per esempio, ricordo come Advisor che, nel 1998, l’economia globale entrò in una zona di alta instabilità, carica di minacce sia per la continua crescita nei paesi occidentali sia per il futuro del processo di globalizzazione dell’economia.

Sono, comunque, sempre dell’avviso che vi sia, ancora oggi, in atto una sorta di opposizione ciclica. D’altra parte, da un lato vi è una profonda recessione in cui il Giappone e parte dell’Asia in via di sviluppo stanno affondando, mentre dall’altro, parte dell’economia è affascinata dall’apparente buona salute delle economie europee e americana.

Eppure, si deve tener sempre conto del forte potere destabilizzante di una ondata depressiva, la quale, immancabilmente, è solita colpire il mercato finanziario. In questo, poco conta se si diffonde partendo dal Sud-est asiatico, dall’America Latina, dalla Russia oppure dall’Europa. Quel che conta, infatti, è l’impatto che produce tale vento.

A riprova a di ciò, basta pensare come la dimensione sistemica del fenomeno del contagio finanziario, del tipo avvenuto nel 1998, sia, purtroppo, ancora tardivamente colta dai leader dei principali paesi industrializzati, e ciò in maniera sistematica. L’idea che una situazione economica occidentale, guidata dal dinamismo del consumo negli Stati Uniti e dalla prospettive economiche collegate all’unione monetaria in Europa, potrebbe rimanere impermeabile, è ancora forte.

Quindi, nonostante quanto avvenne nel 1998, pervade ancora con le sue nefaste conseguenze. Sicuramente, una qualsiasi tipologia di crisi dovrebbe essere maggiormente studiata, prima che possa diventare una vera e propria crisi finanziaria internazionale. Sembra quasi, invece, che la conoscenza accumulata sull’intensità del processo di integrazione economica globale, non abbia valore.

Ma, in realtà, quanto può incidere sul mercato borsistico una strategia anti-crisi che prenda forma negli Stati Uniti? E come può generare una certa risonanza nei mercati del sud asiatico e in quelli europei? Questi, come pure molti altri, sono i temi a cui si deve dare una pronta risposta. Non tutto, infatti, può essere risolto, pensando di dare vita ad un nuovo ciclo finanziario.

Sul piatto, vi sono anche le economie emergenti e, non sempre, gli obiettivi sono coincidenti. Non a caso, il fatto di aver dato vita alla Banca Centrale Europea, per esempio, non è risultato essere sufficiente, come anche la storica decisione della creazione di una moneta unica non ha portato tutti quei risultati che l’economia si aspettava.

Di conseguenza, credo se il 1998 possa aver decretato una fine di un certo modo di vedere e concepire l’economia, tuttavia la presunta fine del suo ciclo non è stato, di fatto, sufficiente per dare vita ad una concreta nuova Era. È palese, che, seppure si faccia credere che certi legami a determinati gruppi economici e politici siano modificati, nella realtà dei fatti, si è assistito più ad una camaleontica trasformazione di mera facciata.

In conclusione, pur restando fiducioso, sono dell’idea che il percorso alla creazione di una nuova strategia economica sia ancora lungo e irto di ostacoli.

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