Il potere di acquisto delle famiglie italiane nell’era dell’euro

L’umanità non potrà mai vedere la fine dei suoi guai fino a quando gli amanti della saggezza non arriveranno a detenere il potere politico, ovvero i detentori del potere non diventeranno amanti della saggezza”.

Platone

È dal primo di gennaio del 2002 che si è dato l’ultimo saluto alla nostra vecchia e amata lira. Da allora, come e quanto è cambiata la nostra vita? Certamente di molto. Infatti, come Advisor, la notizia vera e propria non è tanto il fatto che, oggigiorno, per una pizza margherita una famiglia italiana deve pagare all’incirca 7,5 euro a testa, rispetto alle 6.500 lire, quanto il fatto che è drasticamente modificato il potere di acquisto.

In Italia, paese in cui notoriamente è possibile discutere su tutto, stranamente, ogni qualvolta si mette in discussione la questione euro, vengono innalzate barricate in difesa, perfino dagli economisti. Pur tuttavia, da Advisor, non posso esimermi nel considerare che, per quanto verte l’Italia, l’introduzione di quella che è poi divenuta la moneta unica europea avvenne con un Romano Prodi che lo permise con dei valori improvvidamente accettati.

La centralità del problema, quindi, è data dal fatto che, nell’era dell’euro, si sia andato a incrinare il potere di acquisto delle famiglie italiane. Difatti, oltre che considerare tanto la voce redditi e quella dei risparmi, per comprendere gli effetti causati dall’avvento dell’euro, è da comprendere l’aspetto legato a quello che è il potere di acquisto.

In gran parte, a distanza di tempo, è da ammettere che, in special modo il ceto medio italiano, si sia subito una forte ripercussione, il tutto alimentato, poi, da una sorta di una vera e propria ortodossia monetaria. Indubbiamente, la crisi finanziaria del 2008, ha fatto sì che, i malumori crescessero, anche in considerazione delle ripercussioni sulle attività in generale.

Di fatti, ritorna forte lo spettro della disoccupazione, accompagnato da un’impennata dell’inflazione con il conseguente crollo del potere d’acquisto. Pur tuttavia, si continua, molto stranamente, a sostenere che l’introduzione dell’euro abbia contribuito a ridurre l’inflazione in Europa e in Italia, seppure il potere d’acquisto delle famiglie racconta un’altra ben diversa storia.

Se il ritornello tanto caro ai contrari all’introduzione della moneta unica, sostiene che l’euro ha contribuito ad un aumento dei prezzi, riducendo in tal modo il potere d’acquisto degli italiani, di contro, i talebani dell’euro sostengono, a spada tratta, che è proprio grazie all’euro che l’inflazione è rimasta relativamente moderata rispetto al passato. Ora, specialmente in tema di economia, si possono avere le più disparate visioni e prospettive ma, tuttavia, quel che conta realmente è il come il tutto venga ad essere vissuto dai cittadini. Invero, gran parte di essi parte da una semplice constatazione dei fatti.

Se prima dell’euro, con uno stipendio di 1.500.000 di lire, si viveva bene, appena arrivato l’euro, si è avvertito immediatamente che, nella conversione non si manteneva più il modus vivendi che si aveva prima. A tal proposito, è da sottolineare che la colpa principale di Prodi e compagni è stata proprio il fatto che non si è controllato l’aumento che era in atto.

Un esempio su tutti. Al mercato, quello che costava mille lire, improvvisamente, veniva venduto ad un euro, il che vuol dire che si era raddoppiato il costo e il suo relativo prezzo di vendita.  In conclusione, questa forte discrepanza, immediatamente avvertita dai consumatori, i più sensibili all’evoluzione dei costi dei prodotti acquistati più frequentemente, è stata totalmente e colpevolmente sottovalutata dai Prodi e compagni, generando, di fatto, un astio nei confronti dell’euro.

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