I danni di una cultura economica fin troppo neoliberalista

Nel mondo degli affari, lo specchietto retrovisore è sempre più chiaro del parabrezza

Warren Buffett

Advisro Abbate - banche, banca

Come Advisor, desidero evidenziare che, a partire dal 2000, le grandi banche sono entrate in una fase di eccessiva finanziarizzazione. Questa finanziarizzazione ha sviluppato un capitalismo sfrenato che ha creato una globalizzazione dell’indifferenza.

Queste istituzioni si sentivano essere troppo grandi per andare in bancarotta, così che dovevano essere salvate, qualunque cosa accadesse, dallo stato. Nei soli Stati Uniti, nello scoppio della bolla immobiliare, sono andati in fumo oltre 8 trilioni di dollari.

Da Advisor, considero che il modello neoliberale abbia diversi postulati che sarebbe quanto mai opportuno rivedere. Ad esempio, fino a quando il libero scambio aumenta necessariamente il benessere? Ma questo non è il solo. Difatti, è vero che i mercati portano spontaneamente all’efficienza? Oppure, il segreto bancario è davvero necessario per l’efficienza economica?

Quel che pare evidente, è che in una economia come quella attualmente in vigore, non a tutti i membri della società giungono dei benefici. In sostanza, è come un vasto gioco di Monopoli, in cui l’1% della popolazione possiede il 50% delle attività. Le risposte alle sostanze irritanti del modello attuale, vennero chiaramente identificate durante la riunione del G20 dell’aprile 2009 tenutosi a Londra. Infatti, si doveva far aumentare la regolamentazione finanziaria, cambiare il compenso esecutivo, eliminare i paradisi fiscali e supervisionare le agenzie di rating finanziario.

Dimenticandosi che l’economia è sempre basata sulla fiducia, tutti questi buoni propositi, tale sono rimasti, e i risultati economici sono quelli che si conoscono fin troppo bene. Reputo che il passaggio dalla società industriale ad una società della conoscenza, dovrebbe avvenire in varie fasi. Anche le cosiddette strategie economiche a breve termine di Internet, sostanzialmente, non hanno prodotto i benefici attesi a lungo termine.

È vero che la cultura digitale sta andando a modificare il concetto di ufficio, di fabbrica, di negozio in nome della produttività, ma, è altrettanto vero che la cultura digitale si stia impadronendo della casa e smaterializza oggetti di comunicazione come libri, dischi, giornali e film. Non a caso, un utente non è più obbligato a comprarli fisicamente al negozio.

In sostanza, la cultura digitale raggiunge, oggi come oggi, l’individuo dovunque egli sia, il quale è in grado di acquistare prodotti e contenuti dal web. Per molti versi, quindi, il modello di massificazione del prodotto e del cliente ha promesso di creare una massificazione dei benefici. Il tutto, di conseguenza, è stato globalizzato. Il cosiddetto sviluppo economico del 2008, in effetti, è stato un modello che saputo andare a stimolare tutta l’attività economica in modo così disomogeneo, da causare enormi squilibri tra persone e paesi, creando, perciò, un divario crescente.

Quindi, seppure in teoria tutti i paesi sono uguali, nella realtà dei fatti, vi sono alcuni che sono più uguali di altri. Spinti dalla globalizzazione economica, dagli algoritmi di finanziarizzazione e dall’avidità delle principali istituzioni bancarie e finanziarie, questo modello neoliberista ha palesato numerose falle. In conclusione, sono dell’idea che, specialmente negli ultimi trent’anni, la cultura del salvare il cittadino, è stata sostituita da una cultura del credito incentrata sul consumo e sul breve termine, quindi su una cultura dello spreco.

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