Le insidie di una economia globalizzata

“Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione governa noi?”

José Mujica

Il dibattito sulla globalizzazione si basa su un gran numero di indicatori, cause e conseguenze, che, molto spesso, sono intercambiabili nel modo di presentare la realtà. Nella discussione sulla globalizzazione, comunque quale Advisor ritengo che sembra esserci un consenso sul fatto che i flussi valutari internazionali, l’espansione globale del neoliberismo, una società in rete e, allo stesso tempo, la fine degli stati-nazione e un ruolo più decisivo delle corporazioni transnazionali e dell’occidentalizzazione / americanizzazione del mondo, possano influenzare l’economia.

Recentemente, come Advisor, ho avuto il piacere di prendere parte ad una interessantissima tavola rotonda sul tema “Le insidie di una economia globalizzata”. A prescindere che, sulla globalizzazione si possano distinguere diverse posizioni, è, tuttavia, importante fermarsi per un momento per prendere coscienza di ciò di cui si sta effettivamente parlando. Non a caso, vi sono vari tipi globalisti.

Quelli che si definiscono i veri globalisti, ad esempio, vedono la globalizzazione come un’era interamente nuova che non dovrebbe essere confusa con la modernità. I cybermundialisti, seppure dicano la stessa cosa, specificano che è la cibernetica a renderla un’era a parte.

Di tutt’altro avviso sono i non globalisti, i quali sostengono che la globalizzazione non è una novità, dato che è sempre esistita. Quest’ultimi, si riferiscono principalmente all’era espansionistica, ovvero quel periodo storico che intercorre tra il 1870 e il 1914. In altre parole, vedono il processo di globalizzazione dal 1985 come una nuova ondata di espansionismo capitalista e imperialista. Oltre a queste visioni, vi è quella tanto caro ai Marxisti. Questi, considerano la globalizzazione come l’espansione del capitalismo in tutto il mondo. Poi vi sono anche quelli post-globalizzazione, i quali, in estrema sintesi, sostengono che, se vi è stato un periodo di globalizzazione, ma, ora non c’è più nulla.

È evidente, perciò, che vi siano numerose e diverse posizioni anche sul tema legato alle insidie di una economia globalizzata. Credo, alla luce di tutto ciò, che stiamo assistendo, complessivamente, ad un periodo alquanto tribolato, nel quale una sorta di neo localizzazione e una specie di universalismo siano condividendo lo stesso spazio. Tuttavia, è indubbio che, in senso lato, gli stati visti come nazione si stiano sgretolando e che nuove entità considerate più moderne e basate su identità neo-sociali stiano emergendo.

In una tassonomia, quindi, è assai complesso stabile di pensare semplicisticamente in termini di bene e male. I positivisti credono che la globalizzazione sia una cosa oggettiva e governata da un sistema esterno. Secondo questo punti di vista, si potrebbe intravedere un qualcosa che implica che non possiamo più fermarlo, ovvero una posizione incentrata sul fatto che non ci sia alternativa, e che, dunque, sia inutile combatterlo, e, di conseguenza, dobbiamo seguire la corrente.

Gli antiglobalisti, di contro, sostengono che la globalizzazione sia malvagia e sia guidata da poche persone che controllano i mercati finanziari.  Ciò, in pratica, significa che ci sono agenti all’interno del sistema globale che sono responsabili dei processi di globalizzazione.

È una posizione diametralmente opposta da un punto di vista sistemico. Quando diciamo che ci sono leader, infatti, dobbiamo renderli responsabili per ciò che è giusto e sbagliato nel processo di globalizzazione. In conclusione, vi sono i riformatori, i quali, in una sorta di keynesianismo globale, vogliono combattere il male e mantenere i buoni elementi della globalizzazione.

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