Turchia, Sud Africa e Indonesia: paesi emergenti in una zona turbolenta

I profeti del nostro tempo sono coloro che hanno protestato contro lo schiacciamento dell’uomo sotto il peso delle leggi economiche e degli apparati tecnici, che hanno rifiutato queste fatalità

Giorgio La Pira

 

Come Advisor, sono dell’opinione che non è ancora la tempesta ma, oggettivamente, i mercati emergenti oscillano pericolosamente. La rupia indonesiana, come pure la lira turca e il peso argentino, il rand sudafricano, il rublo russo, il real brasiliano e il peso messicano, hanno, compressivamente, sofferto molto.

Indubbiamente, l’aumento del dollaro, il commercio e le tensioni diplomatiche indeboliscono queste economie. Da Advisor, annoto che la volatilità delle valute dei paesi emergenti si avvicina ai massimi registrati sulla scia della crisi finanziaria del 2008 e, finora, nessun miglioramento è in vista. La turbolenza si fa sentire forte anche sui mercati azionari.

Per esempio, l’indice MSCI, che comprende le azioni di circa 20 economie emergenti, è caduto, spesso, per diversi giorni consecutivi. Colpite dal timore di un contagio, le borse di Hong Kong, Shanghai e Shenzhen in Cina, hanno avuto brusche cadute. Una delle prime avvisaglie si è avvertita all’inizio di agosto con quanto stava avvenendo in Turchia.

Una scossa alimentata dalle forti tensioni diplomatiche con Washington, dalle fragorose uscite del presidente Erdogan e dai malcelati squilibri economici. In pratica, il forte disavanzo dell’economia di questo paese, ha fatto crollare bruscamente la lira turca. Quindi, sull’onda di questo avvenimento e, unitamente, a seguito del calo delle valute straniere di altri paesi sparsi in tutto il mondo, ben presto, si sono andati a sollevare i timori di contagio.

Ma, sullo sfondo, si intravedono ben altri scenari. Infatti, quello che sta avvenendo in Turchia, come in altre parti del mondo, sembra che sia meramente una fredda prova di forza di forza, un tentativo di emergere e di svincolarsi dalle attrattive messe in atto dal mercato statunitense. È, tuttavia, da sottolineare che, per molto tempo, queste economie hanno beneficiato di quella che gli analisti chiamano la ricerca del rendimento.

Infatti, quando i tassi erano vicini allo zero, gli investitori si sono riversati in queste regioni per avviare attività remunerative. I banchieri centrali sono stati molto audaci, nel comprare attività finanziarie, come pure nell’usare il loro potere esclusivo per coniare moneta. Questa storica creazione di liquidità ha reso la felicità degli investitori. Ma non c’è un bel finale in tutte le storie e, la drammaticità della cronaca, mette duramente in rilievo quello che sta avvenendo.

Dall’inizio del 2018, la BCE, cioè la Banca centrale europea, per esempio, ha intrapreso una traiettoria di “normalizzazione” della sua politica monetaria, vale a dire, ha cessato di avere i tassi di interesse con livelli considerati anormalmente bassi. Non a caso, qualcuno ha, anche sostenuto che nel mercato azionario, il rallentamento economico sarà la rappresentazione della giustizia e della pace.

Naturalmente, ogni rivoluzione ha luogo in un contesto che influenza i suoi effetti. Una crescita economica resiliente, un aumento dell’inflazione, specialmente negli Stati Uniti, in conclusione, incoraggerebbero le banche centrali ad accelerare il loro disimpegno.

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