Il futuro dell’economia del XXI Secolo

È insensato continuare a confidare nel mito di una crescita illimitata, misurata in base a quel dio-feticcio che è il prodotto nazionale lordo: una crescita che oltretutto provoca (in termini di rifiuti, desertificazione, inquinamento, consumo del territorio eccetera) ingenti costi sociali…”

Antonio Cederna

Sono già trascorsi diciassette, tra poco, diciotto anni da quando l’umanità ha fatto il suo ingresso in quello che è il XXI secolo per l’era cristiana. Ovviamente, da Advisor, una delle domande che più volte mi pongo è quella relativa a quale potrà essere il futuro dell’economia in questo nuovo secolo.

Certamente, non ho doti di preveggenza, pur tuttavia, vi sono vari indicatori ai quali è bene fare riferimento per poter cercare di delinearne al meglio quali potranno essere i panorami con i quali ci si dovrà globalmente confrontare. Tendenzialmente, l’essere umano, anche in campo finanziario, non sapendo quale possa essere l’evolversi di avvenimenti futuri, tende ad accentuare il suo lato conservatore.

Altri ancora, fanno ricorso al passato per trovare possibili analogie. Comunque, a prescindere dalle varie caleidoscopiche scuole di pensiero, quel che è certo è che il prossimo pensiero economico sarà un tema più che ricorrente. Di conseguenza, reputo centrale ogni tipo di questione che è relativa alle relazioni messe in opera dall’essere umano, in special modo il delicato equilibrio tra la salvaguardia dell’ambiente e una più naturale evoluzione di quello che è un processo di sviluppo delle nostre multietniche società.

Come Advisor, considero, al momento, nulla di più preoccupante se non il futuro dell’economia mondiale a fronte di un utilizzo persistente delle risorse naturali del pianeta e del possibile esaurimento di queste risorse. Come pensatore di strategie economiche, reputo tutto questo di vitale importanza per comprendere quella che potrà essere una crescita economica nel XXI secolo.

In effetti, sono sempre più dell’idea che, nei prossimi decenni, al fine di poter generare una reale prosperità frutto di una crescita economica, si debba dare maggior risalto allo sviluppo di un modello di economia sostenibile. Queste problematiche analitiche ci portano, in maniera inequivocabile, alla creazione di nuovi paradigmi economici, i quali hanno sviluppato le loro delicate radici proprio agli albori del XXI secolo.

Quindi, si sono andati a innescare domande fondamentali e alquanto dilemmatiche. Non a caso, uno dei punti di maggior confronto si basa proprio sul fatto che nella economia tradizionale, la macroeconomia è considerata un sistema isolato, senza scambio di materia ed energia con l’ambiente.

In termini maggiormente chiari, l’ecosistema è considerato come un sottosistema dell’economia da cui vengono estratte risorse ambientali e in cui vengono depositati rifiuti provenienti dalla produzione e dal consumo. Di contro, sono dell’idea che in una reale economia del XXI secolo, si dovrebbe, invece, intendere e considerare una economia maggiormente propensa alla salvaguardia del nostro ecosistema, senza che sia vadano, però, a creare una congestione di idee e di proposte che sono più adatte ad una mera dialettica che a dare e fornire reali risposte e mezzi.

In conclusione, quindi, si deve dare risalto ad una massimizzazione della crescita economica, senza, però, che si escludano considerazioni relative al preservare l’habitat della terra.

 

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Il piano di finanziamento per un progetto responsabile

Banchiere: colui che presta il denaro degli altri e tiene l’interesse per sé

John Garland Pollard

Da Advisor, come logico che sia, più di una volta debbo confrontarmi con quelle che possono essere le cosiddette aspettative degli investitori in un piano di finanziamento per un progetto responsabile.

Reputo che le aspettative di un investitore possono essere considerate regolate da una triplice convergenza di fattori, quali, la strategia aziendale, i suoi risultati e la sua governance, ossia l’insieme di quelli che sono le procedure, le regole e i principi. In linea generale, si potrebbe liquidare tutta la questione asserendo che un investitore è pagato in due modi e, cioè, dai dividendi ricevuti e dalla plusvalenza che realizza sulla vendita dei titoli.

Tuttavia, reputo da Advisor, che si vitale esaminare attentamente la strategia adottata, nonché valutare le competenze del team di gestione.

Di base, un investitore desidera monitorare e misurare la redditività di una azienda. A questo, personalmente aggiungo una determinata particolarità che contribuisce a sviluppare una strategia di solidarietà in grado, quindi, di tener conto tanto della redditività finanziaria quanto l’impatto sociale.

Per misurare la redditività finanziaria vi sono strumenti di vario tipo come, ad esempio, i noti margini operativi, i quali permettono di studiare la sostenibilità di una azienda. Altro strumento è fornito dalla analisi del rapporto esistente tra reddito operativo e fatturato, elemento che fornisce una fotografia delle capacità aziendali di saper generare profitti dalla propria attività.

Anche la cosiddetta redditività finanziaria, ossia il rapporto tra il patrimonio netto e il reddito agli azionisti, è particolarmente utile a tale analisi.

Ultimo, ma non ultimo punto è quello fornito dal ROI, cioè dal Return On Investment, il quale misura il rendimento di un investimento, cioè, in termini più semplici, l’importo del denaro guadagnato per ogni euro investito.

Un tema chiave nell’imprenditoria sociale, invece, è la misura della redditività extrafinanziaria. Non si può, infatti, dimenticare come vi siano molti aspetti che concorrono ad ostacolare un concreto sviluppo ad un ritorno sociale dell’investimento stesso.

In definitiva, comunque, un piano di finanziamento per un progetto responsabile non può non che basarsi sulla redditività attesa da un investitore, la quale varia in base ai suoi vincoli e alle sue aspettative. Tra i vari studi compiuti per comprendere le aspettative medie dei finanziatori e la remunerazione che un imprenditore sociale è disposto a dare, sono arrivato alla conclusione che una redditività del 5% sembra soddisfare entrambe le parti.

Certamente, sono ancora molti i passi che permettano ad arrivare ad una sostanziale gestione dei fondi di solidarietà. Alle volte, purtroppo, un piano di finanziamento per un progetto responsabile è il frutto di informazioni che, nella realtà dei fatti, risultano essere troppo standardizzate, mentre personalmente sono dell’avviso che sarebbe più corretto concentrarsi su fattori che influenzano in modo significativo la creazione di valore e le prestazioni della società.

È, infatti, molto importante comprendere le tendenze del mercato, la potenziale dimensione del mercato e il posizionamento competitivo della società.

In conclusione, da un lato un investitore spera di rendere il suo investimento più redditizio possibile, vale a dire ottenere più soldi di quanto sia stato messo nel progetto, dall’altro tende a sottovalutare i vari fattori di rischio.

 

Lo stato di salute dell’economia romena

I soldi non portano l’insegnamento, ma l’insegnamento porta soldi

Antico proverbio romeno

Presi dai mille impegni quotidiani, gran parte della popolazione italiana non ha il tempo materiale di prendere visione, ad esempio, dello stato di salute dell’economia di altri Paesi. Questo, invero, è in contro tendenza. Infatti, giovani e meno giovani, sentono sempre più forte l’esigenza di comprendere come stanno le cose negli altri paesi, proprio per cercare reali e concrete soluzioni di vita.

Quindi, se come Advisor sono professionalmente proteso ad studiare la crescita della economia in paesi come la Romania, questo boom è osservato, con particolare attenzione, tanto da chi è in pensione quanto da chi ha una attività imprenditoriale da salvaguardare.

Quindi, non solo io come Advisor ho osservato come la situazione economica in Romania sia fortemente positiva. Non a caso, infatti, per quanto verte le pressioni inflazionistiche, il debito pubblico, il deficit fiscale e il PIL è, oggigiorno, la Romania è considerata come un fantastico esempio in ambito europeo e mondiale.

Altro dato che conferma questo stato di grazia dell’intera economia romena, è quello vertente gli investimenti stranieri. Il dato relativo al 2015 inerente i flussi di investimenti stranieri, parla di quasi quattro milioni di euro. Per molti versi, il vero e proprio spartiacque può essere identificato nel 2013, anno nel quale la crescita economica del paese ha iniziato ad impennarsi.

Nel biennio 2013 – 2015, vi è stata una forte crescita delle esportazioni e della produzione industriale. Conseguentemente a ciò, l’economia della Romania nel successivo biennio, 2014 – 2016, ha visto un incremento del PIL di quasi cinque punti percentuali. Questo, è stato determinato, tra le altre cose, dal recupero di investimenti e dalla aumentata domanda interna.

A guidare questa escalation, vi sono stati due precisi comporti, ossia quello dell’industria e quello delle costruzioni. Inoltre, grazie agli incentivi fiscali e all’incremento degli stipendi, la domanda interna ha registrato un deciso incremento sia degli investimenti privati sia dei consumi.

È, poi, da ricordare che secondo Eurostat, il PIL nominale della Romania è stimato in un valore di oltre 160 miliardi di euro. Fattori quali, ad esempio, riduzione dell’IVA, bassi costi energetici e bassi tassi di interesse, spingono sempre più imprenditori e singoli cittadini a rivedere completamente la propria opinione sulla Romania.

Uscita a seguito di una vera e propria rivoluzione dal giogo della famiglia Ceausescu e del comunismo, oggi è un paese ove si gode di una qualità della vita ottimale e con dei costi molto più bassi rispetto a quelli in vigore in Italia.

Per esempio, il fenomeno del turismo dentale in Romania è in netta espansione. In conclusione, si può assolutamente affermare che tanto lo stato di salute quanto quello di crescita economica, siano eccellenti e, soprattutto, ben auguranti per tutti coloro i quali vogliono essere i protagonisti del proprio futuro.

L’Italia è un Paese senza alcun nocchiere che naviga a vista

Chi non sa governare, è sempre un usurpatore

Carlo Bini

La figura del nocchiere è fondamentale a bordo di una nave. Difatti, è a lui che vengono ad essere attribuiti incarichi di rilevante importanza quali il governo e i servizi. Se ad Enea in viaggio verso l’Italia, viene tradizionalmente assegnato un personaggio frutto della mitologia romana come nocchiere, ossia Palinuro, è, invece, molto chiaro che alla “nave” Italia non ve né alcuno.

Inoltre, se il racconto narra che il povero Palinuro è tradito da quello che era il dio Sonno, sarebbe da dire che, oggi, l’intera nazione italiana è sotto l’influsso del dio Sonno.

Come Advisor, reputo che sia davvero difficile non notare come, nel procelloso mare degli avvenimenti mondiali, la rotta dell’Italia sia fondamentalmente ondivaga. D’altra parte, molti delle più importanti decisioni che hanno inciso profondamente il Paese Italia, sono state prese da governi affatto legittimati da elezioni, ma frutto di imposizioni da parte del presidente della Repubblica, ovvero Giorgio Napolitano.

Il risultato di ciò è davanti agli occhi: un governo poco stabile, con opinioni incerte, una politica oscillante tra il comico e l’assurdo e il paranoico, un sistema, in definitiva, ondeggiante, mutevole e instabile.

Di contro, reputo come Advisor, che sarebbe stato assolutamente necessario avere una classe politica, frutto di una espressione popolare, che fosse ferma e determinata. Alle volte i sillogismi portano a fare dei ragionamenti. Un primo paragone che mi viene subito in mente, ad esempio, è la nazionale di calcio italiana e il modus operandi del governo.

Infatti, tanto la nazionale di calcio italiana quanto il governo stanno attraversando una profonda crisi. Tuttavia, mentre alla guida della prima è stato incaricato a rivestire il ruolo di nocchiere Gian Piero Ventura, di certo a Paolo Gentiloni il popolo italiano non ha assegnato alcun compito.

È difficile davvero comprendere fino a fondo la situazione italiana e, tutto ciò, ha pesanti ripercussioni in campo economico. Una nazione che ha portato cultura in tutta Europa, oggi vivacchia rimanendo perennemente ai margini.

Può sembrare una litania, pur tuttavia, come assorbire il fatto che paesi dell’Est come, ad esempio, Romania e Bulgaria, hanno una economia galoppante e come interpretare che sia la Grecia e sia la Spagna sono in decisa ripresa?

All’interno della Unione Europea, l’Italia, invece, continua ad arrancare e a rimanere, tristemente, nelle posizioni di rincalzo, per non dire in fondo alla classifica.

Ovviamente, come in tutte le cose, vi sono opportune spiegazioni che, purtroppo, il regime oggi imperante, non solo nega ma impedisce, in pratica, che vengono ad essere portate a conoscenza. A Mussolini, ovvero quel dittatore che hanno messo a testa giù a piazza Loreto a Milano, sono continuamente contestate, ancora oggi, azioni e decisioni.

Perché, invece, in un paese che ama tanto definirsi democratico, devono esserci persone incapaci a governarlo? O forse, si vorrebbe negare che nel nostro Paese vi sia una pressione fiscale enorme e una spesa pubblica fuori controllo?

 

Trovare una economia alternativa per il futuro del nostro mondo

Economia. Fare a meno del necessario per risparmiare denaro e comprare il superfluo

John Garland Pollard

Come Advisor, sono del parere che una corretta forma di economia debba avere come suo obiettivo finale quello di disaccoppiare la crescita economica dall’esaurimento delle risorse naturali attraverso la creazione di prodotti, servizi, modelli di business e politiche pubbliche innovative. Tutto questo per dare un futuro al nostro mondo.

Ad esempio, i flussi di materiale, ovvero riutilizzo, riciclaggio e i prodotti eco-design senza tossicità o obsolescenza programmata, riparazione, possano essere estesi per tutta la durata del prodotto o del servizio.

Reputo, da Advisor, che questo modello economico permetta di poter andare a creare dei loop positivi e di valore per ogni utilizzo o riutilizzo sia del materiale e sia del prodotto prima della distruzione finale. Di conseguenza, sarebbe auspicabile che un nuovo modello di economia globale, ponga il proprio nucleo centrale, andandosi a concentrare maggiormente, su nuove proposte di progettazione, di produzione e di consumo, estendendo la vita dei prodotti, usando invece di possedere, cioè riutilizzare e riciclare i componenti.

Non si può, di certo negare, che la gestione dei rifiuti che si vanno a produrre, possa essere ancora non vista, a livello globale, come un ottimo modello di produzione. Di fatto, l’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse da parte della progettazione ecocompatibile a monte, trasforma la gestione dei rifiuti in una fase semplice del ciclo materiale.

Di conseguenza, tra i vari punti che dovrebbero essere sviluppati, personalmente indicherei aspetti quali, l’ottimizzazione dell’uso dei flussi di materiali e di energia e un ripensamento del ciclo di vita dell’oggetto. Il tutto, in pratica, dovrebbe consentire un effettivo sviluppo di un corretto modello di produzione ispirato al funzionamento degli ecosistemi.

Reputo che continuare sulla logica economica che vede, come scopo principale, la creazione di un prodotto seguendo uno schema tradizionale che si basa sullo spreco di energie non rinnovabili, sia davvero folle. Si deve, perciò, dare spazio alla creazione di un valore positivo in ciascun passo, garantendo la soddisfazione del consumatore ed evitando, di conseguenza, lo spreco di preziose risorse.

Non a caso, i lati positivi della valorizzazione, offrono ritorni economici molto interessanti. Se ci si riflette con attenzione, si potrà scoprire come siano proprio gli ecosistemi naturali a fornire le migliori risposte alle esigenze di una moderna economia.

Senza volermi prendere meriti che non sono miei, è giusto ricordare che già nel secolo XVIII, vi fu un economista, filoso e biologo francese che asserì che: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Fu, infatti Antoine-Laurent de Lavoisier che espresse questo postulato che è divenuto un elemento fondamentale della legge fisica.

Pertanto, è sempre più attuale il concetto che tanto la materia quanto l’energia non debbano essere più sprecati e, perciò, quello che la cosiddetta economia circolare considera come un semplice rifiuto, un qualcosa che deve essere solamente incenerito oppure sepolto, in realtà offre ancora numerose altre soluzioni.

In conclusione, non esiste un singolo percorso, ma molteplici possibilità adatte al prodotto, ai suoi componenti e alle esigenze degli utenti.

L’economia circolare: un nuovo modello di prosperità

L’ecologista non è l’uomo che dice che il fiume è sporco. L’ecologista è l’uomo che pulisce il fiume”.

Ross Perot

Quanto è avvenuto in tutta l’economia mondiale, indubbiamente, ha posto numerosi interrogativi, in particolare sui perché sarebbe opportuno introdurre seri cambiamenti su quello che è l’attuale modello economico. Come Advisor, un concetto economico che mi è particolarmente caro è quello della cosiddetta economia circolare, un concetto economico che si va ad inserire, tra le altre cose, in maniera perfetta in un contesto incentrato sullo sviluppo sostenibile.

Non è di certo un mistero che l’economia circolare venga ad essere profondamente ispirata dalle basilari nozioni di economia verde. L’economia circolare, quindi, sprona verso un funzionamento degli ecosistemi naturali, dimostrando, immediatamente, la sua efficienza proprio andando a considerare l’utilizzo di risorse che vengono ad essere generate da un più attento valore ambientale, sociale ed economico.

In qualità di Advisor, sono sempre stato dell’opinione che un industria ecologia offra solide prestazioni di salvataggio all’economia di mercato. D’altronde, il settore del riciclaggio dei rifiuti ha avuto modo nel tempo di dimostrare di essere perfettamente in grado di offrire delle ottime materie prime che possono essere utilizzate in più settori industriali.

Pertanto, un’economia che opera in un concetto di riciclo rifiuti ha, tra i suoi primari obiettivi, quello inerente la produzione di beni e servizi, consentendo, di fatto, di poter andare a limitare in maniera notevole tanto il consumo quanto lo spreco di materie prime e fonti energetiche non rinnovabili.

È un dato più che assodato che l’attuale modello di produzione e di consumo, che hanno dominato dalla rivoluzione industriale, si basi su un consumo abbondante di risorse naturali. In pratica, se da un lato questo modello di sviluppo ha accelerato il progresso e ha permesso a miliardi di persone di poter raggiungere una certa prosperità materiale, dall’altra, oggi, mostra evidenti segni di logoramento.

Non a caso, il fondamento sul quale si basa la società dei consumi, evidenzia, oggi come non mai, i segni dei suoi limiti di fronte alle sfide ambientali, occupazionali e globali.

La biocapacità della Terra, ovvero la capacità di rigenerare le risorse rinnovabili, non può più, pertanto, non essere considerata in maniera seria.  Sono del parere, che una consapevolezza economica collettiva, sia un più che valido strumento che possa permettere di adottare misure per ridurre gli impatti ambientali e, questo, è un primo passo indispensabile.

In sostanza, si devono andare a costruire modelli economici che sappiano sempre più ridurre l’impatto ambientale e, tutto ciò, non è affatto un ambizioso approccio. Anche per queste ragioni, sono propenso a considerare un modello di economia circolare un elemento fondamentale per dare un rilancio a lungo termine dell’economia globale.

In conclusione, considero questo modello economico molto utile sia per una effettiva riduzione dell’impatto ambientale sia al fine di vedere la creazione e il successivo sviluppo di una economia ove valori economici, ambientali e sociali, trovino una concreta convergenza.

Rischiare mettendosi in gioco: questo è “Fare impresa”

Da Advisor sono convinto più che mai che la soluzione per dare un calcio alla crisi economica non sia quella di piangersi addosso, ma di trovare il coraggio di fare impresa. Ma si deve guardare a nuove forme di imprenditoria e non si deve solo – cosa che fanno purtroppo troppi piccoli e medi imprenditori – pensare che si debba fare impresa solo per creare un posto di lavoro per potersi assicurare una fonte di reddito.

Ovviamente questo è un aspetto importante, ma non di certo si devono perdere altri importanti obiettivi. Di fatti, da Advisor, sono dell’opinione che il fare impresa significhi sì credere in un progetto, avere delle idee ben precise e impegnarsi per realizzarlo. Tuttavia, si deve anche saper rischiare mettendosi in gioco e rispettare scadenze e impegni. Il fare impresa ha un suo proprio fascino per l’opportunità di poter autogestire il proprio lavoro in totale autonomia, così come sapersi rinnovare in base a come il mercato si evolve ed alle esigenze della clientela.

Inoltre, è fondamentale che le risorse investite siano alla fin fine produttive, poiché ritengo che solamente se la ricchezza circola si può produrre ricchezza e tutto questo porta dei vantaggi sia all’imprenditore così come alla collettività nel suo complesso.

Non basta però buttarsi a capofitto in una attività. Difatti si devono fare precedentemente delle precise valutazioni. Si deve valutare il tutto a mente fredda, con correttezza e attenzione. Le scelte non ben ponderate e affrettate non fanno che condurre al fallimento.

Tra i fattori da considerare vi sono: l’idea, il rischio d’impresa, le personali attitudini imprenditoriali, le opportunità di localizzazione e, cosa non ultima da considerare, lo strumento finanziario che potrebbe risultare maggiormente idoneo.

Non è sufficiente riempire il magazzino, assumere qualcuno, predisporre la sede o il sito produttivo.

Chi si accinge a fare impresa imprenditore deve avere una buona infarinatura su quella che è normativa inerente le autorizzazioni, i requisiti ambientali e la sicurezza.

Da Advisor mi capita non di rado constatare che moltissime persone o team creano una  start-up “ad hoc” ossia con la finalità di riuscire ad avere dei finanziamenti. Ma così facendo non si fa vera impresa; il vero fare impresa, infatti, comprende il rischio imprenditoriale. Questo per dire che non si può pretendere di fare l’imprenditore esclusivamente con il denaro altrui.

C’è un’altra questione che fa riflettere: oggi come oggi lo scopo del fare impresa parrebbe essere quello di creare un qualcosa che si vorrebbe abbia successo in un brevissimo lasso di tempo, solitamente entro una manciata di anni. Ma questa visione è errata. Tutto deve essere fatto con la giusta tempistica.

Purtroppo siamo in un’epoca dove fioccano imprenditori “seriali”, che non fanno altro che mettere su una azienda con il solo ed esclusivo scopo di poi poterla vendere in tre anni, per poi passare a una altra creazione e via dicendo. Ma tutto non ha nulla nulla a che fare con il vero business. Credere in un progetto e mettersi in gioco rischiando: questo è il vero “Fare impresa”.

L’importanza di sapersi imporre sui nuovi mercati

Da Advisor sono dell’idea che ogni opzione, strategia e decisione può solamente dalla scelta che s’intende mettere in atto. Una volta chiarito tale punto, quindi, si potrà pensare anche al costruire il futuro, facendolo mediante un’attenta pianificazione strategica. Quest’ultima, infatti, è un processo creativo grazie al quale ogni tipo di ditta avverte le pressioni del mercato e percepisce, pertanto, il bisogno di mobilitare tutte le sue forze al fine di costruire il proprio futuro.

Da Advisor ritengo la storiella se sia nata prima la gallina o l’uovo, potrebbe essere ben applicata anche per dare la risposta sul come  imporsi sui nuovi mercati. Difatti per far ciò si deve stabilire se si voglia creare un prodotto che sia adatto al mercato che si desidera “conquistare”, o se si sia alla ricerca di un mercato che abbia necessità di quanto come azienda ci troviamo a produrre. Si tratta di valutazioni imprescindibili.

Per fare correttamente tutto questo, è si devono anche considerare quelle che sono le condizioni del mercato e di conseguenza valutare la propria di condizione. Quando si tratta di costruzione aziendale, fra le altre cose, si deve tenere conto che il futuro tecnicamente si basa su quello potrebbe avvenire. Non per niente, l’unica certezza è che un cambiamento è sempre inevitabile continuerà, motivo per il quale è di importanza fondamentale sapersi adattare a tal tipo di realtà.

Un processo di strategica pianificazione si avvia facendo chiarezza in sé su siano le finalità aziendali, la attività che s’intenderà intraprendere, oltre al valutare le aspettative personali e del business. È inoltre saper allineare i diversi punti di vista, come anche descrivere ed identificare le competenze aziendali e individuali, sviluppare una determinata metodologia laddove le competenze manageriali così come la strategia del business sia elaborate con prospettive non solo presenti ma anche future. Basilare anche istituire metodologie per monitorare le prestazioni dei processi, delle persone e dei sistemi.

Infatti, rammento sempre come sia importante il saper motivare il proprio team e farne un costante impegno il seguire le tematiche che si potrebbero sviluppare con il trascorrere del tempo. La collaborazione è una skill che rappresenta per l’azienda un vantaggio competitivo. È, di fatto, l’unire gli sforzi dei membri della squadra, il che consente il raggiungere obiettivi e benefici comuni.

I problemi dell’oggi sono interconnessi. Non esiste più la possibilità di trovare o applicare delle soluzioni isolate: solamente quelle sistemiche sono in grado di funzionare. Si deve cooperare per poter individuare e applicare soluzioni sistemiche. Quindi, i singoli individui devono imparare a cooperare, se si desidera poi porre le premesse per andare alla “conquista” dei mercati nuovi o vecchi che siano.

L’Occidente, l’Islam e le insanabili fratture

L’Europa sanguina per le atroci stragi avvenute in Francia, in Spagna, in Germania. Terrorismo che sta toccando anche aree notoriamente cosmopolite ed aperte alle realtà multietniche quali Barcellona. Da Advisor sono profondamente colpito, così come tutti coloro che assistono sgomenti all’evolversi della situazione. Eventi tristissimi e brutali che minano non solo la popolazione, ma anche il tessuto economico dei paesi che vivono di turismo.

C’è chi afferma che si corre il rischio di abituarsi a questo stato di cose, ma personalmente sono convinto che non si potrebbe mai convivere con l’idea che si esce di casa per andare al lavoro, a scuola o a fare una passeggiata e non farvi più ritorno perché vittima di un furgone killer o di una bomba.

Quale Advisor so quanto sia importante il dialogo e il comprendere le culture, ma questo deve essere un qualcosa non a senso unico. La situazione attuale e anche fatti avvenuti in passato mi portano a fare delle riflessioni. Una delle cose di cui non riesco proprio a farmene una ragione è il fatto che vi sia una sorta di sudditanza da parte dell’Occidente nei confronti del mondo islamico.

Vi sono pesi e misure diverse e c’è chi taccia come “nemico” il popolo d’Israele seppure mai si sia macchiato di orribili stragi. Ed è cosa ben risaputa che i vari terroristi che stanno seminando la morte e la distruzione non sono certo appartenenti al popolo ebreo. In occidente è cosa quasi quotidiana vedere manifestazioni contro lo Stato d’Israele se questo reagisce dopo che si è verificato un vile attentato che ha fatto strage di persone inermi come le donne, i bimbi, e gli anziani. Vi sono di fatto due pesi e due misure.

Ed intendo dire con ciò che quanto qualcuno in nome dell’Islam fa saltare in aria e provoca un’ecatombe, l’Occidente, passato il momento, chiude un occhio; mentre chi come Israele compie delle rappresaglie a buon ragione viene subissato di critiche e viene condannato senza mezze misure. La storia parla chiaro: gli ebrei hanno voluto creare uno Stato nel quale poter vivere in pace, ma questo venne ostacolato prima gli inglesi e quindi dai rimanenti Paesi mussulmani i quali tentarono di tutto pur di sbarrare il passo agli ebrei che stavano giungendo via mare.

È il caso di ricordare come la Germania venne condannata per quanto fece nei confronti degli Ebrei, però nessuno – e vorrei tanto che qualcuno fosse in grado di smentirmi – ha mai hai condannato per i feroci crimini di guerra commessi anche nei confronti degli ebrei la Russia di Stalin. Sarebbe sbagliato affermare che tutto ciò appartiene al passato (peraltro recente), in quanto è il passato che crea la realtà odierna.

Le tante facce del mondo del business

Da Advisor so bene come un uomo d’affari inizi la propria con una già esistente attività e, soprattutto, in un’rea ben avviata; un imprenditore, invece, ha un’idea e magari innovativa fresca per avviare la sua azienda. L’imprenditore mira solitamente a fornire una soluzione prima mai provata ad un problema già esistente piuttosto che capitalizzare un qualcosa già testato e provato.

Quindi vi è una ben distinta differenza tra uomo d’affari e imprenditore, seppur non di rado questi due aspetti vengano usati come se fossero dei sinonimi. Sono figure diverse e, da Advisor riassumo in cosa si distinguo: un imprenditore concepisce una idea/soluzione a un problema che la società si trova ad affrontare, va alla ricerca di investitori e imposta una ditta, e il suo fine è porre a disposizione degli altri la sua esperienza. Da parte sua, un uomo d’affari è una persona che ama impegnarsi in una o più attività di natura economica per ottenere con la sia attività un profitto.

Di base un uomo d’affari ha il timore di correre dei rischi, al contrario un imprenditore solitamente è sempre pronto a lanciarsi in nuove avventure. In sintesi, un uomo d’affari si preoccupa di provare cose che siano nuove, mentre l’imprenditore è più avvezzo al doversi prendere dei rischi. Chi è un uomo d’affari assume del personale per incrementare la propria produttività aziendale; un imprenditore, invece, assume personale e crea un pool che possa facilmente ed efficacemente usare l’azienda.

E i cambiamenti? Un uomo d’affari li evita, mentre un imprenditore ama quasi affrontare difficili condizioni di business. Un uomo d’affari si preoccupa di eventuali modifiche, ma un imprenditore le abbraccia con entusiasmo. In genere un uomo d’affari è attaccato ai suoi già rodati prodotti e ha il timore del innovare, mentre un imprenditore viene identificato con chi ha una abilità nel innovare e nel creare un prodotto che sia migliore per la crescita del proprio business. Un uomo d’affari usualmente rimane maggiormente ancorato al modo tradizionale più del fare business, mentre in un imprenditore si può quasi percepire una sorta di “ossessione” dal fare le cose in maniera non convenzionale. Ad un uomo d’affari si riconosce l’abilità del fare reddito, mentre un imprenditore si concentra per lo più sulla creazione di un valore.

Ecco, peranti, che è più che evidente gli imprenditori d’affari e gli uomini hanno solamente molte somiglianze, ma non sono assolutamente la medesima cosa seppur tutti e due danno lavoro a chi non ne ha o che vale, danno soluzioni ai consumatori così come aiutano lo sviluppo dell’economia di una determinata Nazione. In tutto questo quadro si inserisce ottimamente la figura specifica del Mediatore, che è la persona che ha riveste fondamentale nel creare e sviluppare quelli che sono i presupposti di un business alla base fino ad un accordo che sia il più soddisfacente fra le parti interessate.