Il segreto del successo della economia tedesca

Al vincitore nessuno chiederà mai conto di quello che ha fatto

Adolf Hitler

In qualità di Advisor ho avuto, più di una volta, il piacere di poter constatare come l’economia tedesca abbia saputo affrontare e risolvere i vari problemi. Senza nessuna offesa per coloro i quali reputano che la Germania deve il suo successo solo per i suoi salari, devo ricordare che questo è solamente una parte di un qualcosa a più ampio raggio.

Come Advisor, di fatti, ho potuto notare che molto della rinascita dell’industria tedesca è dovuta ad una forte specializzazione in quella che è tecnicamente chiamata produzione di fascia alta. Comunque, chiunque fosse interessato a conoscere meglio il successo della economia tedesca, può leggere i vari studi in materia, tra i quali, il più importante, è sicura,emte quello dell’Istituto Ricerca Economico tedesco DIW.

Tramite la loro lettura, quindi, si può avere una vera e propria fotografia dello stato di salute del Made in Germany. D’altra parte, sono i fatti che manifestano il successo di tutta l’economia germanica. Non a caso, è dal 2010 che l’industria tedesca sta guidando l’economia.

Nel solo quadriennio 2010 – 2014 la sua crescita è stata doppia rispetto al resto dell’economia, ma non solo. Infatti, vi sono incrementi sostanziosi tanto nella produzione quanto nelle esportazioni.

Altri segnali più che positivi, poi, provengono dall’aumentato numero delle attività. È importante, inoltre, notare che questa crescita dell’economia tedesca si è dovuto confrontare con un sostanziale aumento della quota della Cina nell’industria mondiale, il che, non fa altro che confermare ulteriormente la solidità su cui poggia l’intera economia tedesca.

Oltre alla Cina, la Germania trova una forte concorrenza anche da parte dell’economia degli Stati Uniti, del Giappone e, ovviamente, dei paesi del Vecchio Mondo, in special modo da parte dei paesi appartenenti all’Europa centrale e orientale, i quali sono in forte competizione per registrare sempre più aumenti delle loro quote.

Ma esiste una ricetta tedesca? Dati i fatti, si può certamente parlare dell’esistenza di una ricetta tedesca. A tal proposito, un sondaggio condotto dalla Commissione europea nell’industria europea ha messo in evidenza che il fattore chiave è l’innovazione.

Non a caso, quando è stata chiesta quale fosse la strategia industriale, oltre il sessanta per cento degli industriali tedeschi ha dichiarato di dare grande importanza alla introduzione di nuovi o migliori prodotti, mentre, negli altri Paesi europei questa percentuale è scesa al 18%. Leggendo questo importante sondaggio si comprende molto del perché spira forte il vento dell’ottimismo sull’economia tedesca.

Di fatti, si è distinta su altri due vitali aspetti economici. Il trenta per cento degli industriali ha ritenuto molto importante il formare alleanze o cooperazioni, rispetto ad un misero nove percento degli altri “colleghi “europei.

Il secondo dato che inquadra la mentalità dell’economia tedesca è dato dal fatto che, quasi la metà dei produttori tedeschi, è stato considerato innovativo perché, nei tre anni precedenti dal sondaggio condotto dalla Commissione europea nell’industria europea, ha introdotto almeno un nuovo prodotto nella loro offerta, il che è avvenuto solo per il 28% degli altri industriali europei.

Altra caratteristica è la intensità delle ricerche da parte dell’industria tedesca, un valore aggiunto industriale che permette di avere, confermando la sua storia, una forte specializzazione in settori quali, ad esempio, quello chimico, quello ingegneristico, farmaceutico e medico, senza poi dimenticare il settore aeronautico.

In conclusione, questi sono parte degli elementi che formano il successo dell’industria tedesca e della sua economia.

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Perché è importante la storia dei fatti economici

Mentre le funzioni economiche un tempo rappresentavano solo una parte secondaria, esse ora stanno al primo posto. Di fronte a loro vediamo arretrare sempre più le funzioni militari, amministrative, religiose”.

Emile Durkheim

I fatti economici possono influenzare, in maniera molto rilevante, ogni tipo di decisione politica di uno stato. È tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, che i libri e le riviste economiche hanno dato molto spazio alla storia economica.

Da Advisor, considero assolutamente fondamentale avere la conoscenza della storia dei fatti economici. Il motivo alla base di questa mia convinzione si poggia sul fatto che la scienza economica offre strumenti sofisticati e consente, oltre a ciò, allo storico di comprendere meglio certi fatti, mentre la storia economica fornisce un materiale abbondante per l’economista il che, di conseguenza, può permettergli di testare i suoi modelli.

Quale Advisor, però, devo amaramente constatare come molti degli economisti utilizzino questa storia, in particolare quella del dopoguerra, più come dati quantificati. In pratica, senza alcun tentativo di comprensione per identificare vari cicli o regolarità.  Eppure, è chiaramente evidente l’esistenza di una più che concreta interdisciplinarità tra storia economica e scienza economica.

Ciò nonostante, mi sembra che queste due fondamentali discipline vengono ignorate. Personalmente, quando sono ricorso alla storia dei fatti economici, ho ottenuto sempre eccellenti risultati. Infatti, non a caso, la storia dei fatti economici è definita come lo studio e l’analisi dei fatti economici del passato

I fenomeni economici sono tutte attività di produzione e scambio di beni e servizi.  Inoltre, può avere come campo di studio tutti i periodi da cui gli uomini hanno cominciato a produrre e scambiare beni e servizi. Di base, la periodizzazione dei fatti economici non corrisponde affatto alla storia generale. Infatti, la storia è legata a eventi politici, fenomeni economici, i quali si verificano autonomamente. Inoltre, non esistono date di pausa o date creative per questo argomento. I cambiamenti economici sono generalmente graduali.

Nel tempo ho avuto modo di constatare come i contemporanei di questi cambiamenti, non sempre siano stati effettivamente consapevoli dell’evoluzione che sta avvenendo proprio sotto i loro occhi. Eppure, è proprio attraverso la consapevolezza dell’importanza della storia dei fatti economici che si sarà in grado di identificare la transizione da un sistema economico a un altro.

Dall’analisi di diversi fatti, per esempio, si potrà andare ad identificare la transizione da una società precapitalista alla società capitalista. La nascita del capitalismo è legata a una moltitudine di eventi. Ognuno di questi eventi ha partecipato all’avvento del capitalista, ma nessuno di loro è stato preponderante. Invece, è propriamente la congiunzione di tutti gli eventi che hanno reso possibile questo evento.

Il capitalismo creerà quelle condizioni necessarie per consentire di far emergere una nuova società. È grazie all’esistenza di questo sistema economico che la rivoluzione industriale avrà luogo. La rivoluzione industriale, inoltre, ha determinato il passaggio da una società agraria a una società commerciale. In conclusione, questa rivoluzione ha gradualmente raggiunto e trasformato la vita quotidiana delle persone, la loro mentalità e la loro cultura.

Crisi finanziaria – Siamo nati per soffrire?

Se vôi l’ammirazione de l’amichi nun faje capì mai quello che dichi

Trilussa

Alle volte osservando le cose del mondo, anche come Advisor mi trovo a considerare se è proprio vero che siamo nati per soffrire. Il dogmatismo, forse è vero, ha soffocato tutto.

Attraverso la lettura dei Vangeli si può leggere che il dolore, in fondo, non è un destino. Tuttavia Eraclito ricordava come “Le credenze degli uomini sono trastulli di bimbi”.

Da Advisor mi sento molto vicino a Simonide, uno dei più grandi poeti lirici dell’antica Grecia, che soleva ricordare che “La razza degli stupidi non si estingue mai”. Quel che so per certo, è che chi pensa a governi illuminati, onesti, a chi invoca una età d’oro priva di tasse, a chi piange per la crisi finanziaria o si lamenta delle tasse, farebbe bene guardare al passato.

Non a caso, Sofocle sosteneva che “Molte sono le cose terribili, ma nulla è più terribile dell’uomo” e che “In nessuno Stato le leggi avrebbero la forza che devono avere se non fossero rese temibili dalle pene che minacciano chi le vìola”. Gli scontenti di oggi, quindi, sono appartenenti ad a folta schiera già presente in saggi storici dedicati all’economia.

Già Esopo, noto per le sue favole che così profondamente hanno influenzato la cultura occidentale, scrisse un eccezionale racconto noto come La volpe e l’uva. Contemporaneo di Pisistrato e di Creso, Esopo in questa notissima favola esprime un profondo significato metaforico, ossia il fatto di reagire nel non poter conseguire un determinato risultato, non come se ciò fosse una sconfitta ma, semplicemente con un attualissimo “Nondum matura est”.

In altri termini, non si è sconfitti, visto che non si desidera la vittoria. In pratica una vera e propria dissonanza cognitiva così ancora largamente in uso.

E cosa dire, poi, di una fulgida figura molto più vicina a noi come quella della statua parlante più famosa nel mondo e, cioè, quella di Pasquino? Molto probabilmente, una delle più note pasquinate è quella dedicata ad Urbano VIII. Con la pasquinata “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”, infatti, si riferiva al fatto che quel papa aveva autorizzato ad utilizzare le decorazioni bronzee presenti nel Pantheon, per realizzare il Baldacchino che è, oggi, uno dei punti centrali della Basilica di San Pietro a Roma. D’altronde, questa statua posta nei pressi di Piazza Navona collocata al fianco del Palazzo Braschi, per secoli è stata la voce della sofferenza di Roma.

Altri due esempi di soggetti che certamente non si facevano passare così facilmente la classica mosca sotto al naso, furono Gioachino Belli e Salustri, quest’ultimo, più noto come Trilussa. Un particolare filo conduttore lega questi due strepitosi personaggi. Infatti, se il primo muore a Roma il 21 dicembre del 1863, il secondo vide la luce, sempre a Roma, il 26 ottobre del 1871. Non a caso, in conclusione Giuseppe Gioachino Belli scrisse “L’innocenza cominciò cor prim’omo, e lì rimase” e Trilussa “Spesso una cosa stupida si regge perché viene approvata dalla Legge”, due pensieri quanto mai di incredibile attualità.

 

L’importanza strategica delle rotte commerciali

Il fine dello studio dell’economia non è acquisire una serie di soluzioni bell’e pronte per i problemi economici, ma imparare a non lasciarsi ingannare dagli economisti”.

Joan Robinson

Fin da quando eroa uno studente, sono sempre stato particolarmente affascinato dagli antichi romani. Oltre che essere culturalmente avanzati, hanno lasciato testimonianze di rara importanza.

Come Advisor, inoltre, riconosco come gli antichi romani siano stati il primo popolo a creare una economia globalizzata utilizzando le rotte commerciali. Infatti, le mitiche strade da loro perfettamente realizzate, non solo consentivano una rapida circolazione delle truppe, ma permettevano di far viaggiare ogni tipo di mercanzia.

Non a caso, ancora oggi nel XXI secolo le rotte commerciali costituiscono il fulcro per un reale e concreto sviluppo socioeconomico di un Paese. Infatti, nonostante tutta la tecnologia, le rotte commerciali sono propriamente tutte quelle linee internazionali con le quali si vanno a sviluppare gli scambi commerciali tanto di beni quanto di merci.

Da Advisor, quindi, le considero fondamentali per una fluidità delle attività economiche. Oltre a ciò, sono dell’opinione che se esse risultano essere ben strutturate e ben mantenute, diventano essenziali anche per la crescita economica e la lotta contro la povertà nei vari paesi in via di sviluppo.

Da tutto ciò, ne consegue un mio pensiero. Di fatti, sono sempre più dell’idea che il migliorare le condizioni di vita dei lavoratori non si tratti esclusivamente di aumentare i loro salari, ma di investire nella ricerca delle migliori rotte commerciali.

Mi spiego meglio. Se, da un lato, l’aumento dei salari può concorrere a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, dall’altro una mancanza di rotte commerciali porta ad avere un effetto negativo sull’attività economica e sulle condizioni di vita delle popolazioni. Ecco perché reputo necessariamente utile investire nel creare le migliori rotte commerciali possibili.

È poi anche da considerare che una rotta commerciale “scarsamente mantenuta” porta ad un aumento del costo, ossia ad avere beni e merci a prezzi più alti. Tutto questo, quindi, si riflette negativamente nell’economia dato che diventa una fonte di inflazione, il che ha l’effetto di andare a ridurre il potere d’acquisto della popolazione.

È, perciò, sicuro che un investimento nella creazione di rotte commerciali comporta ad avere un impatto positivo sulle condizioni di vita delle persone che, per alcuni aspetti, è maggiore rispetto ad un incremento salariale.

Infatti, quando un governo prende la decisione di aumentare i salari, l’effetto indotto può non essere quello previsto. Non a caso, un aumento salariare non accompagnato da un corretto sviluppo strategico delle rotte commerciali, ingenera un consumo di beni d’importazione, con un conseguente accompagnamento del deficit del saldo commerciale e, quindi, del saldo dei pagamenti.

In conclusione, il paese è obbligato a prendere soldi per risolvere questo deficit, con una consequenziale possibilità di una svalutazione nel caso di una parità fissa.

I tre nuovi moschettieri dell’economia globalizzata

Gli uomini si riprendono assai meglio dalle delusioni amorose che da quelle economiche

George Bernard Shaw

L’Unione Europea, gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Popolare Cinese, potrebbero essere tranquillamente i nuovi tre moschettieri già protagonisti del celeberrimo libro scritto da Alexandre Dumas. Non a caso, in questo momento così particolare e assolutamente delicato, svolgono un ruolo, che da Advisor, ritengo sia vitale nella fiducia del sistema economico globale.

Da sempre, sono dell’opinione che tutte le banche centrali debbano cooperare per dare uno sviluppo reale di crescita, onde non pregiudicare il buon proseguimento dell’economia globale in particolare in questa delicata fase.

A tal proposito, come Advisor, voglio sottolineare come, per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2008, il cui impatto è paragonabile a quello della crisi del 1929, l’economia globale sembra emergere dalla crisi e, questo, anche secondo le ultime previsioni del FMI. Non si può di certo dimenticare come negli Stati Uniti la crescita rimanga molto forte e il fatto che la Cina, tra le altre cose la seconda economia più grande del mondo, abbia registrato, a partire dal 2012, una costante crescita.

In quest’ultimo caso, è rilevante notare poi come la crescita cinese abbia manifestato un livello più intenso di attività rispetto alle attese e alle riforme del fabbisogno.

In tutti i paesi dell’area dell’euro, le previsioni di crescita hanno, di fatto, superato le aspettative. Quindi, come è evidente, la crescita del commercio mondiale e della produzione industriale è rimasta ben al di sopra dei tassi negli ultimi anni. Questa rinnovata crescita ha consentito, inoltre, di veder ridotti i livelli di disoccupazione tanto negli Stati Uniti quanto nella zona euro.

Però, a mio avviso, rimangono ancora elevati i rischi strutturali, e questo, nonostante una ripresa economica. Queste incertezze, d’altra parte, sono legate ai molteplici rischi geopolitici. Un aspetto, quindi, che molto facilmente potrebbe andare ad innescare delle situazioni gravose. Infatti, è sempre più che mai difficile prevedere quella che potrebbe essere una loro evoluzione.

Sul tavolo, infatti, vi sono aspetti che riguardano, per esempio, la direzione della politica economica di Donald Trump, i negoziati legati alla Brexit, come pure le tentazioni protezionistiche esistenti nella Organizzazione Mondiale del Commercio, senza dimenticare la crisi nordcoreana, le tensioni russo-americane e l’accordo nucleare iraniano. Oltre a ciò, è da prendere in considerazione il follow-up del Congresso del Partito comunista cinese.

È, perciò, facilmente intuibile che il futuro roseo, potrebbe, improvvisamente, cambiare il suo felice colore.

Non si può, in pratica, sottovalutare come le autorità cinesi, per controllare la crescita eccessiva del credito, potrebbero far innescare un brusco rallentamento alla crescita economica. D’altra parte, è noto come i canali commerciali internazionali, vedi i prezzi delle materie prime, siano mezzi fondamentali che possono influenzare di molto l’attuale economia globalizzata. In pratica, quindi, il libero scambio, le banche centrali, Pechino e l’economia della zona euro, possono condizionare pesantemente il futuro di tutta l’economia mondiale.

In conclusione, nell’andare a consolidare una crescita globale e nel cercare una stabilità, molto dipenderà da questi attori, i protagonisti reali del futuro economico mondiale.

Una nuova economia globale per una nuova generazione

La generazione più giovane è la freccia, la più vecchia è l’arco”.

John Steinbeck

Sono nati dopo la rivoluzione di Internet e avranno 50 anni nel 2030 o nel 2040. Ma l’idea che i giovani possano effettivamente cambiare il mondo, è ancora valida? Da Advisor, noto che essi vivono in un mondo affetto da una crisi economica, ecologica, politica, religiosa, e quindi esistenziale, senza precedenti.

Tra i termini comuni usati per descrivere i giovani nati post internet, vi sono espressioni come: apatici e con carenza di ideali. Da Advisor, ho preso parte alla importante conferenza dibattito tra il MEDEF, ossia il Movimento delle Imprese di Francia, e il mondo universitario del Paese. Ad essere onesti, ho incontrato e avuto modo di parlare, con una gioventù profondamente impegnata nel volontariato e nello sviluppo di una economia maggiormente più etica.

Quindi, se da tutto ciò si deve effettuare un ritratto delle generazioni future, credo che i giovani abbiano tutte le carte in regola per poter cambiare il mondo, purché partecipino attivamente alla sua costruzione politica, sociale e soprattutto economica. Non si può dimenticare che essi potranno essere i leader del mondo a venire, se daremo loro la possibilità di crescere.

Di base, oltre il loro ottimismo e la loro audacia, mi ha colpito favorevolmente la loro padronanza dei codici socioeconomici di domani. In fondo, è su internet che sono soliti pubblicare la loro parola. Una emancipazione creativa, che risulterà essere necessaria per la creazione delle condizioni essenziali ad accelerare un processo evolutivo di un capitalismo illuminato e altruistico.

Indiscutibilmente, i giovani di oggi si evolvono in una società sempre più complessa, in cui le grandi questioni del futuro si intrecciano.  Povertà e sviluppo sostenibile, rivoluzione della comunicazione e libertà di parola sulle reti sociali, lotta all’estremismo. Di fronte a queste grandi sfide, questa gioventù non deve assolutamente affondare nella apatia e nelle ricerche individualistiche. Infatti, le nuove generazioni dispongono di strumenti digitali per dare voce e accedere a un numero illimitato di conoscenze.

Di conseguenza, possono concorrere, in maniera positiva, alla creazione di nuove imprese al fine di dare uno sviluppo economico incentrato sulle condizioni di emancipazione globale. Per certi versi, quindi, dobbiamo accettare di formare i giovani, cercando di farli integrare secondo i loro mezzi e capacità.

Certamente, continuare in una logica incentrata sull’andare ad ottimizzare gli interessi particolari, non porta da nessuna parte. Ecco perché sono dell’opinione che è con l’attività che si può creare una ricchezza.

Per avere ancor più chiarezza sulle prospettive future, è sufficiente osservare quanto il web sia divenuto lo strumento principale della emancipazione della gioventù. Dato che i giovani tendenzialmente sono portati a creare delle imprese che li assomigliano, molto probabilmente, i settori più investiti saranno quelli della comunicazione e delle nuove tecnologie.

In conclusione, è una generazione che, oltre dover combattere contro le disuguaglianze economiche che sono la fonte di una grande precarietà, dovrà risolvere problemi di dimensioni come l’estremismo religioso o il riscaldamento globale.

Come può avvenire un finanziamento di una start-up

La Dc aveva le partecipazioni statali e guarda caso uno dei protagonisti era Prodi, che è stato salvato quando doveva andare a riferire a un gup o a un gip che fosse, un suo comportamento legato al finanziamento del partito: c’è stata subito un’amnistia e la modifica della legge sull’abuso d’ufficio

Silvio Berlusconi

Ogni attività richiede un minimo di fondi e, questo, sia in fase di avvio e sia in fase di sviluppo. Le banche rimangono la scelta preferita per ottenere un finanziamento. Come Advisor, molte volte, devo rispondere ad una delle più classiche delle domande, ossia come si può ottenere un finanziamento per avviare start-up?

Certamente, convincere per finanziare un progetto, non è propriamente un qualcosa che possa essere risolto in breve termine e da un chicchessia. Indubbiamente, come sono solito ricordare da Advisor, molto dipende dalla esperienza, dalla formazione, ossia da chi crea questo progetto.

Altro punto rilevante, è la situazione finanziaria. Per sviluppare, quindi, in modo ottimale, un piano industriale volto ad ottenere un finanziamento, una start up, deve assolvere ad alcuni specifici compiti. In altre parole, deve presentare il prodotto. È essenziale, che il risultato numerico finale sia di interesse e, questo, potrà avvenire esclusivamente se il piano industriale sarà coerente e credibile.

Infatti, non si può pensare di ottenere alcun tipo di finanziamento se il progetto non è attendibile ed accettabile in termini di costi e ricavi. In sostanza, la banca, teoricamente, può finanziare una start-up, ma a patto di sapere come e quando verrà rimborsata. Se si saprà assolvere a ciò, allora si avrà la possibilità di poter contare su una banca.

Nel valutare le varie opzioni, sarà, poi, bene prendere in considerazioni aspetti quali legati ad un prestito convenzionale e al leasing. La differenza tra i due è essenzialmente legale: con il leasing, il prestatore rimane il proprietario, mentre con il credito classico, l’azienda ne diventa proprietario. Da ciò, si comprende che con un leasing si potrà, quindi, finanziare solo le attrezzature.

Ovviamente, il finanziamento bancario dipende, anche, dal tipo di progetto che la start-up ha intenzione di sviluppare. Pertanto, la banca può essere utilizzata su vari aspetti che sono legati alle varie attività commerciali. In linea generale, il credito convenzionale prevede una copertura massima pari all’80%. Ecco, perché è molto importante prevedere un flusso di cassa nel piano di finanziamento.

Dato che aspetti quali, ad esempio, settore di attività, situazione politica ed economica complessiva, sono valutati da una banca nel fornire un finanziamento di una start-up, il progetto deve assicurare la massima coerenza e credibilità possibile.

È importante ricordarsi che non è solo la banca il soggetto a cui è possibile richiedere un finanziamento. Infatti, vi sono a disposizione numerosi fondi statali, regionali e provinciali, appositamente studiati per chi vuole avviare una start up. Dato il particolare clima economico, la tenuta fiscale e la concorrenza internazionale, sono sempre più gli imprenditori che si rivolgono per ottenere questi tipi di finanziamenti. Inoltre, è assolutamente vitale, oggigiorno, utilizzare tecniche di finanziamento diversificate per sostenere l’attività.

Non a caso, è divenuto un aspetto strategico attenuare i rischi tramite una ottimale gestione del denaro. Quindi, in conclusione, per far sì che una start up sia sicura di poter ottenere un finanziamento, è bene che si rivolga a seri e comprovati professionisti.

 

Potere temporale, potere spirituale e IOR

Il Vaticano è la più grande forza reazionaria esistente in Italia: forza tanto più temibile in quanto è insidiosa e inafferrabile

Antonio Gramsci

Come Advisor, reputo che, tra gli innumerevoli insoluti problemi italici, spicca quello relativo al potere temporale, al potere spirituale e lo IOR. Da Advisor, desidero ricordare che il bilancio di quella che è, a tutti gli effetti, vista e considerata come la banca del Papa, ha, in pratica, più che raddoppiato i propri profitti, rispetto all’anno trascorso.

In pratica, nel 2015 vi erano stati utili pari ai 16,1 milioni, mentre gli utili registrati nel 2016 sono stati ben 36 milioni. Per avere una chiara visione, al netto di quella che è la distribuzione degli utili, il patrimonio era 636,6 milioni.

L’Istituto per le Opere Di religione, ossia lo IOR, attualmente governata da Jean-Baptiste de Franssu e alla cui direzione vi è Gianfranco Mammì, ha servito14.960 clienti nel 2016. Se si vanno a leggere i precedenti suoi bilanci si noterà che gli utili nel 2011, erano pari a 20,3 milioni, mentre, nel 2016 sono divenuti pari a 36 milioni. Oltre a ciò, la lettura del bilancio, permette di avere una fotografia reale su vari aspetti quali, ad esempio, la remunerazione dei vari dirigenti.

In dettaglio, si vedrà che al CDA laico sono stati erogati quasi duecentosettantamila euro, mentre, per la direzione siamo di poco sotto i trecentomila euro. Ai “poveri” revisori, invece, sono spettati quasi ottantaquattromila euro. È, poi, da sottolineare che i 6 membri appartenenti alla commissione cardinalizia hanno dei depositi il cui saldo è di 3,4 milioni, e che i dirigenti, aventi responsabilità strategica, unitamente ai revisori hanno depositi di oltre seicentomila euro.

Che lo si preferisca chiamare santità oppure Sommo Pontefice, il Papa è la massima autorità per la Chiesa Cattolica. Non a caso, per il diritto canonico, il Papa è il vicario di Cristo, come pure “Sovrano assoluto dello Stato della Città del Vaticano”, come stabilito dai Patti Lateranensi. Tra l’altro, è bene ricordare anche il dogma, ovvero l’accettazione senza discussione, relativo alla infallibilità papale. Questo principio è valido quando è espresso “ex cathedra” e vincola la Chiesa cattolica per quanto è inerente i costumi e la fede.

La cosiddetta Banca Vaticana, venne creata da Pio XII nel 1942 e ha la sua sede nella Città del Vaticano. Il suo compito è quello di custodire ed amministrare tanto i beni immobili quanto quelli mobili che sono stati affidati o a lui trasferiti da persone giuridiche o fisiche.

Il vero ruolo di banca, quindi, viene ad essere delegato alla APSA, cioè all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, organismo istituito nel 1967 da Paolo VI.

In conclusione, senza voler ripercorrere tutti gli scandali, tuttavia, è da sottolineare che qui si vanno a gestire risorse che sono pari a 5,7 miliardi e che, di conseguenza, sarebbe opportuno che se ne parlasse apertamente e in maniera cristallina un po’ di più.

 

Ius soli: il turismo delle nascite negli Stati Uniti

La partecipazione del prossimo alla nostra sorte è un’alternanza di gioia maligna, invadenza e saccenteria

Arthur Schnitzler

Ora, senza voler fare delle sterili polemiche, reputo, da Advisor, che il governo italiano più che a pensare allo Ius soli, farebbe molto meglio ad occuparsi dei problemi che interessano realmente molto di più i propri cittadini. Eppure, sembra che questo Ius soli sia il principale problema a cui si deve trovare una effettiva soluzione.

Problemi, ad esempio, come la Sanità, l’Istruzione, il Lavoro, l’Economia e via dicendo, quindi, per i governati italiani sono, per dirla alla Totò, semplice “quisquilie e pinzillacchere”.

Ma dato che se ne parla tanto, vediamo cosa succede in paesi come gli Stati Uniti, ove è prolificato in maniera esponenziale il fenomeno del turismo delle nascite. Come Advisor, voglio ricordare che, al pari del secondo emendamento con il quale si “garantisce il diritto di possedere armi”, il quattordicesimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, prevede che “qualsiasi bambino che si trova a nascere nel suo territorio acquisisce la cittadinanza americana”.

Per comprendere la portata, ci si deve rammentare che negli Stati Uniti d’America, la Costituzione, seppure risalente al 1787, è considerata la suprema legge.

Ora, per tornare alla questione Ius soli, facciamo un semplice raffronto che mette, molto chiaramente, in evidenza quale possa essere l’impatto in Italia. Per meglio ancora evidenziare la disparità, prendiamo in considerazione un delizioso borgo molisano posto a ottocento metri in provincia di Isernia, Sant’Elena Sannita.

Orbene qui vivono, secondo i dati risalenti al 2016, 268 abitanti su un territorio che ha una superficie pari a poco più di 14 chilometri quadrati. Il che, vuol dire che ha una densità di circa 19 abitanti per chilometro quadrato. Ebbene, la densità abitativa degli Stati Uniti d’America è di 34 abitanti per chilometro quadrato, in un territorio di 9.372.614 chilometri quadrati ove vivono, secondo dati del 2016, 325.127.000 abitanti. Quindi, a Sant’Elena Sannita – in provincia di Isernia – vi sono 19 abitanti per chilometro quadrato, mentre negli Stati Uniti d’America vi sono 34 abitanti per chilometro quadrato.

Ora, se si pensa che la differenza di abitanti per chilometro è di 15, non si può non osservare la disparità esistente tra un territorio di appena 14 chilometri quadrati e quello di un territorio che ha una superficie complessiva di 9.372.614 chilometri quadrati. Forse, è il caso di ricordarsi che negli Stati Uniti vi sono sei fusi orari diversi, il che conferma ulteriormente la sua continentale espansione.

In Italia, nel 2016, eravamo già 60.532.325, con, quindi, una densità abitativa di oltre 200 abitanti per chilometro quadrato. In poche parole, oltre che non essere palesemente in grado di garantire un vivere civile alla già attuale popolazione italiana, il governo come pensa di sopportare il peso derivante da tutti quelli che possono richiedere lo Ius soli?

Ma non solo. I nostri governanti, sono informati del fatto che negli Stati Uniti, per via di quanto previsto dal quattordicesimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, portare lì a partorire è divenuto un becero business e fonte di una incredibile sfilza di problemi?

Perfino il Wall Street Journal ha evidenziato come tale fenomeno ha avuto forti impatti, in particolare sulla economia del sud California.

In conclusione, invece che pensare allo Ius soli, non sarebbe, forse il caso, di pensare un po’ più seriamente ai cittadini italiani?

Ryanair, un mistero tanto fitto quanto incredibile

L’investimento deve essere razionale. Se non lo capite, non lo fate”.

Warren Buffett

Ora, se fosse successo al piccolo mini market che tutti noi abbiamo sotto casa, di dover annunciare che non può rimanere aperto perché il personale ha accumulato una quantità ingente di ferie, si sarebbe sorriso. Ma se ad annunciare la cancellazione di voli, a causa del grande numero di ferie accumulate dal personale, è una nota e famosa compagnia aerea come, appunto, la Ryanair, qualche “piccolo” dubbio sorge più che motivato

Come Advisor, se posso accettare che la direzione del mini market che tutti noi abbiamo sotto casa, abbia sottovalutato questo specifico aspetto, mi risulta, invece, essere un qualcosa di veramente incredibile che una struttura come la Ryanair, oggi, debba annunciare cancellazioni di voli fino al 18 marzo 2018. Infatti, si leva spontaneo un dubbio, ossia: chi dirige è incapace, oppure tutto ciò è il frutto di un lavoro pazientemente preparato e volto a danneggiare l’immagine della azienda? Per meglio dirla: è casuale o è un evento fortuito?

Come Advisor, ho difficoltà nel credere che la Ryanair sia una compagnia diretta da folli o incapaci, da persone che vivono alla giornata senza avere una minima programmazione. Ora, capisco il profitto a tutti i costi, ma, andare a scordarsi delle ferie accumulate dal proprio personale è un qualcosa di veramente incredibile da credere.

Vogliamo, poi, parlare del danno di immagine che tutto ciò ha provocato? Non credo che occorra essere un genio finanziario per intuire le ripercussioni del titolo in borsa. Ecco, perché storco la bocca su tutto ciò. Quando ho visto le immagini relative alla conferenza stampa nella quale l’amministratore delegato della Ryanair, ovvero Michael Kevin O’Leary, spiegava quanto stava avvenendo, credetemi sulla parola, pensavo che fosse una telenovela, una soap opera. 400mila passeggeri lasciati a terra, oltre ai 2.000 voli cancellati già annunciati ai quali si debbono aggiungere ulteriori 34 tratte aeree.

Ma alla Ryanair ci sono seri manager oppure Qui, Quo e Qua, i nipoti di Paperino? Oppure, la Ryanair è stata profondamente sabotata dall’interno? Ci si dimentica, che quanto sta avvenendo andrà a rallentare, in maniera forte, la crescita della compagnia aerea irlandese. Non a caso, infatti, si è ritirata dalla gara per acquistare Alitalia.

Certo, le premesse per un complotto ci sono tutte. Non è detto, che qualche scrittore o sceneggiatore non tragga ispirazione da tutto questo, per farne un film o un eccezionale best seller. Seppure non sia mai stato particolarmente attratto dalle teorie complottistiche, devo, tuttavia, ammettere che un po’ di marcio c’è.

Non posso tralasciare la combinazione tra il problema ferie e il lotto Aviation Alitalia. Nel momento in cui erano scaduti i termini con i quali si andava a “manifestare l’interesse per questo lotto, i pretendenti che si erano palesati erano una dozzina, tra i quali Delta Airlines, easyJet, Etihad, Lufthansa e, ovviamente Ryanair. Inoltre, anche l’inglese Greybull e le americane Elliott e Cerberus, noti fondi di investimento avevano manifestato un loro interesse.

Adesso, fuori Ryanair, le carte si sono andate a mescolare. Per molti versi, mi sembra di rivivere quanto avvenne per l’Alfa Romeo, poi svenduta alla FIAT. In conclusione, mi sento di ricordare le parole dello scomparso Giulio Andreotti e cioè: “a pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina”.