Come le religioni stanno ripulendo le loro finanze

L’investimento deve essere razionale. Se non lo capite, non lo fate”.

Warren Buffett

         advisor-abbate-vaticano

La crisi del 2008, ha “costretto” anche le principali religioni monoteiste a chiarire la loro posizione relativa alla finanza. Ma da Advisor osservo come quello che dovrebbe avvenire in teoria, non sia affatto coerente con la pratica.

Anche se, per esempio, per Papa Francesco in economia e finanza la religione mostri un percorso chiaro, come Advisor mi domando come il tutto, poi, venga effettivamente messo in pratica. Difatti, se per il massimo rappresentante della fede cattolica, il mondo finanziario non dovrebbe escludere la solidarietà, come, allora, si spiegano le attività dello IOR, ovvero della banca del Vaticano?

L’Istituto per le Opere di Religione, ossia lo IOR, è uno degli enti appartenenti alla Santa Sede, le cui origini risalgono al 1887. La sua missione, oggigiorno, è quella che è stata stabilita da Giovanni Paolo II, ovvero, come indicato nel Chirografo risalente al 1 marzo del 1990, “provvedere alla custodia e all’amministrazione dei beni mobili ed immobili trasferiti od affidati all’Istituto medesimo da persone fisiche o giuridiche e destinati ad opere di religione e di carità. L’Istituto può accettare depositi di beni da parte di enti e persone della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano”.

Papa Francesco, più volte, ha sottolineato come sia necessario attuare una riforma finanziaria che sia etica e che, a sua volta, porterebbe a una salutare riforma economica per tutti. Per accentuare questo suo pensiero, fa appello ai leader politici e ai maestri della finanza, ricordando che il denaro deve servire e non governare. Indiscutibilmente, molto possono asserire che certe attività finanziarie che, a dir poco, hanno macchiato la reputazione dell’Istituto per le Opere Religiose appartengono al passato.

Pur tuttavia, non ci si può dimenticare che lo IOR è e resta una banca dello Stato del Vaticano, ossia è la banca del Papa. Forse, non è vero che lo IOR si è trovato “implicato” per il riciclaggio di denaro sporco, compreso quello della mafia, e per illeciti sulla gestione dei conti. Non a caso, è stata anche presa in seria considerazione la chiusura della banca del Vaticano.

A seguito di regole più severe, guidate da principi in termini di attività amministrative e finanziarie, trasparenza, responsabilità e tolleranza zero, lo IOR avrebbe subito una sua trasformazione in una banca di deposito limitata.

Di conseguenza, si dovrebbe concentrare sui servizi bancari per il clero, per le congregazioni, per le diocesi e per i laici impiegati dal Vaticano. Ma quanto è vero che lo IOR abbia effettivamente deciso di limitare significativamente i suoi investimenti? Difficile rispondere a questa domanda. A tal proposito, in conclusione, l’unica cosa che oggettivamente mi sento di esternare è che il tutto rappresenta una separazione tutt’altro che assoluta.

Annunci

Gli investitori e il mercato della finanza, un dualismo fondamentale

Non è tanto importante investire al prezzo più basso possibile quanto investire al momento giusto

Jesse Livermore

Advisor Abbate - monete banconote soldi valuta finanza contanti

Per quanto attiene il mercato della finanza, uno degli aspetti che necessariamente deve essere sempre attentamente studiato e valutato, è il comportamento degli investitori. Da Advisor, reputo che tanto la razionalità quanto l’efficienza, siano le naturali sfide che si deve essere in grado di affrontare.

Non a caso, come Advisor, più volte, mi trovo a dovermi confrontare con le ipotesi di razionalità e avversione al rischio. Il meraviglioso mondo della finanza è un tema caldo, sotto ogni punto di vista. Infatti, come la trama di un ottimo film, non mancano, di certo, colpi di scena, scandali, frodi, azioni legali e pratiche scorrette di ogni tipo. Il parallelismo tra film e finanza, non è casuale.

Difatti, basterebbe semplicemente ricordare il fantastico film Wall Street, diretto da Oliver Stone. Un vero e proprio cult, anche perché già nel lontano 1987, con una visione che appare, oggi, sembrare visionaria, denunciava con larghissimo anticipo, gli eccessi del capitalismo, gli scandali finanziari, ovvero tutto ciò che, realmente, ha poi afflitto il mondo della finanza negli ultimi anni.

Tuttavia, se la finanza può essere vista e considerata come mondo rischioso, un individuo perfettamente razionale prende ogni tipo di decisioni inerenti agli investimenti, massimizzando l’aspettativa nel senso probabilistico del termine, della propria funzione di utilità. In pratica, ogni investitore può avere delle ottime capacità per ottenere degli ottimi guadagni, purché sia conscio sia dei punti di forza e sia della debolezza del mercato della finanza.

Di conseguenza, si deve essere in grado di guadagnare come essere capaci di tagliare eventuali perdite. Ciò consentirà di poter godere di una concreta soddisfazione generata da un dato o da ricchezza futura.  Poiché i rendimenti degli investimenti finanziari sono incerti, gli individui influenzano le probabilità di accadimento per eventi futuri e, queste probabilità, debbono essere incluse nel calcolo delle aspettative.

Uno dei punti cardini di tutta la questione, è individuabile nel comprendere quale sia la funzione del mercato finanziario nell’economia. Di fatti, se in senso lato, il mercato è il luogo in cui vengono soddisfatte un’offerta e una domanda per un certo bene, in questo caso il bene in questione è il denaro. L’ipotesi dell’avversione al rischio, si confronta con una osservazione molto semplice.

A partire dagli Anni Ottanta, la quota del PIL destinata al gioco d’azzardo è aumentata in molti paesi.  Ma tutti i giochi d’azzardo come i giochi da casinò, le tombole o le lotterie statali hanno una aspettativa negativa di guadagno. È quindi difficile dire che le persone evitino di correre rischi in qualsiasi circostanza se non vengono pagate per questa assunzione di rischio.

Daniel Kahneman, insignito del premio Nobel per l’economia nel 2002, e Amos Tversky, psicologo israeliano, hanno mostrato, in conclusione, che gli individui che affrontano scelte complesse usano l’euristica, ovvero delle regole semplificate per prendere le proprie decisioni.

Il debito pubblico: il vero problema di una sana economia

Non interrompere mai il tuo nemico quando commette un errore”.

Napoleone Bonaparte

Advisor Abbate - economia, crisi, ristrettezza, austerity

Come Advisor, debbo constatare come il debito pubblico sia divenuto una vera spada di Damocle. Mettendo il denaro sopra tutti i valori, le società occidentali stanno perdendo le loro anime e quelle dei popoli che le compongono.

Da Advisor, noto come i cittadini sia diventati una sorta di esseri artificiali che fluttuano alla mercé dei mass media il cui unico scopo è quello di ottenere il massimo profitto. In pratica, i cittadini vivono in un mondo in cui diventano solo consumatori di un individualismo esacerbato. Di conseguenza, non hanno più una identità, ma solo un dio: i soldi. In questo momento, sopravvivere al modello neoliberale non è certamente facile.

Non è un caso, perciò, che diversi economisti, vadano a proporre dei nuovi approcci come, ad esempio, quello di un capitalismo verde e maggiormente ecologico. Solo le persone ingenue e false, sono sorprese nel sentire così tanto rumore riguardo al debito pubblico. Di norma, un governo ammette strutturalmente un deficit fiscale annuale, ma, quando parliamo di un ritorno all’equilibrio, stiamo, in realtà, parlando di un ritorno agli standard europei. Tuttavia, è da considerare che, nei paesi sviluppati, una parte significativa della crescita è stata raggiunta attraverso un indebitamento.

Il debito pubblico può essere definito come tutti gli impegni finanziari ancora dovuti dalle pubbliche amministrazioni, vale a dire lo Stato, le autorità locali e le istituzioni pubbliche. La crisi del debito pubblico, iniziata nel 2008, sembra ricordare al mondo che gli stati possono essere inadempienti. È vero che lo stato è considerato indefinitamente solvibile a causa della sua capacità di aumentare le tasse, pur tuttavia, sostanzialmente, il debito pubblico frena investimenti e altro ancora. Oggi constatiamo che l’attuale percezione del debito è pessima.  Eppure il debito pubblico è di per sé necessario.

Dobbiamo quindi distinguere tra il debito stesso e il livello del debito per analizzare la sua legittimità. Di fatti, tra i vari fondamenti teorici della partecipazione del debito pubblico alla crescita, il debito pubblico è uno strumento di politica fiscale. Nella teoria keynesiana, infatti, i deficit sono considerati positivi, perché l’aumento del debito pubblico può avere un effetto benefico sulla crescita, in particolare durante la fase di recessione. L’effetto è tanto più importante perché è finanziato dal debito, perché l’aumento della spesa fiscale aumenterebbe il carico fiscale.

Ci sono due situazioni in cui possiamo considerare l’uso del debito coerente. In primo luogo, ci sono investimenti che avvantaggiano più di una generazione, quindi non è insolito che il loro pagamento sia ripartito su diversi anni.  In secondo luogo, ci sono settori finanziati dalla spesa pubblica che contribuiscono alla crescita e l’esempio dell’educazione sembra illustrare bene questo aspetto.

Pertanto, quando il debito incontra la “regola d’oro”, contribuisce alla crescita. Ma ora, l’attuale livello del debito pubblico, è troppo alto e quindi influisce sull’economia italiana. In pratica, il forte indebitamento rallenta la crescita del PIL, oltre che andare a modificare tanto le aspettative quanto le capacità a lungo termine degli agenti economici.

In conclusione, quando i governi finanziano i loro investimenti attraverso prestiti, il debito può ostacolare la crescita e le aspettative degli agenti economici possono essere negativamente modificate.

I danni di una cultura economica fin troppo neoliberalista

Nel mondo degli affari, lo specchietto retrovisore è sempre più chiaro del parabrezza

Warren Buffett

Advisro Abbate - banche, banca

Come Advisor, desidero evidenziare che, a partire dal 2000, le grandi banche sono entrate in una fase di eccessiva finanziarizzazione. Questa finanziarizzazione ha sviluppato un capitalismo sfrenato che ha creato una globalizzazione dell’indifferenza.

Queste istituzioni si sentivano essere troppo grandi per andare in bancarotta, così che dovevano essere salvate, qualunque cosa accadesse, dallo stato. Nei soli Stati Uniti, nello scoppio della bolla immobiliare, sono andati in fumo oltre 8 trilioni di dollari.

Da Advisor, considero che il modello neoliberale abbia diversi postulati che sarebbe quanto mai opportuno rivedere. Ad esempio, fino a quando il libero scambio aumenta necessariamente il benessere? Ma questo non è il solo. Difatti, è vero che i mercati portano spontaneamente all’efficienza? Oppure, il segreto bancario è davvero necessario per l’efficienza economica?

Quel che pare evidente, è che in una economia come quella attualmente in vigore, non a tutti i membri della società giungono dei benefici. In sostanza, è come un vasto gioco di Monopoli, in cui l’1% della popolazione possiede il 50% delle attività. Le risposte alle sostanze irritanti del modello attuale, vennero chiaramente identificate durante la riunione del G20 dell’aprile 2009 tenutosi a Londra. Infatti, si doveva far aumentare la regolamentazione finanziaria, cambiare il compenso esecutivo, eliminare i paradisi fiscali e supervisionare le agenzie di rating finanziario.

Dimenticandosi che l’economia è sempre basata sulla fiducia, tutti questi buoni propositi, tale sono rimasti, e i risultati economici sono quelli che si conoscono fin troppo bene. Reputo che il passaggio dalla società industriale ad una società della conoscenza, dovrebbe avvenire in varie fasi. Anche le cosiddette strategie economiche a breve termine di Internet, sostanzialmente, non hanno prodotto i benefici attesi a lungo termine.

È vero che la cultura digitale sta andando a modificare il concetto di ufficio, di fabbrica, di negozio in nome della produttività, ma, è altrettanto vero che la cultura digitale si stia impadronendo della casa e smaterializza oggetti di comunicazione come libri, dischi, giornali e film. Non a caso, un utente non è più obbligato a comprarli fisicamente al negozio.

In sostanza, la cultura digitale raggiunge, oggi come oggi, l’individuo dovunque egli sia, il quale è in grado di acquistare prodotti e contenuti dal web. Per molti versi, quindi, il modello di massificazione del prodotto e del cliente ha promesso di creare una massificazione dei benefici. Il tutto, di conseguenza, è stato globalizzato. Il cosiddetto sviluppo economico del 2008, in effetti, è stato un modello che saputo andare a stimolare tutta l’attività economica in modo così disomogeneo, da causare enormi squilibri tra persone e paesi, creando, perciò, un divario crescente.

Quindi, seppure in teoria tutti i paesi sono uguali, nella realtà dei fatti, vi sono alcuni che sono più uguali di altri. Spinti dalla globalizzazione economica, dagli algoritmi di finanziarizzazione e dall’avidità delle principali istituzioni bancarie e finanziarie, questo modello neoliberista ha palesato numerose falle. In conclusione, sono dell’idea che, specialmente negli ultimi trent’anni, la cultura del salvare il cittadino, è stata sostituita da una cultura del credito incentrata sul consumo e sul breve termine, quindi su una cultura dello spreco.

La probabile evoluzione del mondo degli affari

Gli affari sono sempre degli scambi… si scambia il denaro… la terra… i titoli… i mandati elettorali… l’intelligenza…la posizione sociale… le cariche… l’amore… il genio… ciò che si ha contro ciò che non si ha”.

Octave Mirbeau

Advisor Abbate - business, arte, cultura, mediatore, positivo

Una delle cose di maggior interesse che sembra assillare banche e imprenditori, è scoprire quale potrebbe essere la probabile evoluzione del mondo degli affari. Certamente, pur essendo uno scopo legittimo, questo non deve, tuttavia, permettere un assurdo spreco delle risorse. Infatti, non si deve aspettare che venga ad essere tagliato l’ultimo albero, inquinato l’ultimo ruscello, catturato l’ultimo pesce, per rendersi renderanno conto che i soldi non comprano tutto.

Seppure qualcuno stenti ancora a crederci, anche il motore dell’economia ha una sua logica a cui devi rispondere. Difatti, da Advisor, ricordo che sempre più sogni equivale ad avere sempre più bisogni, il che, poi, si può andare ad riassumere in un sempre più consumo. Una logica, quindi, che permette al mercato finanziario di espandersi sempre più.

Come Advisor, a tal proposito, desidero evidenziare come pure gli strumenti digitali oggigiorno a disposizione di un largo pubblico, concorrano a far espandere i mercati in rete. Tutto questo, comunque, non deve essere considerato come dei sogni di conquista delle ricchezze o sogni di dominio. La probabile evoluzione del mondo degli affari, pertanto, debbono essere uno stimolo anche per avviare un utilizzo più razionale delle risorse che sono a nostra disposizione.

Viviamo in una società in cui coesistono vari tipi di economia. Ad esempio, vi è la cosiddetta economia reale, ovvero quella in cui le aziende generano denaro reale con valore d’uso reale. In sintesi, è la somma del PIL di tutti gli stati. Accanto ad essa, vi è quella che viene ad essere definita come l’economia virtuale, ossia quella degli scambi finanziari speculatori. Sarebbe, tuttavia, alquanto negazionista, il non voler ammettere che, accanto a queste legittime forme economiche, ve ne siano altre ben diverse e molto meno nobili.

Forse non è vero che vi è quella che si potrebbe chiamare l’economia dei pirati, cioè quella che si basa su tangenti, contraffazione e frode fiscale, oppure si preferisce obliare sul fatto che esiste una economia della mafia, la quale si basa sul traffico illecito, sulle droghe, sulle armi, sulla prostituzione e via dicendo?

La cosa drammatica, è che, durante i periodo di crisi, le economie dei pirati e della mafia diventano più importanti dell’economia reale, distorcendo così tutte le analisi dei decisori. Indubbiamente, la “magia” del mercato neoliberale ha creato una eccessiva centralizzazione e i suoi eccessi hanno imposto ai cittadini la gerarchia, l’uniformità e i monopoli.

Tutto ciò, quindi, non fa altro che evidenziare come fosse utopica la visione di una crescita senza fine per una società organizzata come un business, cioè preoccupata di una redditività basata solo sul modello di scarto del consumo. Questo modello, di fatto, ha creato due problemi principali.

Il primo, senza dubbio, è il fatto che non è stata in grado di ridistribuire equamente la ricchezza, e il fatto che i benestanti rappresentano solo una piccola parte della popolazione ne è una ulteriore conferma. Il secondo, non di certo meno importante del primo, è che la sua crescita sfrenata ha distrutto troppi sistemi naturali. Qui, non si tratta di mettere in discussione l’esistenza di mercati o di profitti, ma solamente la loro egemonia. In conclusione, è la fine di un modello di crescita che doveva essere infinito, ma che invece ha funzionato in un mondo finito.

 

Su cosa si basa un sistema economico?

Quanto maggiore è la quantità da vendere, tanto minore sarà il prezzo al quale la merce deve essere offerta affinché possa trovare compratori; o in altre parole, la quantità domandata aumenta col discendere del prezzo, e diminuisce col salire del prezzo”.

Marshall

Advisor Abbate - Coca cola

modello economico, o, per meglio dire un sistema economico, è un modello di organizzazione e di funzionamento dell’attività economica, le cui caratteristiche influenzano, tra l’altro, la produzione di beni e servizi, le relazioni sociali e il funzionamento del mercato del lavoro. Da Advisor, ricordo che le caratteristiche del modello sono influenzate dalle peculiarità specifiche di ciascun paese.

Perciò, un sistema economico è il modo di produrre e distribuire beni e servizi e, tutto ciò che viene ad essere stabilito in un paese, ha una grande influenza sul tenore di vita dei suoi abitanti, sul livello di disuguaglianze, sulle relazioni con altri paesi e sul potere economico. Pertanto, tra le altre cose, determina una politica di redistribuzione più o meno estesa, come pure, una determinata apertura economica.

Ovviamente, i sistemi economici variano a seconda delle regioni e dei tempi. I paesi occidentali, oggigiorno, seguono un’organizzazione basata sul capitalismo, mentre il sistema economico in vigore nei paesi dell’ex blocco orientale, era basato sui principi dell’economia comunista.

Come Advisor, considero un sistema economico, anche per il suo effetto sullo sviluppo economico, e questo perché determina l’allocazione delle risorse, ossia è un modo di distribuire le risorse. Altra considerazione da fare, è quella che un sistema economico induce una interazione indiretta tra il sistema ambientale, cioè le risorse, e il sistema demografico, ovvero i bisogni. L’economia di mercato nacque tra il 1650 e il 1750. Per quanto riguarda l’attuale modello, è da considerare che, molto dell’attuale modello economico, venne creato a partire dagli anni Ottanta, grazie a Ronald Reagan e Margaret Thatcher.

Tra i vari attuali imperativi, troviamo la massimizzazione del profitto, la competizione e l’accumulazione di capitale. Questo modello ha sperimentato diverse ondate di innovazioni che l’hanno portato a livelli considerati ineguagliabili. Tuttavia, è innegabile che l’obsolescenza del modello neoliberista, a causa della moltiplicazione degli algoritmi di finanziamento e l’avidità di talune oligarchie, abbia generato la crisi del 2008 negli Stati Uniti, la crisi in Europa del 2012 e sia attore principale per le varie crisi dei paesi emergenti.

Questi diversi “incendi”, pertanto, portano a far credere che l’attuale modello economico neoliberale, possa diventare obsoleto. Le ragioni per le crisi attuali, ovviamente, sono molteplici. Ad esempio, sembra che siano sempre più i soggetti a non tener conto dei costi futuri delle scelte non fatte dai nostri attuali leader. Di conseguenza, il comparto imprenditoriale si sta indebolendo e il suo futuro diventerà caotico.

Non a caso, vari rapporti della Banca Mondiale, sottolineano come si sia sulla strada di una implosione. Oggi, in tutti i settori, come in quello automobilistico, dell’aviazione del consumo alimentare, e altri ancora, vi sono delle vere e proprie oligarchie. Basta pensare alla Coca-Cola, alla Kraft, alla Nestlé, alla Procter & Gamble, alla Pepsico, alla Unilever, alla Kellog, alla Johnson & Johnson e alla General Mills, per comprendere il concetto.

A tal proposito, alcuni ricercatori svizzeri hanno analizzato oltre quarantamila multinazionali per scoprire che 1.318 aziende, se interconnesse fra loro, formerebbero un nucleo molto forte. In pratica, seppure rappresentando solamente l’1%, questo nucleo monopolizzerebbe oltre il 60% delle attività economiche industriali e finanziarie mondiali. In conclusione, queste multinazionali potrebbero diventare i padroni del mondo industriale ed, quindi, economico.

 

Il potere di acquisto delle famiglie italiane nell’era dell’euro

L’umanità non potrà mai vedere la fine dei suoi guai fino a quando gli amanti della saggezza non arriveranno a detenere il potere politico, ovvero i detentori del potere non diventeranno amanti della saggezza”.

Platone

È dal primo di gennaio del 2002 che si è dato l’ultimo saluto alla nostra vecchia e amata lira. Da allora, come e quanto è cambiata la nostra vita? Certamente di molto. Infatti, come Advisor, la notizia vera e propria non è tanto il fatto che, oggigiorno, per una pizza margherita una famiglia italiana deve pagare all’incirca 7,5 euro a testa, rispetto alle 6.500 lire, quanto il fatto che è drasticamente modificato il potere di acquisto.

In Italia, paese in cui notoriamente è possibile discutere su tutto, stranamente, ogni qualvolta si mette in discussione la questione euro, vengono innalzate barricate in difesa, perfino dagli economisti. Pur tuttavia, da Advisor, non posso esimermi nel considerare che, per quanto verte l’Italia, l’introduzione di quella che è poi divenuta la moneta unica europea avvenne con un Romano Prodi che lo permise con dei valori improvvidamente accettati.

La centralità del problema, quindi, è data dal fatto che, nell’era dell’euro, si sia andato a incrinare il potere di acquisto delle famiglie italiane. Difatti, oltre che considerare tanto la voce redditi e quella dei risparmi, per comprendere gli effetti causati dall’avvento dell’euro, è da comprendere l’aspetto legato a quello che è il potere di acquisto.

In gran parte, a distanza di tempo, è da ammettere che, in special modo il ceto medio italiano, si sia subito una forte ripercussione, il tutto alimentato, poi, da una sorta di una vera e propria ortodossia monetaria. Indubbiamente, la crisi finanziaria del 2008, ha fatto sì che, i malumori crescessero, anche in considerazione delle ripercussioni sulle attività in generale.

Di fatti, ritorna forte lo spettro della disoccupazione, accompagnato da un’impennata dell’inflazione con il conseguente crollo del potere d’acquisto. Pur tuttavia, si continua, molto stranamente, a sostenere che l’introduzione dell’euro abbia contribuito a ridurre l’inflazione in Europa e in Italia, seppure il potere d’acquisto delle famiglie racconta un’altra ben diversa storia.

Se il ritornello tanto caro ai contrari all’introduzione della moneta unica, sostiene che l’euro ha contribuito ad un aumento dei prezzi, riducendo in tal modo il potere d’acquisto degli italiani, di contro, i talebani dell’euro sostengono, a spada tratta, che è proprio grazie all’euro che l’inflazione è rimasta relativamente moderata rispetto al passato. Ora, specialmente in tema di economia, si possono avere le più disparate visioni e prospettive ma, tuttavia, quel che conta realmente è il come il tutto venga ad essere vissuto dai cittadini. Invero, gran parte di essi parte da una semplice constatazione dei fatti.

Se prima dell’euro, con uno stipendio di 1.500.000 di lire, si viveva bene, appena arrivato l’euro, si è avvertito immediatamente che, nella conversione non si manteneva più il modus vivendi che si aveva prima. A tal proposito, è da sottolineare che la colpa principale di Prodi e compagni è stata proprio il fatto che non si è controllato l’aumento che era in atto.

Un esempio su tutti. Al mercato, quello che costava mille lire, improvvisamente, veniva venduto ad un euro, il che vuol dire che si era raddoppiato il costo e il suo relativo prezzo di vendita.  In conclusione, questa forte discrepanza, immediatamente avvertita dai consumatori, i più sensibili all’evoluzione dei costi dei prodotti acquistati più frequentemente, è stata totalmente e colpevolmente sottovalutata dai Prodi e compagni, generando, di fatto, un astio nei confronti dell’euro.

Intelligence economica, il punto focale per lo sviluppo economico di un Paese

La misura dell’intelligenza è la capacità di cambiare

Albert Einstein

Advisor Abbate - tricolore cervello

Da Advisor, considero l’intelligence economica come uno dei punti focali per comprendere e analizzare lo sviluppo economico di un paese. Giusto per evitare ogni possibile fraintendimento, questa azione nulla ha a che fare con lo spionaggio classico e tanto meno con quello economico e / o industriale. Quindi, con l’intelligence economica, si identifica una raccolta di informazioni assolutamente legali.

Come Advisor, anche in questo caso, sono animato da un forte spirito di deontologia ed etica professionale. L’intelligenza economica, perciò, è l’insieme delle attività coordinate per la raccolta, l’elaborazione e la diffusione di informazioni utili agli attori economici.

Ovviamente, può essere integrato da altre forme come, ad esempio, l’intelligence sociale, tramite la quale si potrà, tra l’altro, andare ad organizzare la condivisione di informazioni ai fini della performance delle possibili azioni economiche e finanziarie. Anche se le finalità e gli scopi, in sostanza, sono stati codificati nel corso del tempo, questo termine apparve in Francia a metà degli anni 1990.

Ovviamente, non esiste una definizione riconosciuta dalla comunità scientifica, dal momento che la formula è stata forgiata essenzialmente dagli ambienti governativi, economici e finanziari. In sostanza, è possibile descrivere l’intelligenza economica, come la sommatoria di tutte le tecniche di ricerca e protezione di informazioni essenzialmente economiche, tecnologiche e commerciali utilizzate per preservare o conquistare i mercati.

Quindi, come ho precisato all’inizio, è una ricerca di informazioni aperte, liberamente accessibili a tutti tramite i vari mezzi di comunicazione tradizionali e informatici, quindi mediante giornali, pubblicazioni e internet e via dicendo. La dottrina dell’intelligenza economica nazionale è, di conseguenza, una strategia che può anche essere messa in atto da uno stato per sostenere le sue imprese nei mercati mondiali. In questo caso, implica una metodologia concertata e discreta tra lo stato, la sua amministrazione e le imprese.

L’intelligenza economica può, perciò, essere definita come l’insieme di azioni coordinate di ricerca, elaborazione e distribuzione. Queste varie azioni sono svolte legalmente con tutte le garanzie di protezione necessarie per la salvaguardia del patrimonio aziendale.

Di fatto, sono informazioni utili e necessarie ai diversi livelli decisionali di una azienda o della comunità, per sviluppare e attuare coerentemente la strategia e le tattiche necessarie per raggiungere gli obiettivi stabiliti, come, per esempio, migliorare la posizione di una società anche nel suo ambiente competitivo. A tal proposito, è bene sottolineare come tutte queste azioni, vengono ad essere organizzate attorno a un ciclo ininterrotto, generando una visione condivisa degli obiettivi dell’azienda.

Non a caso, l’intelligenza economica è la padronanza concertata dell’informazione e la coproduzione di nuove conoscenze, è l’arte di individuare minacce e opportunità coordinando la raccolta, l’ordinamento, l’archiviazione, la convalida, l’analisi e la diffusione di informazioni utili o strategiche. In conclusione, pare più che evidente come una intelligence economica sia il punto focale per lo sviluppo economico di un paese, dato che consiste nel riassumere ed evidenziare tutti quei concetti, strumenti, metodologie e pratiche che permettono di mettere in relazione, in modo rilevante, conoscenze e informazioni diverse nella prospettiva di padroneggiare e sviluppare le dinamiche economiche.

 

L’intelligenza economica russa sotto Putin: un modello per una guerra commerciale

Gli europei non si sono degnati di considerarci dei loro in nessun modo, né a nessun prezzo”.

Fëdor Dostoevskij

Advisor Abbate - Mosca

Se l’URSS ha perso la guerra fredda in parte a causa di un modello economico fallito, come Advisor, sono dell’idea che la Russia potrebbe benissimo essere uno dei vincitori della guerra economica globale. È innegabile che la Russia debba il suo ritorno sulla scena mondiale alla sua strategia economica. Dopo il buco nero degli anni Novanta, la caduta del muro di Berlino nel 1989, la disgregazione dell’URSS nel 1991, la Russia sembra aver trovato le vie del potere.

Da Advisor, reputo che questo successo sia dovuto più al suo potenziale economico, specialmente alle sue riserve di materie prime energetiche, che alle sue forze armate. Oggi, Stalin non metterebbe in discussione il numero di divisioni di un potenziale nemico della Russia, ma il numero delle sue fabbriche, il peso delle sue risorse naturali e quello della sua forza finanziaria. Un nuovo ordine mondiale, che il regime di Vladimir Putin ha perfettamente integrato.

Infatti, da quando è entrato in carica nel 1999, Putin ha implementato una strategia economica al servizio del potere russo. Possiamo quindi parlare di un sistema o persino di una dottrina dell’intelligenza economica nazionale?

Indubbiamente, per rispondere a questa domanda, si deve comprendere come si articoli la relazione tra lo stato russo e gli attori privati ​​responsabili della sicurezza economica delle imprese russe e straniere. In altre parole, studiare come Putin sia “lavorando” per riposizionare gran parte dell’apparato amministrativo per proteggere gli interessi economici russi. In breve, è da considerare come la Russia di Putin si sta preparando per la guerra economica globale. La guerra economica è un nuovo concetto, difficile da definire.

Per la stragrande maggioranza degli specialisti delle relazioni internazionali, la guerra non può che essere militare. Non a caso, la guerra è vista come l’uso della forza armata per risolvere una situazione di conflitto tra due o più comunità. Di certo, consiste nel costringere ogni avversario a sottomettersi alla propria volontà, se si vuole riecheggiare quanto era solito asserire Carl von Clausewitz.

L’approccio di Quincy Wright, invece, presenta la guerra come un contatto violento tra entità separate ma simili. Per Gaston Bouthoul, la guerra è un atto legale. Parrebbe, quindi, usurpatoria la definizione di guerra, se la si volesse andare ad applicare agli scontri economici, visto la mancanza di violenza armata, una specificità della guerra.

Tuttavia, parte di questa definizione si applica bene alle nostre problematiche. Se la guerra deve sottomettere l’altro alla propria volontà, allora la guerra economica mira allo stesso obiettivo. Quindi, spogliando la guerra della sua dimensione puramente militare, ma preservandone gli obiettivi, si trova la base per il concetto di guerra economica. Non a caso, in un mondo super competitivo, i principali attori della guerra economica sono le compagnie e più in particolare le multinazionali, anche se gli Stati rimangono un attore decisivo di questa guerra.

Un professore di strategia, Edward N. Luttwak, annunciò già nei primi anni Novanta l’avvento della guerra economica globale. Quindi, diremo che la guerra economica è l’uso, da parte di attori statali o privati, di pratiche sleali o illegali nelle loro relazioni economiche. La guerra economica è portata alla sua massima espressione quando uno stato sceglie, con l’aiuto della sua amministrazione e delle proprie multinazionali, di perseguire una strategia concertata per preservare o guadagnare quote di mercato.

Le grandi aziende appaiono, quindi, come il braccio armato degli stati. Di conseguenza, la guerra economica diventa uno strumento al servizio del potere degli stati, ed è il volto più aggressivo della geo economia, ovvero l’analisi delle strategie economiche, in particolare quelle commerciali, decise dagli Stati nel quadro di politiche volte a proteggere la loro economia nazionale.

In sostanza, per aiutare le proprie imprese nazionali ad acquisire il controllo di tecnologie chiave e / o per conquistare determinati segmenti del mercato mondiale relativi alla produzione o alla commercializzazione di un prodotto o una gamma di prodotti sensibili. In conclusione, è un elemento di potere e di influenza internazionale che contribuisce a rafforzare il proprio potenziale economico e sociale.

Perché l’Africa non sta crescendo?

L’aria, in Africa, ha un significato ignoto in Europa: piena di apparizioni e miraggi, è, in un certo senso, il vero palcoscenico di ogni evento”.

Karen Blixen

advisor-abbate-economia-sviluppo

Come Advisor, ovviamente, sono particolarmente attento alle evoluzioni economiche del continente africano. Da Advisor, tuttavia, devo constatare di come l’Africa non stia crescendo e di come l’intero continente non sia affatto in grado di comprendere e utilizzare al meglio le sue molte ricchezze. Di certo, non ha imparato le lezioni dei modelli socio-politici vissuti in tutto il mondo!

Indubbiamente, uno dei punti dolenti di tutta la questione è dato dall’inadeguatezza del suo sistema educativo. Nonostante siano passati numerosi anni da quando i paesi africani hanno proclamato la loro indipendenza, il sistema educativo africano, in linea generale, non si è ancora adattato alle realtà del mondo di oggi e all’evoluzione delle società africane.

Non a caso, l’istruzione elementare rimane ancora un lusso per la maggioranza. Oltre a ciò, è da considerare che, di base, l’istruzione superiore consiste in gran parte di laureati disoccupati che, quindi, non possono entrare nella forza lavoro non appena lasciano la scuola. Perciò, sfortunatamente, in un tale contesto, l’educazione tecnica e professionale che, invece, dovrebbe essere privilegiata, rimane al palo, manifestando una imperante scarsa relazione del sistema educativo africano.

A tal proposito, reputo tutto questo come una delle questioni essenziali dello sviluppo complessivo dell’Africa a cui è assolutamente necessario che le nazioni africane sappiano trovare una soluzione adeguata. Altra problematica che spiega il perché l’Africa non stia crescendo, è quella legata alla complessiva instabilità sociopolitica. Di fatti, è possibile contare sulle dita di una mano, i paesi africani che possono vantarsi di aver vissuto una lunga stabilità socio-politica. Questa è una condizione sine qua non per un corretto sviluppo.

L’Africa soffre della debolezza della sua organizzazione sociale e politica, tant’è che la combinazione di conflitti interni e appetiti esterni voraci, devastano la sua ricchezza. Indubbiamente, considero come una delle ragioni di questa instabilità cronica e ricorrente, la difficoltà di appropriarsi dei principi della democrazia.

In genere, chi arriva al poter, lo fa, nel peggiore dei casi, con un colpo di stato o per una successione dinastica, o tutt’al più, nel migliore dei casi, con elezioni pseudo democratiche. Tuttavia, alla fine, gran parte dei capi di stato africani, alla fine, finiscono per soccombere, per la maggior parte del tempo, alla tentazione della dittatura.

Grazie all’assenza di eserciti repubblicani, alla corruzione, all’analfabetismo di gran parte dei popoli, al clientelismo, al culto della personalità e via dicendo, alla fine non si fa altro che generare dei conflitti socio-politici. Di conseguenza, inconsciamente o no, i popoli africani sono loro stessi fabbriche di dittatori. Altra piaga africana è la corruzione, la quale colpisce in particolare quella che dovrebbe essere l’élite. Di fatto, in assenza di iniziative individuali o collettive per la produzione di ricchezza, lo Stato rimane l’unica vacca da mungere.

La politica è, quindi, il più grande fornitore di posti di lavoro e l’unico modo per arricchirsi legalmente o illegalmente senza lavorare. Questo stato di cose inibisce qualsiasi iniziativa e trasforma alcuni membri dello Stato, ma specialmente quelli che sono al potere o vicini, in vere e proprie sanguisughe.

Il paradosso, poi, è che, se il denaro proveniente dalla corruzione fosse effettivamente investito nelle persone, l’Africa avrebbe compiuto un grande balzo in avanti sulla strada dello sviluppo. In conclusione, il “buon governo” non certamente è il punto di forza dei leader africani.