Qual è l’avvenire per l’industria delle costruzioni navali in Europa?

Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Esplorate. Sognate. Scoprite

Mark Twain

Come Advisor, ricordo che l’industria della costruzione navale nel mondo oggi è dominata dal Giappone, dalla Corea del Sud e dall’Europa occidentale. Il solo Giappone produce quasi il 40% della stazza mondiale, mentre l’Europa occidentale rappresenta tra il 20 e il 25% della produzione.

Anche se emergono nuovi produttori, in particolare la Cina e alcuni paesi dell’Europa orientale, per me Advisor queste cifre forniscono una chiara idea di come sia dinamico l’avvenire per l’industria delle costruzioni navali. Negli ultimi decenni, i cantieri dell’Unione Europea hanno subito una ristrutturazione significativa. Ciò ha comportato una riduzione del 70% della forza lavoro e almeno il 60% della capacità rispetto al 1976.

Nonostante queste ristrutturazioni, l’industria europea della costruzione navale è piuttosto frammentata. Nel 1997 vi erano 103 aziende di cantieri navali, di cui una dozzina forniva il 65% della produzione. Nel 1996, i primi cinque produttori rappresentavano il 36% del volume totale prodotto in Europa, mentre i primi cinque produttori coreani rappresentavano il 99% della capacità coreana.

Una caratteristica importante della costruzione navale europea, è la produzione di navi di maggior valore rispetto alla Corea del Sud o al Giappone. Pertanto, nel 1996, la quota europea del portafoglio ordini mondiale era la più grande in termini di valore, 31%, mentre rappresentava solo il 21% del volume totale.

L’industria della costruzione navale è, quindi, un’industria ad alta tecnologia. ma l’Unione europea sta lavorando bene? In tutta Europa, i cantieri navali tedeschi ricevono gli ordini maggiori e sono davanti all’Italia, ai Paesi Bassi e alla Spagna. Anche i cantieri francesi fanno la loro parte, ricevendo ordini per diverse tonnellate.

In termini di posti di lavoro, la costruzione di navi mercantili nell’Unione europea occupa 70.000 persone, secondo la Commissione europea. Nella sola Francia, ad esempio, la costruzione e la riparazione di navi impiegano direttamente o indirettamente circa 23.000 dipendenti.

Tuttavia, l’industria della costruzione navale in Europa, è oggi ad un punto di svolta e ha assolutamente necessità che l’Unione Europea presenti in commissione delle serie proposte volte ad attuare una nuova politica di costruzione navale. Non a caso, sollevano interrogativi e preoccupazioni le proposte nelle quali, obiettivo pressoché unico, è la messa in discussione di aiuti di Stato diretti concessi alla costruzione navale.

Di fatti, nessun Stato non può rimanere indifferente ai testi che potrebbero avere conseguenze importanti per il futuro dell’industria navale. Reputo che, a questo punto, sia quanto mai necessario che anche l’Italia presso l’Unione Europea esamini attentamente le varie proposte e, se risultasse necessario, abbia la forza di prendere posizione adottando una risoluzione.

Sono, infatti, dell’opinione che sia di fondamentale importanza promuovere aspetti quali, per esempio, la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione, come pure sostenere la cooperazione industriale e stimolare la domanda.

In conclusione, è ora che la classe politica si imponga e faccia tutto ciò che è necessario al fine di salvaguardare, in maniera concreta e non più fumosa, l’industria cantieristica.

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L’eco-design è il futuro della costruzione navale?

Il mare crea una nostalgia impossibile da debellare. Il mare ti vive dentro

Stephen Littleword

Advisor Abbate - genova

Da Advisor, annoto come l’eco-progettazione globale, vale a dire il tener conto della riduzione dell’impatto ambientale delle navi durante l’intero ciclo di vita, sia oggetto di un progetto ambizioso guidato da diversi valenti industriali.

D’altra parte, come Advisor, non posso non tener conto che, ad esempio, Soreel, Protecflam, MYG Decking, Auxitec Engineering, Ship Studio, Bureau Veritas, Saint-Nazaire Marine, DCNS, i cantieri navali Baudet e STX France, stiano fattivamente collaborando con ADEME per finanziare lo sviluppo di uno strumento comune volto a determinare il profilo ambientale di una nave.

Con un costo di 300.000 euro, il progetto è stato avviato da NEOPOLIA, una rete di 90 aziende industriali, la cui gestione è stata affidata alla SDI, Stirling Design International, e allo sviluppo di strumenti per l’azienda EVEA, specializzata in valutazioni ambientali e approcci di eco-design.

Un interessante caso di studio è stato eseguito su un motoscafo di 30 metri. Chiamato Sustainable Ship Design, il progetto ha portato alla creazione di un software per determinare l’impatto della nave sull’ambiente per l’intero ciclo di vita.

Al fine di ridurre le fonti di inquinamento, sono stati studiati non solo i materiali scelti per la sua costruzione, ma, anche l’assemblaggio in cantiere, da utilizzare, inoltre, una volta in servizio, compresa la manutenzione fino allo smantellamento.

Una distribuzione degli impatti sull’ambiente viene effettuata durante le varie fasi della vita della barca, sulla base di criteri precisi, tra i quali, l’eco tossicità degli ambienti, l’eutrofizzazione, ovvero la proliferazione delle alghe e distruzione di fauna e flora, il riscaldamento globale, l’acidificazione atmosferica, la distruzione dello strato di ozono, la tossicità umana, l’emissione di particelle fini, l’esaurimento delle risorse naturali, gli indicatori di flusso, il consumo di acqua, di energia, e la produzione di rifiuti.

Pertanto, il profilo ambientale di una fregata, di una nave passeggeri, di una nave da carico o di una nave da crociera, potrebbe essere analizzato per l’intero ciclo di vita. Il progetto SSD è, oltre a ciò, di grande interesse strategico perché consente la condivisione di dati tra aziende dello stesso settore.

È uno dei primi approcci globali per valutare e ridurre l’impatto ambientale di una nave. A tal riguardo, è stata creata una piattaforma comune, la quale consente, a tutte le parti interessate tanto alla costruzione navale quanto alla riparazione navale, di conoscere con precisione l’impatto della loro attività sull’ambiente.

L’obiettivo è di consentire agli sviluppatori DSS di beneficiare in definitiva di un vantaggio competitivo. Lo strumento, non a caso, consente di soddisfare gli standard e le normative più recenti per proteggere l’ambiente e persino anticiparli.  Oltre al semplice aspetto ecologico, va notato che gli approcci di eco-design possono anche aiutare a progettare navi più economiche a lungo termine.

In conclusione, è innegabile che, grazie a questo sforzo, si potrà ottenere un trasporto via nave che sia molto più rispettoso dell’ambiente.

In che direzione si muove il futuro della cantieristica?

Ogni onda del mare ha una luce differente, proprio come la bellezza di chi amiamo”.

Virginia Woolf

Da Advisor, reputo che, oggi come oggi, l’intero comparto delle costruzioni navali richieda, necessariamente, di un approccio globale. Di fatti, come Advisor, considero di fondamentale importanza aspetti quali, ad esempio, il miglioramento della produttività e dell’innovazione, ottimizzando, al contempo, le prestazioni della nave e i processi di progettazione del cantiere navale.

È innegabile che, l’industria della costruzione navale, offra un’opportunità unica, in quanto gli operatori aggiornano le proprie flotte future in modo aggressivo per soddisfare la domanda di imbarcazioni flessibili, efficienti dal punto di vista energetico, affidabili e rispettose dell’ambiente, con prestazioni migliori e riduzione del costo totale della proprietà.

La progettazione e la costruzione di navi e di piattaforme offshore estremamente complesse, è un compito arduo di fronte ad una intensa concorrenza internazionale e alla pressione sui prezzi, pur rispondendo alle esigenze operative durante la vita della nave.  Le navi e le piattaforme offshore devono resistere agli effetti a lungo termine dei loro ambienti operativi.

I volumi di produzione, altamente personalizzati, quindi, richiedono una notevole quantità di conoscenze scientifiche, esperienza e tecnologie di produzione. Inoltre, è, anche, da considerare che il costo di manutenzione e revisione di imbarcazioni avanzate può essere più volte il prezzo di acquisto.

Pertanto, è essenziale che i nuovi programmi di costruzione navale rispettino il costo totale della proprietà stessa, nonché i requisiti di prestazioni operative e di carico utile. Per sfruttare queste opportunità, di conseguenza, gli armatori devono cercare di migliorare la produttività all’interno dell’azienda e, questo, attraverso un migliore allineamento operativo e con una ottimizzazione dei processi utilizzati per la gestione, tra l’altro, della progettazione, della costruzione e della necessaria manutenzione.

I cantieri navali hanno l’opportunità di ottimizzare le prestazioni e massimizzare la produttività del ciclo di vita creando una impresa perfettamente integrata e sincronizzata che colleghi progettisti, ingegneri, specialisti di produzione, team di supporto, partner e fornitori. Solo in questa maniera, si potrà consentire il preservare la loro posizione competitiva.

Questo nuovo approccio più efficiente, sono solito chiamarlo la “Flotta del futuro”, proprio perché consente agli armatori di sfruttare la tendenza di modernizzazione delle flotte.

Quindi, una delle centralità inerenti il tema in che direzione si muove il futuro della cantieristica, è quello di decidere di adottare un approccio globale per migliorare l’innovazione e la produttività nella costruzione navale. Per la costruzione navale, la soluzione di gestione del ciclo di vita del “prodotto”, consente agli armatori di trasformare i processi aziendali in linea con la visione della Flotta del futuro.

Questa soluzione sfrutta ogni aspetto della rivoluzione tecnologica per accelerare lo sviluppo di navi e piattaforme offshore, promuovendo, in tal modo, innovazione, collaborazione e competitività. Catalizzatore della costruzione navale, la produttività può, dunque, essere accelerata in virtù di complementari guide e modelli configurati da professionisti.

In conclusione, in ambito della costruzione navale, sono di fondamentale importanza elementi di supporti come, per esempio, gestione di prodotti e programmi di costruzione navale, progettazione e ingegneria navale, la costruzione digitale delle navi, la gestione della supply chain e il servizio di spedizione e supporto.

Politica sociale tra le arti delle buona economia

Sono un socialdemocratico che vuole sia il libero mercato sia la presenza dello stato. Sono un pragmatico che cerca di agire correttamente. Provo a portare queste contraddizioni dentro un sistema armonico e unito”.

Isaac Herzog

Quando, da Advisor, mi trovo coinvolto al pensare alla politica sociale tra le arti della buona economia, non mi posso astenere dal ragionare in merito al rapporto esistente tra libertà e uguaglianza. Di fatti sarebbe un clamoroso errore tanto pratico quanto strategico, il non voler procedere ad una riflessione sulla effettiva partecipazione alle scelte economiche delle varie classi.

So perfettamente che, in linea generale il termine classe può non piacere, pur tuttavia, da Advisor, non possono nascondere che esista, di fatto, una netta separazione tra le varie componenti di una qualsiasi società. Non a caso, una delle principali tematiche economiche a cui, nel tempo, la classe politica ha dovuto dare delle risposte è stata, ad esempio, la partecipazione ai movimenti economici da parte della classe operaia.

Mill era per lo sviluppo di una eguaglianza politica, ma, senza rinunciare all’individualismo nel quale era stato educato e senza, neppure, rinnegare le sue tendenze elitarie, il tutto, poi, intensificato dal romanticismo e dal socialismo di Saint-Simon.

Sebbene Mill difendesse la leadership politica del “migliore”, al contempo, non negava la libertà di pensiero di tutti gli esseri umani, come dimostra il suo disaccordo con Auguste Comte sui limiti del potere spirituale che governa le società. Mill difende una democrazia elitaria, ma, fondamentalmente, per vedere migliorate le condizioni dei lavoratori sia in tema di partecipazione politica e sia in tema di educazione economica.

Per certi versi, quindi, il suo pensiero si potrebbe riassumere in una visione nella quale sarebbe più opportuno seguire una élite, in attesa di una evoluzione che porti ad una soluzione in cui non ci dovrebbero essere delle differenze di classe. Quindi, è facilmente individuabile il fatto, che, questa miscela di elementi vecchi e nuovi mostra come Mill sia stato uno degli artefici di quel nuovo movimento noto come socialdemocrazia.

Il sensismo e lo spiritualismo romantico, indiscutibilmente, diedero a Mill gli elementi necessari per superare quelli che considerava gli errori della teoria e della pratica del suo tempo, forgiando, pertanto una combinazione molto particolare.  D’altra parte, il cambiamento dei parametri era ben lungi dal privarlo di certi principi metodologici, come, per esempio, l’economia politica di Adam Smith o le idee liberali sulla libertà e la partecipazione politica, ancora presenti negli scritti.

A fronte di tutto ciò, è da osservare come, ancora oggi, a distanza di così tanto tempo, quanto sia così attuale l’andare ad esaminare tutte quelle linee metodologiche e ideologiche che permettano di far evolvere una concreta economia politica e non una mera politica sociale basata su un inutile assistenzialismo a tutti i costi.

Considero, pertanto, che si debba essere in grado di saper andare oltre i concetti di una libera economia come pure di preconcetti e radicate posizioni. Considero più utile sviluppare una economia che si basi su concetti più riformisti piuttosto che meramente rivoluzionari.

In conclusione, forse, il cercare di garantire la libertà dell’individuo tramite una socialdemocrazia, risulta essere ancora una semplice utopia liberale.

 

La forte ostilità nei confronti del mondo finanziario

Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi”.

John Maynard Keynes

Come Advisor, non posso non osservare come, specialmente negli ultimi tempi, sia sempre più forte l’ostilità da parte dell’opinione pubblica nei confronti del mondo finanziario. Indiscutibilmente, gran parte di questo sentimento è legato alle conseguenze derivanti da una lunga crisi, la quale si è andata, fin troppo, a prolungare nel tempo.

Tuttavia, in qualità di Advisor, non posso considerare tutto ciò come dei semplici sentimenti creati dai numerosi movimenti di protesta. Di fatti, è innegabile che gran parte della popolazione mondiale si stia interrogando su cosa sia esattamente la finanza, oltre che domandarsi se sia socialmente utile.

Fino a poco tempo fa, queste domande sarebbero sembrate assurde, poiché era stato accettato, almeno tra gli economisti, che il mondo finanziario potesse avere solo un ruolo positivo sulla crescita. Le ricorrenti turbolenze finanziarie e la crisi senza precedenti nelle economie sviluppate, mettono, tuttavia, in discussione l’analisi della relazione tra la sfera finanziaria e l’economia reale.

Quindi, senza mettere in discussione i contributi essenziali della finanza, si tratta di interrogarsi sugli eccessi e le disfunzioni rilevati negli ultimi anni. D’altra parte, tutto quello che verte il mondo della finanza è, da sempre, un qualcosa di assolutamente delicato. A tal proposito, reputo che sia quanto mai indispensabile che tanto uno Stato quanto la Legge, debbano intervenire come maggior forza, al fine di mettere in moto quelle opportune riforme che la società richiede all’intero sistema economico.

Non si può dimenticare, quindi, l’importanza fondamentale che riguarda, tra l’altro, la distribuzione dei profitti di produzione. Di fondo, dunque, oggi come oggi, è richiesta una maggiore trasparenza di tutti quei meccanismi che vanno a regolare l’intero mondo finanziario. Operando in questa direzione, credo che si possa andare a migliorare il livello degli attuali sentimenti.

La qualità della vita, pertanto, deve ottenere una maggiore centralità e, di conseguenza, non può essere vista solamente come una mera questione marginale. Tuttavia, lo Stato è una delle possibili organizzazioni coinvolte in questo processo, ma, non può essere l’unico.

Pur tuttavia, se non ci si libera da tutte quelle teorie comuniste, che si fondano in una contrapposizione tra individuo e stato, sarà veramente complicato andare a sviluppare una concreta rivoluzione sociale. In sostanza, non si deve più concepire l’organizzazione dello stato, come una rappresentazione individualista, ma, dovrà essere considerato come una forma progressista, che è in grado di gettare solide basi per una reale democrazia sociale.

Questo, quindi, deve essere l’impegno comune di tutte le parti sociali. In caso contrario, la vedo davvero difficile il voler liberare il mondo economico e finanziario dalle attuali considerazioni negative.

In conclusione, reputo che l’unica strada percorribile, sia quella che si caratterizza nel funzionamento di una democrazia che risulti essere in grado di raggiungere quegli obiettivi che sono strategicamente importanti e fondamentali per il bene comune di tutti gli esseri viventi.

 

L’influenza della politica di Putin nell’economia mondiale

Penso che un uomo di stato deve avere, come minimo, la testa sulle spalle. Per promuovere i rapporti interstatali bisogna essere guidati dagli interessi fondamentali dei propri paesi e non dalle emozioni

Vladimir Putin

Se l’URSS ha perso la Guerra Fredda, in parte a causa di un modello economico fallimentare, la Russia potrebbe benissimo essere uno dei vincitori della guerra economica globale. Da Advisor, reputo che sia innegabile che la Russia debba il suo ritorno sulla scena mondiale alla sua nuova strategia economica.

Dopo il periodo nero degli Anni Novanta, ovvero con la caduta del muro di Berlino nel 1989, la disgregazione dell’URSS nel 1991, la Russia mi sembra, come Advisor, che abbia ritrovato le vie del potere. Questo è dovuto più al suo potenziale economico, specialmente alle sue riserve di materie prime energetiche, che alle sue forze armate.

Oggi, se fosse vivo, Stalin non metterebbe in discussione il numero di divisioni di un potenziale nemico della Russia, ma il numero delle sue fabbriche, il peso delle sue risorse naturali e quello del suo potere finanziario.  Un nuovo ordine mondiale, quindi, che il regime di Vladimir Putin ha perfettamente compreso e integrato. Da quando è entrato in carica nel 1999, Putin ha implementato una strategia economica al servizio del potere russo.

Ma possiamo parlare di un sistema o persino di una dottrina dell’intelligenza economica nazionale? Per rispondere, sarebbe opportuno studiare come si articola la relazione tra lo stato russo e gli attori ​​responsabili della sicurezza economica delle imprese russe e straniere, e non solo. Infatti, è innegabile che Putin abbia rivisto parte dell’apparato amministrativo, con il fine di proteggere gli interessi economici russi.

Inoltre, in un mondo ipercompetitivo, i principali protagonisti della guerra economica sono le corporazioni e, più in particolare, le multinazionali, anche se gli stati rimangono un elemento decisivo in questa guerra.

In breve, reputo che la Russia di Putin si stia preparando per la guerra economica globale. La guerra economica è un concetto, difficile da definire da chi considera la guerra esclusivamente come l’uso della forza armata per risolvere una situazione di conflitto tra due o più comunità organizzate come clan, fazioni o stati. Pur tuttavia, seppure con diversi mezzi, entrambe hanno il medesimo fine, ossia costringere ogni avversario a sottomettersi alla propria volontà.

Se, in senso lato, Clausewitz definisce la guerra come un atto di violenza, se per Quincy Wright la guerra è un contatto violento tra entità separate, ma simili e se per Gaston Bouthoul, la guerra è un atto legale, una lotta armata e sanguinosa tra gruppi organizzati, la guerra economica incarna non tanto una violenza armata, cosa che comunque non si può escludere, ma, piuttosto, un vero e proprio scontro economico con effetti incontrollabile e, per molti aspetti, imprevedibili.

Sottilizzare sul termine, infatti, è solamente forviante, visto che anche la guerra economica mira al medesimo obiettivo, cioè quello di sottomettere l’altro alla propria volontà. Quindi, spogliando la guerra della sua dimensione puramente militare, ma preservandone gli obiettivi, si trova allora la base per questo concetto di guerra economica.

In conclusione, è da ricordare che le guerre sono sempre scoppiate per motivi religiosi, economici e talvolta politici.

Il Jobs Act: la nuova frontiera del moderno schiavismo

Non è il benessere né lo splendore, ma la tranquillità e il lavoro, che danno la felicità

Thomas Jefferson

Come Advisor, sono del parere che uno dei drammi che si stanno vivendo in questi anni su larga scala è lo sfruttamento del soggetto lavoratore. Si è arrivati al punto che, questo avvenimento, sia, addirittura visto come socialmente accettabile. In pratica, si può immolare il lavoratore in nome dei processi di produzione capitalistica.

Una sorta di feticismo, di idolatria che pone al centro, non più il mercato del lavoro, ma una fredda applicazione della vendita di merci e servizi.

Tutto ciò, in sostanza, nasconde il vero nocciolo della questione. Infatti, se come consumatori si pone attenzione al costo di un bene oppure di un servizio, da lavoratori si reputa che quanto percepito non sia adeguato. Una distanza e una visione che pare sia siderale. A quanto pare, né chi produce e, tanto meno, chi consuma, sembrano essere parte della stessa medaglia, visto che ognuna delle parti si sente in debito e, nel contempo, in credito.

Da Advisor, credo che le rappresentazioni contemporanee sovrastimino il costo dei beni in generale e che, nulla più sappia riflettere una più corretta visione antropologica del reale stato delle cose. Di fatti, grazie all’antropologia, si poteva chiaramente evincere che era il soggetto che costituiva la ricchezza di famiglie, regni, e via dicendo.

Eppure, le analisi reali sembrano dimenticarsi di questo antico principio. Credo che per definire aziende innovative, sia quanto mai necessario approfondire nuove dinamiche di ricerca, comprendere meglio i vari meccanismi legati alla complementarità, il tutto, però, senza dimenticare la vera natura e tematica dell’argomento di base. Oggigiorno, invece, si assiste ad una sempre più forma di contrabbando del lavoro, giustificato dalla necessità di assicurare il rafforzamento della dimensione sistemica all’interno di una produzione globale.

Ma in tutto questo, dove sono le innovazioni tante volte sbandierate dalla politica? Cosa ha effettivamente fatto, il tanto osannato dalle sinistre italiani, Jobs Act? Credo, che non sia affatto errato considerarlo come la nuova frontiera del moderno schiavismo.

Partorito dalla mente di Renzi nel dicembre del 2014, il Jobs Act è stato presentato dalla sinistra come un grande progetto per riformare il lavoro. In realtà, è stato il più grande inganno messo in moto per danneggiare proprio i lavoratori. Un incredibile imbroglio messo in pratica proprio da chi, a sua detta, è stato il difensore dei diritti dei lavoratori.

Una flessibilità lavorativa che permette, di fatto, che chi lavora prenda due soldi e che chi lo utilizza abbia, invece, grandi introiti e solo vantaggi. Un capolavoro di indiscussa stupidità. Una sinergie creata da questo infausto evento che ha portato a determinare uno stato di cose assolutamente inaccettabile, in qualsiasi modo lo si voglia osservare.

Oso sperare che l’Italia abbia la capacità di assorbire gli effetti deleteri prodotti dal Jobs Act e che sappia uscire da questo infernale tunnel.

In conclusione, mi auguro che molto presto vi siano effettivi innovatori che sappiano mettere in moto un vero programma innovativo e che venga riconosciuta la necessità di una produttività in sinergia e condivisione delle esigenze dei vari soggetti.

Relazioni tra salario, produzione e mercati finanziari

È sorprendente come sia importante il tuo lavoro quando chiedi una giornata libera, e come non sia importante quando chiedi un aumento

Tom Antion

 

Come Advisor, sono dell’opinione che nel prossimo futuro, al centro dell’attenzione, sarà sempre più il tema inerente le relazioni esistenti tra salario, produzione e mercati finanziari.

Infatti, come Advisor, ho avuto modo di osservare quanto il mercato del lavoro e, quindi, la condizione salariale, vada ad influenzare tanto la produzione quanto l’operato dei mercati finanziari. Per comprendere meglio la questione, si può fare riferimento a quanto avviene, ad esempio, in Cina. Quindi, la battaglia del lavoro e del salario, determinerà il futuro stesso dell’andamento dei mercati finanziari.

Fino ad oggi, aree ove la manodopera offre salari bassi, ha visto una esplosione e una fioritura di nuove aziende, gran parte trasferitisi in loco proprio per le migliori condizioni fiscali e salariali. Questo avvenimento, di fatto, ha modificato sia il baricentro economico sia la politica economica.

Le condizioni che questi paesi, in pratica, scatena, tra l’altro, una forte competitività di prezzo. Inoltre, è da considerare che le difformi relazioni salariali, influiscono anche sullo stesso mercato del lavoro, mettendo in moto una più intensa concorrenza. Di conseguenza, se la politica dei vari governi occidentali non affronta la questione in termini concreti, nel prossimo avvenire si potranno innescare scenari dominati da ampie sacche di povertà proprio in quei paesi dominati dalla cultura industriale.

Non si può prescindere, pertanto, dal fatto che il costo delle merci e dei servizi prodotti sia un qualcosa di avulso da una corretta gestione e visione in ambito di una corretta economia politica. Minimizzare quanto sta avvenendo, quindi, sarebbe un vero e proprio suicidio economico.

In verità, per lo meno fino ad oggi, non si assiste da parte dell’Occidente, a un qualsiasi tipo di reazione davanti al movimento in questione, eppure, è sotto agli occhi di tutti quanto la quota riservata al soggetto produttore diminuisca con una consequenziale crisi delle condizioni di lavoro.

In sostanza, tutte queste dinamiche, non possono essere meramente risolvibili ipotizzando solamente una riduzione dei costi a danno dei lavoratori. Quest’ultimi, infatti, privati di condizioni sufficientemente in linea con i parametri dei paesi industrializzati, andrebbero, a loro volta, ad influire negativamente su tutto il mercato economico.

In parole ancor di più comprensibili, si sarebbe davanti ad uno scenario in cui un soggetto non avendo soldi, ovviamente, non spenderebbe e non investirebbe. Accanto a tutto ciò, è facilmente prevedibile, che anche in aree ove oggi i salari risultano essere più bassi, inevitabilmente in tempi non molto lunghi, si andrebbero a ritrovare i medesimi problemi nei quali si trovano adesso i paesi occidentali.

Esempi come quelli avvenuti nel 2013 in Laos e nel 2014 in Cambogia, sono molto sintomatici. Non a caso, come punta di un iceberg, mettono in luce le prime rivolte di lavoratori. Sono dell’avviso che è giunto il tempo di passare da analisi teoriche ad azioni in grado di mettere in discussione tutto il sistema e riportare un po’ d’ordine. In conclusione, reputo inaccettabile accettare come meri eventi naturali lo sfruttamento e la sofferenza.

Le influenze economiche del Giappone nell’Asia orientale e sudorientale

Noi giapponesi ci godiamo i piccoli piaceri, non le stravaganze. Io credo che un uomo dovrebbe avere uno stile di vita semplice, anche se può permettersi di più”.

Massaru Ibuka

Fra i vari studi che compio giornalmente come Advisor, vi è anche quello inerente le effettive influenze economiche del Giappone nell’Asia orientale e sudorientale. In pratica, cerco di comprendere al meglio se realmente possa essere un contrappeso valido all’economia della Cina.

Come è noto, il Giappone ha storicamente svolto un ruolo di leadership regionale tanto nell’Asia orientale quanto in quella sud-orientale.  Nonostante la rapida crescita della Cina negli ultimi anni, come Advisor, reputo che abbia saputo mantenere il suo ruolo guida.

Per quanto riguarda il futuro, quindi, sembra che il Giappone, sia sufficientemente attrezzato per essere considerato come per fornire un contrappeso alla economia cinese. D’altra parte, è innegabile che il Giappone stia collaborando strettamente con altri paesi della regione, anche in previsione di importanti progetti di investimento, mantenendo così il suo ruolo di guida.

Sconfitto e largamente indebolito, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi il Giappone ha saputo diventare una delle maggiori economie del mondo. Negli ultimi sessant’anni, il Giappone ha dimostrato la sua grande capacità di adattarsi ad un ambiente regionale e internazionale, trasformandosi, quindi, in una delle principali economie mondiali più avanzate al momento.

Non a caso, il Giappone è stato in grado di approfittare del divieto di militarizzazione imposto dal Trattato di San Francisco del 1951, adattandosi ad una politica di importanti investimenti nelle infrastrutture e nell’industria pesante. Il Giappone è così diventato il leader regionale per diversi decenni, grazie, in parte, al sostegno militare ed economico degli Stati Uniti.

La storia dell’economia giapponese e della sua politica estera, ci consente, di conseguenza, di individuare e di comprendere come il Giappone sia stato in grado negli anni di trasformarsi e di diventare un vero e proprio cardine dello sviluppo economico del continente asiatico.

Pur tuttavia, è innegabile che il ruolo di leader economico e diplomatico in questa parte del mondo, debba andarsi a confrontare con la fiorente economia cinese. Infatti, è da considerare che, ad esempio, nel 2015, oltre il 50% delle esportazioni totali del Giappone erano destinate ai paesi dell’Est e del Sud-Est asiatico. Allo stesso tempo, le importazioni giapponesi da questi paesi, sempre nel 2015, hanno rappresentato quasi il 50% delle importazioni giapponesi totali. Ma non è tutto.

A riprova delle difficili relazioni tra Cina e Giappone, è da considerare che il Giappone ha firmato accordi di cooperazione con Cambogia nel 2013, con la Malesia nel 2015, migliorando il suo accordo di libero scambio con il Vietnam nel 2014 e la sua partnership con il Laos nel 2015. Senza, poi dimenticare i negoziati di libero scambio tra Giappone e Corea del Sud.

Come è facile desumere, tutto questo non può essere stato un qualcosa di molto gradito a Pechino. Di fatti, secondo la Banca Mondiale, la Cina è attualmente la seconda economia più grande del mondo in termini di PIL. In conclusione, sarà davvero avvincente e interessante studiare i prossimi avvilimenti che vedono protagonisti la Cina e il Giappone.

L’influenza economica e politica della Cina nella regione

La Cina è diventata la più promettente speranza e il miglior esempio per tutti i paesi del Terzo Mondo

Fidel Castro

Quello che sta accadendo è abbastanza nuovo nella storia recente dei rapporti tra questo grande paese e quest’area, da sempre, molto complicata. Da Advisor, reputo che i rapporti tra Cina e Sud-Est asiatico, considerati su una scala temporale ampia, hanno vissuto molti episodi. Anche in tempi moderni, con i paesi limitrofi i contatti sono stati alquanto complessi e difficili, in particolare con il Vietnam.

Inoltre, le relazioni con i “cinesi” d’oltremare sono rimaste macchinose anche per gran parte del XX secolo. Fino agli Anni Settanta e Ottanta, i cinesi davano, quasi, l’impressione di esitare ad agire nel sud-est asiatico. Tuttavia, la sua “ombra” era destinata ad estendersi.

Difatti, ricordo come Advisor, che già a partire dagli Anni Novanta e, soprattutto, dall’inizio degli Anni 2000, si è potuto assistere ad una vera e propria svolta da parte dei leader cinesi verso il Sud-Est asiatico. Molto rapidamente, il tutto ha assunto non solo un significato regionale, ma prima di tutto un valore globale e internazionale.

I cinesi avevano, pertanto, iniziato ad aprirsi all’Occidente. Dapprima, hanno rivolto i loro interessi verso gli Stati Uniti e, successivamente verso i mercati europei. Quindi, grazie a varie ragioni economiche, la Cina ha ampliato i propri interessi ben oltre i suoi confini. Questo, ha portato la Cina a confrontarsi con varie tematiche. Difatti, oggigiorno, i leader cinesi sono molto preoccupati per la spinta islamica e per i movimenti etnici che stanno emergendo in molti paesi appartenenti al sud-est asiatico. Quanto avviene, ad esempio nelle Filippine oppure in Indonesia, rappresentano motivazioni di allarme.

L’ampliare la propria sfera di influenza, ha portato la Cina ad occuparsi più direttamente di aspetti riguardanti la Birmania, la Corea, senza dimenticare la costante e continua operazione di influenza perpetrata nel continente africano. La diplomazia cinese, di conseguenza, risulta essere particolarmente attiva su più fronti.

La leadership della nuova politica cinese, inoltre, deve confrontarsi con il peso economico dell’India, sub continente che mostra sempre più di essere ambizioso e determinate nelle logiche legate anche al potere politico ed economico di questa turbolenta parte del Mondo. È, pertanto, innegabile, che attualmente, il cambiamento necessiti di un forte impegno che consenta di uscire da una idea di commercio regionale e di regionalizzazione politica.

All’orizzonte il panorama che si può intravedere è ricco di incertezze. Di fatti, non tutti i paesi limitrofi sono ben disposti a farsi travolgere dall’uragano cinese. Penso al Vietnam, ad esempio. Bisognerebbe essere molto ingenui per pensare che questo paese abbia abbandonato il suo nazionalismo. Anche se le biciclette sono cinesi, anche se i sacchi di riso arrivano dalla Cina, i vietnamiti non si reputano di essere inferiori rispetto ai cinesi.

Inoltre l’influenza cinese tanto nel Laos quanto in Cambogia non viene ad essere dai vietnamiti sottovalutata. Reputo, in conclusione, che ci vorranno anni e anni per modificare i rapporti tra i due paesi.