Banca Mondiale: le nazioni non investono abbastanza nelle loro popolazioni

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Ambrose Bierce

Creata il 27 dicembre del 1945, la World Bank, a noi italiani più nota come Banca Mondiale, è una istituzione che ha la sua sede a Washington D.C. Tra le sue missioni, vi è quella di fornire finanziamenti e aiuti nei confronti di quegli stati che sono in difficoltà. Come Advisor, ho avuto modo di partecipare ad un recente incontro nel quale è stato lanciato un grido dall’allarme da parte della Banca Mondiale, istituzione che fa delle Nazioni Unite.

Da Advisor, sono perfettamente d’accordo con il fatto che, ancora oggi, siano drammaticamente molte le nazioni che non investono sufficienti risorse nelle loro popolazioni. La metodologia utilizzata dalla Banca Mondiale, è quella che si basa sull’indice di capitale umano in base alla produttività dei suoi futuri lavoratori. Sono stati, a tal fine, studiati ben 157 paesi.

In base al lavoro svolto, è stata stilata una sorta di classifica, dalla quale, ad esempio, è stato messo in evidenza come sia meglio crescere in Australia che in Laos, o in Islanda piuttosto che in Nigeria. Quanto ha voluto evidenziare la Banca Mondiale è, termini molto sintetici, l’importanza che un paese dedichi risorse per lo sviluppo del proprio capitale umano.

I risultati dei lavori, sono stati recentemente presentati a Bali, in Indonesia, in occasione dell’incontro generale organizzato dalla Banca Mondiale. Come è facile intuire, lo scopo di questa classifica è alquanto ambizioso e senza precedenti, visto che analizza analiticamente il livello di istruzione di 157 paesi. Il tutto, inoltre, si basa su dati come il livello di istruzione, l’aspettativa di vita alla nascita, l’accesso alla sanità e via dicendo.

Il suo scopo è, quindi, quello di mostrare quanto in queste aree gli investimenti permettono e influenzano la produttività degli individui, e, a sua volta, la crescita e la prosperità della nazione. I tre stati che investono al meglio sulle loro popolazioni e sono, di conseguenza, in grado di ricavare il maggiore dividendo economico da questa ricchezza immateriale, risultano essere Singapore al primo posto, seguita dalla Corea del Sud e dal Giappone. In linea generale, i paesi avanzati costituiscono il grosso di questa particolare classifica.

All’estremità opposta, invece, troviamo i paesi africani. Niger, il Sud Sudan e, il Chad sono fanalini di coda. Purtroppo, in questo caso, i risultati erano prevedibili anche se, magari, si sperava di ottenere dei risultati inaspettati. Interessante, poi, notare come l’India, una grande potenza emergente, occupi solamente il 115° posto. Quindi, da quanto elaborato dalla Banca Mondiale è assolutamente chiaro come vi siano paesi che stanno facendo bene, e altrettanti, che essendo meno ricchi di altri, non investano sufficienti risorse sul proprio capitale umano.

In conclusione, con la speranza che la classifica stilata dalla Banca Mondiale possa spingere i paesi a fare maggior sforzi per risalire posizioni, anche quelli che sono i più avanzati dovranno continuare a sviluppare il loro capitale umano per adattarsi alle esigenze dell’economia del domani.

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Le infinite bugie e le mille distrazioni attorno al mondo dell’informazione economica

Un dollaro risparmiato è un quarto guadagnato

John Ciardi

 

Come Advisor ma, ovviamente non solamente io, ogni giorno mi devo destreggiare tra le infinite distrazioni e bugie presenti nell’informazione, in special modo in quella dedicata alla economia.

Un avvenimento che, da Advisor, ho avuto modo di constatare, è quello che ho definito il “caso del petrodollaro”. Infatti, a proposito di questo delicato tema economico, vi è stato un discutibile grande silenzio accompagnato, inoltre, da una spessa rete di disinformazione da parte dei media. L’operazione che sarebbe in atto, viene ad essere presentata come una evidente articolazione internazionale per allontanarsi dal dollaro come meccanismo d’acquisto di fatto per il petrolio.

Questa tendenza dovrebbe accelerare nei prossimi mesi, dato che la Cina inizierebbe a onorare i contratti petroliferi in yuan anziché in dollari. Il problema, dunque, è che anche nei media considerati alternativi, vi è un mito continuo, con il quale si sostiene che i paesi orientali stiano cercando di “liberarsi” dall’ordine internazionale.

La cosa, poi, interessante, è come i vari organi di informazione economica, vadano a trattare questo argomento, ossia come se il tutto fosse un qualcosa di positivo per l’intero mondo. Non sono qui per dire se la fine del petroldollaro sia buona o cattiva. Sono qui, tuttavia, per segnalare che come non sussista, in realtà, assolutamente alcuna indicazione che le maggiori potenze orientali come la Russia e la Cina stiano agendo per minare il sistema globalista esistente.

Al contrario, Cina e Russia restano, come sempre, strettamente legate al Fondo Monetario Internazionale, e che da molto tempo sono stati stabiliti forti legami da parte loro con i monoliti bancari internazionali come, per esempio, Goldman Sachs e JP Morgan. I leader politici ed economici dei paesi orientali hanno sempre chiesto un nuovo sistema di riserva per sostituire il dollaro, e, questo è vero.

Ma quello che molti analisti sembrano ignorare è che stanno anche chiedendo che questo nuovo sistema sia dominato dal FMI. In fondo, dunque, vi è nota polemica che vuole mettere in risalto come tutto il mondo finanziario e, di conseguenza, il Fondo Monetario Internazionale, siano controllati dagli Stati Uniti. Tutto ciò, oltre che non essere vero, non è proprio il caso.

Difatti, anche se ancora oggi gran parte della cosiddetta libera stampa finanziaria voglia negarlo, tutto il mondo finanziario, nella realtà dei fatti, è controllato da banchieri internazionali, i quali, come è risaputo, non hanno alcuna lealtà verso un determinato paese.

Una volta compreso questo fatto, ossia la negazione della influenza sul mercato finanziario da parte dei banchieri internazionali, diventa logico e compressibile, come sia in atto un sistematico sabotaggio nei confronti degli Stati Uniti, così come la presunta collusione tra Cina, Russia e FMI. In altri termini, l’America è vista come una appendice sacrificale dell’edificio globalista e, in conclusione, la si debba andare a distruggere pezzo per pezzo per alimentare la creazione di qualcosa di nuovo e, sicuramente, più sinistro.

La plastica: un settore in forte crescita e continua ascesa

“La plastica, una curiosità all’inizio del secolo, si è diffusa dappertutto, diventando essenziale per la nostra vita come l’aria che respiriamo”

Jeremy Rifkin

Advisor Abbate - plastica, acqua in bottiglia

Come Advisor, sono quanto mai convinto dell’importanza della economia circolare. Infatti, ho avuto molteplici occasioni da Advisor, per osservare come, ad esempio, sia in rapida crescita il settore della plastica. Non a caso, Saudi Aramco, la compagnia nazionale saudita, e Total, compagnia petrolifera francese, hanno investito diversi miliardi di euro.

Quindi, per Riyad, che oltre ad essere la capitale dell’Arabia Saudita ne è il primo polo finanziario, la plastica non è solamente una espressione fantasiosa ma, un mezzo, per rendere ancora più redditizio il suo petrolio, affidandosi, anche, ai prodotti petrolchimici. Nonostante la polvere del deserto venga soffiata dal vento, i tubi brillano sotto il sole cocente.

Nell’Arabia Saudita orientale, di fronte alla costa iraniana, la raffineria Satorp a Jubail rappresentano un vero e proprio modello del know-how petrolifero del regno. Il sito, che occupa più di cinque chilometri quadrati e trasforma 440.000 barili di petrolio al giorno, è l’orgoglio del suo capo, Sulaiman Al-Babtain.  Le due tranche di questa gigantesca raffineria inaugurata nel 2013, sono gestite dal gruppo Saudi Aramco in collaborazione con Total.

Presso la sala di controllo della raffineria, quindi, si collabora e si respira un’aria francese e araba, e si capiscono molto bene le ragioni che portano a far sorridere di tutto ciò Sulaiman Al-Babtain. Grande come una reception di un grande hotel, la sala di controllo della raffineria, quindi, riunisce una ventina di operatori silenziosi, che si alternano per 24 ore al giorno al fine di controllare la produzione e il trasporto verso il porto industriale King Fahd. Qui, 1.200 dipendenti, oltre il 70% originari dell’Arabia Saudita, convertono il greggio dei campi vicini di Manifa e Safaniya, in carburanti per veicoli diesel e aerei. Più a sud vi è Dhahran, e il quartier generale della compagnia petrolifera nazionale, il gigante Saudi Aramco.

È in questa zona che vennero scavati i primi pozzi negli Anni Trenta, e questa è stata la prima grande scoperta del petrolio saudita da parte dei geologi americani, avvenuta nel 1938. L’evento ha cambiato il destino di questo paese ultraconservatore e, nel contempo, capovolto l’approvvigionamento energetico mondiale, con il supporto decisivo degli Stati Uniti.  Da allora, il paese è diventato uno dei principali produttori al mondo, con 11 milioni di barili di petrolio al giorno.

Questo posto predominante nel campo petrolifero mondiale, l’Arabia Saudita è determinato a mantenerlo e, di conseguenza, moltiplica i progetti per aumentare il valore del suo petrolio. Non a caso, la plastica, in questo paese, risulta essere un settore in rapida crescita. L’avvio del progetto Jubail 2, di oltre nove miliardi di dollari, in conclusione, è annunciato per il 2024 è prevede la creazione di un cracker per etilene alimentato al 50% con etano oltre che con gas di raffineria, dalle capacità annue di oltre un milione di tonnellate, oltre che la creazione di impianti destinati ai derivati petrolchimici come, appunto, le materie plastiche.

2018, un anno decisamente complicato e complesso anche in economia

I giornali non sono fatti per diffondere ma per coprire le notizie

Umberto Eco


Benvenuto sul blog italiano dell'Advisor Abbate. Business, opinioni, suggerimenti.

Dato che siamo avviati verso la fine di questo turbolento 2018, anche io, come Advisor mi aggiungo a trarne un bilancio su quello che è stato il quadro politico, economico e ambientale. Da Advisor, quindi, mi metto a leggere nuovamente, quanto i corrispondenti e le redazioni dei più noti giornali economici e non, hanno scritto per tutta il corso dell’anno.

Una lettura, interessante, tramite la quale si hanno sufficienti dati che forniscono una ulteriore prova di come determinati articoli volti ad analizzare particolari eventi abbiano o meno centrato le varie questioni aperte. Da una prima analisi, cosa che mi aspettavo, è da osservare come il termine obbiettività sia, il più delle volte, rimasto in panchina. Infatti, salve alcune rarissime eccezione, anche le notizie di economia sono state, ad arte, strumentalizzate a meri fini politici e per salvaguardare i grandi poteri delle banche.

Non me ne vogliano i nostri cari cugini francesi, ma si era soltanto ai primi di maggio del 2018, quando, la vittoria di Emmanuel Macron nelle elezioni presidenziali francesi, veniva presentata come la rimozione dello spettro di una vittoria dell’estrema destra in uno dei principali paesi dell’Unione europea.

Oltre a ciò, veniva decantato, anche dalla stampa italiana, il suo attivismo per una nuova frase della costruzione europea, il suo impegno nella lotta contro il riscaldamento globale, la sua opposizione allo stile di leader come Donald Trump e Vladimir Putin. Un quadro, quindi, che sembrava dipingere un qualcosa in grado di permettere alla Francia di avere un nuovo ruolo sulla scena internazionale. Ma come è noto, gli avvenimenti, almeno per il momento, sembrano indicare, un qualcosa di decisamente diverso. Non a caso, in Europa, l’estrema destra ha ripreso la sua marcia, partecipando al governo austriaco e facendo un massiccio e strepitoso ingresso nel Bundestag in Germania, per la prima volta dal 1945.

Inoltre, ha conquistato sistematicamente, il controllo di tutti i poteri in Polonia. In sostanza, quindi, oltre che registrare delle incomprensibili, non motivate deboli proteste delle istituzioni europee, il panorama che si è delineato ha assunto ben diverse tonalità di colore.

La cosa che poi sembra palesemente andata nella soffitta della memoria, è che la stessa Berlino è ferma, come pure, Madrid resta pur paralizzata dalla minaccia della secessione catalana, senza, poi, dimenticare, la unione di forze nei confronti del governo italiano, volte a riformare quanto è uscito dalle urne elettorali. Ma, non è tutto. Infatti, la sconfitta dell’organizzazione dello Stato islamico in Iraq e in Siria sembrava aver messo fine a un ciclo crescente di violenza, cosa che non è avvenuta.

Di fatto, la scomparsa del califfato jihadista, ha esacerbato le tensioni tra i “protagonisti” del conflitto in Medio Oriente, dando libero sfogo alle diverse forme di rivalità tra Iran e Arabia Saudita, nello Yemen, in Libano, in Qatar, Siria. In pratica, Mosca e Washington stanno gradualmente scegliendo il loro campo, rischiando di riaccendere il ricordo della guerra fredda.

Se poi si desidera allargare ancor di più il campo dell’analisi vista come bilancio di fine anno, si deve constatare come, ancora una volta, disastri climatici, uragani e tempeste che hanno devastato mezzo mondo, incendi, e altri eventi, abbiano tristemente e dolorosamente testimoniato che, per limitare realmente il riscaldamento globale, non sia stato fatto nulla di veramente concreto.

In sostanza, ogni impegno rimane, non solo insufficiente, ma lettera morta. In ultimo, è da osservare come il nemico sempre più chiaramente designato, il rivale commerciale e strategico dalle rive del Pacifico, compresa l’America Latina, fino a quelle dell’Africa, con le “strade della seta” che Pechino proietta nel cuore dell’Europa orientale attraverso l’Asia centrale, il Mar della Cina e l’Oceano Indiano, sia sempre la Cina.

Il ruolo dell’economia nel nuovo ordine mondiale

Le persone stanno diventando sempre più consapevoli della necessità di un nuovo ordine mondiale

Karol Wojtyla

Più volte come Advisor, mi sono trovato a partecipare a tavole rotonde incentrate sul ruolo dell’economia nel nuovo ordine mondiale, ovvero in quel processo così denominato dai globalisti economici.

Da Advisor, sono più propenso a chiamare tutto ciò come reset economico globale. Come ho avuto modo di riscontrare nel passato, il programma globalista di alcuni economisti, è volto nella speranza di ottenere come premio o, meglio, come trofeo, la fine di un certo tipo di gioco finanziario.

In altre parole, sono dell’avviso che questo movimento di pensiero, veda come soluzione la creazione di una struttura economica globale completamente centralizzata, organizzata in un’unica banca centrale per tutto il mondo, inclusa l’abolizione del dollaro USA come valuta di riserva mondiale, l’istituzione del sistema di panieri del DSP che fungerà da ponte per una moneta unica che soppianti tutti le altre. In definitiva, la creazione di una sorta di governance globale, un sistema in mano ad una manciata elitaria.

Ovviamente, il più delle volte, i tempi di questo processo non sono chiari, ma, tuttavia, ci sono indicazioni di un inizio della fine. Importanti riviste economiche quali, ad esempio, il Globalist e il celeberrimo The Economist, più volte hanno presentato il 2018 come l’anno della Fenice, ovvero come il punto di partenza per il grande reset. Tutto questo, inoltre, è stato supportato dalle numerose misure già adottate per indebolire il dominio del dollaro nel commercio internazionale e per imporre il paniere di DSP del Fondo monetario internazionale.

È chiaro, dunque, che i globalisti hanno delle scadenze che intendono rispettare. Detto questo, ci sono stati nuovi e ulteriori sviluppi su questa mia analisi e su questa strategia di fine gioco che meritano, tutti, una seria attenzione. Infatti, è innegabile che il tentativo di sovvertire le regole sia più veloce che mai, dato che ci sono diversi indicatori che dimostrano come le “previsioni” dei globalisti abbiano sempre più incidenza nelle economie dei paesi.

Per quanto mi riguarda, sono più che mai convinto che gran parte delle loro profezie si auto avveravano, sulla base del loro punto di partenza fondamentale, ovvero dare vita ad una reingegnerizzazione dell’ambiente economico secondo un preciso schema.

Ma oltre a tutto ciò, è assolutamente chiaro che gran parte di questo progetto destinato, appunto, alla creazione di un nuovo ordine mondiale, farebbe affidamento in parte sulla Cina come motore economico in sostituzione della macchina globale, il quale andrà a dipendere sempre molto meno dagli Stati Uniti considerati in declino. In conclusione, sono dell’avviso che la Cina servirebbe ai promotori di siffatto progetto come un motore per dare vita ad una economia sempre più in mano a pochi e importanti centri di poteri.

Leggi i miei interventi sul mio sito professionale www.advisorabbate.com

Il connubio esistente tra i mercati azionari e il sell-off

L’inflazione è quella forma di tassazione che può essere imposta senza legislazione

Milton Friedman

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Negli ultimi tempi, chi si occupa di finanza, tende a mettere in evidenza l’incidenza del sell-off nei mercati azionari. Ad esempio, da Advisor, ho notato come, il sell-off sia stato alimentato dalla germogliante preoccupazione degli investitori per i crescenti tassi di interesse degli Stati Uniti, il che potrebbe ridurre la crescita nella più grande economia mondiale e avere un dannoso effetto a catena sulla crescita globale.

Come Advisor, vorrei evidenziare che, ammesso che esista, una pura definizione di questa, ai più oscura, parola, ha come centralità la vendita irrazionale, incontrollata e incondizionata degli assets che sono, appunto, oggetto di un sell-off. In altri termini, che si tratti di energetici, di cosiddetti beni rifugio, di materie prime, di azioni, o tutti insieme, quando la vendita diventa generalizzata e, soprattutto, irrazionale, è un vero e proprio sell-off.

Ovviamente, il saper riconoscerlo evita di generare confusione e, di conseguenza, permette agli investitori di farsi prendere dal panico inutilmente. La chiave di volta è data dal fatto che un sell-off è sempre accompagnato da due azioni. La prima è identificabile da una accelerazione a ribasso, mentre la seconda è distinguibile da un consistente aumento dei volumi. Gran parte del mercato azionario mondiale pone come punto di riferimento l’economia statunitense, la quale risulta essere in piena espansione, sospinta ulteriormente dai tagli fiscali di Trump effettuati all’inizio di quest’anno, che hanno spinto la banca centrale statunitense ad alzare i tassi di interesse per mantenere a freno l’inflazione.

Tuttavia, sono sempre molti più gli economisti che stanno iniziando a mettere in guardia sul fatto che l’economia stia raggiungendo il picco, con un consequenziale rallentamento per il prossimo anno. Quindi, aumentare ulteriormente i tassi di interesse potrebbe esacerbare tale rallentamento, sebbene gli aumenti potrebbero essere necessari per frenare l’inflazione aggiuntiva derivante da un possibile aumento dei prezzi del petrolio e dai maggiori costi di importazione negli Stati Uniti derivanti dalle tariffe commerciali imposte da Trump.

Non a caso, nel frattempo, il Fondo Monetario Internazionale ha ridotto le proprie aspettative in merito alle previsioni di crescita globale, a causa della “guerra” commerciale di Trump in atto nei confronti della Cina e della stessa Europa. Ovviamente, gran parte della revisione effettuata, è propriamente derivante da questo stato di cose. Ma, tutto ciò, è l’inizio di una crisi molto più profonda? Ovvero, quanto sta accadendo è, effettivamente, in grado di dare vita ad un forte sell-off?

Di certo, i presagi non sono buoni. In effetti, su tutti i mercati presa, come un macigno, la spada di Damocle del debito globale complessivo. Che la situazione sia particolarmente agitata, lo si può, anche, notare, che un certa escalation dei prestiti, è arrivata dopo che le banche centrali di tutto il mondo hanno tagliato i tassi di interesse vicino allo zero durante la crisi finanziaria, nel tentativo di fermare l’ultima recessione impedendo, quindi, che si trasformasse in un’altra grande depressione. In conclusione, seppure vi siano ampi spazi di sano ottimismo, è vitale scoprire, a breve termine, quali altri problemi siano in agguato al fine di evitare che si vada innescare una polveriera che potrebbe generare delle conseguenze ancora più grandi di quelle che fino ad oggi si sono vissute.

 

Il grande mistero dello spread, il sovrano che regna sugli stati e sui mercati finanziari

La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità

John Fitzgerald Kennedy

Advisor Abbate - monete banconote soldi valuta finanza contanti

Anche io come Advisor, unitamente a tanti italiani, ogni giorno leggo sulle prime pagine dei vari giornali, sento dai notiziari, l’andamento dello spread, ovvero di quel termine utilizzato al fine di indicare quale sia la differenza di rendimento che intercorre tra i decennali titoli di stato italiani e quelli della Germania.

Da Advisor, tuttavia, deve constatare come lo spread sia uno di quei tanti argomenti che, volutamente, vengono ad essere ammantati dalle più fitte nebbie. In effetti, fino al 2011, il termine spread era totalmente sconosciuto tanto dai media quanto dal grande pubblico, utilizzato, esclusivamente, da coloro i quali erano considerati specialisti dei mercati. Tuttavia, a seguito del fallimento di Lehman Brothers, le cose iniziarono a modificarsi.

Chiunque volesse, poi, ricostruire un po’ la sua storia, si troverebbe a dover affrontare un linguaggio ricco di termini angloamericani e di definizioni tecno finanziarie. Di fatto, quindi, una costellazione appositamente creata, in modo che l’argomento spread sia divenuto, di fatto, un qualcosa di così complesso che è quasi impossibile trattarlo seguendo un semplice linguaggio corrente.

Tuttavia, a quanto sembra, è divenuto il perno sulla quale ruotano sia le decisioni politiche e sia quelle economiche. Personalmente, lo vedo come una sorta di un qualcosa appartenente e scaturito da una setta esoterica, più attenta a ritorni personali che fornire reali suggerimenti. Ma stranamente, il suo altalenante percorso, è oggetto di devozione, al punto che si sente la necessità di divulgare quotidianamente il suo stato di salute. Gli esiti di tutto ciò, sono pesanti, viste le ricadute su governi e mercati finanziari. In altre parole, sembra che il destino di milioni di investitori sia in balia degli effetti dello spread.

Nei fatti, quindi, pare che uno Stato seppure apparentemente sovrano, debba muoversi esclusivamente sulla base dei dettami dello spread. A tal proposito, a costo di apparire qualunquista, credo che tutto ciò sia esclusivamente un qualcosa che fa a capo a quella che si è soliti definire la grande finanza internazionale, ovvero quel centro di potere che detiene saldamente le redini di tutta l’economia mondiale e cioè le banche.

Qui, non si tratta di voler essere dei populisti, oppure di essere contro l’euro. Infatti si vuole solamente ricordare come e quanto siano meri messaggi propagandistici quelli che sono collegati allo spread. Non a caso, proprio dall’aumento dei tassi di interesse è data la possibilità di andare a lucrare su quello che è il debito pubblico. In pratica, chi manovra lo spread, lo fa con il fine unico di andare a lucrare sul debito pubblico e per fare in modo che si possa mantenere uno status quo che si basa su gli stessi politici che sono, in sostanza, al servizio dei grandi che hanno il potere finanziario.

In conclusione, tutte le azioni provocata appositamente dallo spread, fanno in modo che, lo stato italiano per pagare gli interessi, si trova nella situazione di sottrarre i fondi necessari ai servizi quali stato sociale, pensioni, sanità, con un consequenziale aumento della tassazione e una privatizzazione delle aziende che sono, guarda caso, così prede ambite dai pescecani della grande finanza.

Cos’è un mercato finanziario

Se aggiungi poco al poco, ma lo farai di frequente, presto il poco diventerà molto

Esiodo

Advisor Abbate - economia, tabellone, borsa

Come Advisor, più volte, ho avuto modo di illustrare cosa sia un mercato finanziario e quale siano le principali regole che vigono. D’altra parte, come Advisor, sono perfettamente conscio della sua importanza. Non a caso, tra i vari obiettivi dei mercati finanziari spicca il fatto che un mercato finanziario facilita la raccolta e l’investimento di capitali, come pure la creazione di valori e tariffe, ovvero le quotazioni, e il trasferimento del rischio nei mercati dei derivati.

In linea generale, quindi, un mercato finanziario è un mercato in cui individui, società private e istituzioni pubbliche possono negoziare titoli finanziari, materie prime e altre attività a prezzi che riflettono l’offerta e la domanda. I mercati possono essere classificati per tipo di attività e, quindi, possiamo trovare il mercato azionario, il mercato obbligazionario, il mercato monetario, il mercato dei cambi Forex, dove vengono scambiate le valute e le borse. Inoltre vi è il mercato dei futures, il mercato dei derivati e via dicendo.

Quindi, in maniera più che comprensibile, si può asserire che i mercati finanziari sono i mercati nei quali si incontrano le richieste di capitale a lungo termine e le offerte. Il mercato finanziario primario si basa sulla nuova emissione di azioni e obbligazioni, mentre il mercato finanziario secondario è il mercato in cui vengono scambiati i titoli già emessi. Ed è questo mercato secondario che viene scambiato dalle borse, come, ad esempio, quella di Wall Street.

Le richieste e le offerte di capitale si incontrano, perciò, nei mercati finanziari. Ad esempio, qualcuno che vuole investire una somma di denaro in una società troverà facilmente le azioni di una azienda che gli si addice. Esistono due tipi di prodotti che vengono introdotti sui mercati finanziari. Il primo sono le azioni, ovvero, la possibilità per un investitore di acquistare una parte di una azienda.

In cambio, riceverà dividendi, cioè quota dell’utile annuale distribuito agli azionisti, e un aumento del valore delle sue azioni se ha investito saggiamente. Le azioni sono considerate degli investimenti rischiosi. Se la società non realizza un profitto, infatti, l’investitore non riceve dividendi e il valore delle sue azioni diminuisce. Detto questo, il valore delle azioni è anche soggetto alle tendenze del mercato e alla fiducia degli investitori e, questo, lo vediamo ogni giorno!

Il secondo prodotto sono le obbligazioni. In questo caso, si tratta di prestiti emessi da Stati o società molto grandi. Sono rimborsati a scadenza predeterminata e portano interessi. L’interesse è pagato se la società guadagna o meno. Finora, le obbligazioni erano considerate quasi prive di rischio, ma il rendimento finanziario era inferiore alle azioni. Dalla recente crisi del debito, questo non è più il caso. Di fatti, non ispirano più fiducia nei mercati finanziari.

I mercati finanziari hanno una utilità innegabile, ossia consentono la liquidità degli investimenti. È impossibile ritirare il denaro investito nel capitale di una società. Pertanto, se un individuo o una azienda ha bisogno di denaro, e possono esservi molte ragioni, l’esistenza dei mercati finanziari consentirà loro di vendere le proprie azioni o obbligazioni.

I mercati offrono quindi sia sicurezza finanziaria per le imprese, le quali trovano capitale a lungo termine, e sia liquidità per gli investitori, se un investitore ha bisogno di denaro gli è facile vendere i suoi investimenti. In conclusione, questi mercati hanno permesso lo sviluppo economico dei paesi sviluppati.

Turchia, Sud Africa e Indonesia: paesi emergenti in una zona turbolenta

I profeti del nostro tempo sono coloro che hanno protestato contro lo schiacciamento dell’uomo sotto il peso delle leggi economiche e degli apparati tecnici, che hanno rifiutato queste fatalità

Giorgio La Pira

 

Come Advisor, sono dell’opinione che non è ancora la tempesta ma, oggettivamente, i mercati emergenti oscillano pericolosamente. La rupia indonesiana, come pure la lira turca e il peso argentino, il rand sudafricano, il rublo russo, il real brasiliano e il peso messicano, hanno, compressivamente, sofferto molto.

Indubbiamente, l’aumento del dollaro, il commercio e le tensioni diplomatiche indeboliscono queste economie. Da Advisor, annoto che la volatilità delle valute dei paesi emergenti si avvicina ai massimi registrati sulla scia della crisi finanziaria del 2008 e, finora, nessun miglioramento è in vista. La turbolenza si fa sentire forte anche sui mercati azionari.

Per esempio, l’indice MSCI, che comprende le azioni di circa 20 economie emergenti, è caduto, spesso, per diversi giorni consecutivi. Colpite dal timore di un contagio, le borse di Hong Kong, Shanghai e Shenzhen in Cina, hanno avuto brusche cadute. Una delle prime avvisaglie si è avvertita all’inizio di agosto con quanto stava avvenendo in Turchia.

Una scossa alimentata dalle forti tensioni diplomatiche con Washington, dalle fragorose uscite del presidente Erdogan e dai malcelati squilibri economici. In pratica, il forte disavanzo dell’economia di questo paese, ha fatto crollare bruscamente la lira turca. Quindi, sull’onda di questo avvenimento e, unitamente, a seguito del calo delle valute straniere di altri paesi sparsi in tutto il mondo, ben presto, si sono andati a sollevare i timori di contagio.

Ma, sullo sfondo, si intravedono ben altri scenari. Infatti, quello che sta avvenendo in Turchia, come in altre parti del mondo, sembra che sia meramente una fredda prova di forza di forza, un tentativo di emergere e di svincolarsi dalle attrattive messe in atto dal mercato statunitense. È, tuttavia, da sottolineare che, per molto tempo, queste economie hanno beneficiato di quella che gli analisti chiamano la ricerca del rendimento.

Infatti, quando i tassi erano vicini allo zero, gli investitori si sono riversati in queste regioni per avviare attività remunerative. I banchieri centrali sono stati molto audaci, nel comprare attività finanziarie, come pure nell’usare il loro potere esclusivo per coniare moneta. Questa storica creazione di liquidità ha reso la felicità degli investitori. Ma non c’è un bel finale in tutte le storie e, la drammaticità della cronaca, mette duramente in rilievo quello che sta avvenendo.

Dall’inizio del 2018, la BCE, cioè la Banca centrale europea, per esempio, ha intrapreso una traiettoria di “normalizzazione” della sua politica monetaria, vale a dire, ha cessato di avere i tassi di interesse con livelli considerati anormalmente bassi. Non a caso, qualcuno ha, anche sostenuto che nel mercato azionario, il rallentamento economico sarà la rappresentazione della giustizia e della pace.

Naturalmente, ogni rivoluzione ha luogo in un contesto che influenza i suoi effetti. Una crescita economica resiliente, un aumento dell’inflazione, specialmente negli Stati Uniti, in conclusione, incoraggerebbero le banche centrali ad accelerare il loro disimpegno.

Eccedenze tedesche, fonte di squilibrio per l’Europa e per gli Stati Uniti d’America

Le quattro parole più pericolose in un investimento sono: questa volta è diverso

John Templeton

Germania

Deutschland über alles, über alles in der Welt, ovvero, la Germania sopra a tutto, sopra a tutto nel mondo. L’annuncio del grande surplus del bilancio tedesco, un vero serpente marino in Europa, suona come una provocazione per il presidente americano. Come al solito, la questione ha una visuale diversa a seconda da dove la si osserva.

Come Advisor, annoto che la Germania sta registrando, ancora una volta, un grande surplus. Secondo l’IFO, ossia l’Institute for Economic Research l’influente indicatore di Monaco, l’eccedenza dovrebbe essere vicina a 300 miliardi di euro quest’anno, ovvero il 7,8% del prodotto interno lordo, cioè del PIL. Sarà un po’ meno del record ottenuto nel 2017, ma il paese rimane, comunque, sul primo gradino del podio, davanti a Giappone e Cina.

Ovviamente, nel versante degli Stati Uniti, questo risultato annunciato sembra una provocazione. Non a caso, questo scottante argomento è rapidamente divenuto una parte delle ossessioni di Donald Trump. A maggio 2017, ad esempio, aveva già twittato che era molto negativo per gli Stati Uniti aver enorme deficit commerciale con la Germania. Inoltre, ricordava come la Germania non sosteneva economicamente quanto dovrebbe la NATO.

Quindi, è alquanto evidente che le cosiddette eccedenza tedesche siano tanto una fonte di squilibrio per l’Europa, quanto per gli Stati Uniti d’America. Infatti, se per il presidente americano è frutto di trucchi il fatto che la Germania risulti essere un paese in surplus, in Europa, le eccedenze tedesche sono viste come un pericoloso serpente di mare.  Soprattutto in Francia, dove si dilettano regolarmente a prendere in giro i loro vicini troppo virtuosi. In tempi recenti, anche il Fondo monetario internazionale, cioè l’FMI, ha, stranamente, aderito alle critiche.

Ma, in effetti, qual è il problema?  La competitività dell’industria in Germania è stata in parte amplificata dalla moderazione salariale nel paese all’inizio degli anni 2000. Non a caso, l’eccedenza tedesca ha diverse fonti. Comunque, è da considerare come sia, principalmente, il risultato del dinamismo dell’industria in Germania. Quindi, la sua competitività è stata solamente in parte amplificata dalla moderazione salariale nel paese all’inizio degli anni 2000. Quel che è certo, che i salari più bassi hanno limitato le importazioni stimolando, al tempo stesso, le esportazioni.

A tal proposito, da Advisor devo ricordare che, secondo una recente nota del Tesoro francese, il fenomeno spiega almeno un terzo dell’attuale avanzo delle partite correnti tedesche. Certamente, la crescita industriale ed economica della Germania è un qualcosa di incontrovertibile.

Di conseguenza, è più che normale che sia i paesi europei e sia gli Stati Uniti d’America, vedano il tutto come un qualcosa in grado di modificare i già delicati equilibri della politica economica mondiale. Pur tuttavia, è da ammettere in conclusione, che tutto ciò è anche il frutto dell’enorme eccesso di risparmio pubblico e privato del paese di Angela Merkel, superiore alle esigenze degli investimenti interni.