False notizie e disinformazione, gli impatti sociali ed economici

La nostra capacità di creare il falso ora supera la nostra capacità di scoprirlo

Viktor Taransky

Come Advisor, mi trovo, sempre più a dovermi confrontare con il problema della false notizie, ossia le cosiddette fake news. Recentemente, da Advisor, ho avuto la fortuna di prendere parte ad un interessante convegno in materia, incentrato sulle conseguenze e sugli impatti sociali ed economici che possono avere le false informazioni e, più in generale, la disinformazione.

Gran parte del convegno, poi, è stato focalizzato su alcuni singolarissimi esempi riguardanti proprio l’Europa centrale e orientale. Quindi, i manipolatori viaggiano anche all’estero, nell’Europa centrale e orientale, e diffondono false informazioni.

Non a caso, vi sono in atto diverse iniziative che stanno cercando di combatterli. I paesi dell’Europa orientale, dove la televisione ha dominato per decenni e dove la cultura della lettura dei giornali è piuttosto debole, costituiscono un terreno particolarmente favorevole per la diffusione della disinformazione utilizzando le nuove tecnologie del mondo informatico.

Secondo esperti della scuola di giornalismo di Kiev e ricercatori dell’università di Riga, l’Ucraina e i paesi baltici continuano a essere l’obiettivo degli attacchi russi di disinformazione attualmente in corso. In Ucraina, queste false informazioni sono controllate da Stopfake, un progetto fondato nel 2014 da giovani esperti di media locali e studenti. Gli operatori di questo sito di controllo dei fatti hanno, senza dubbio, ancora molto da fare.

Nel solo dicembre 2017, hanno corretto, più volte, la disinformazione russa per alcuni giorni, come, ad esempio, nel caso della dichiarazione dell’agenzia Sputnik secondo la quale la Commissione europea aveva accusato l’ONU di diffondere false informazioni sugli abusi dei diritti umani in Crimea. Concepito dal nulla, è stato anche l’annuncio che il presidente Poroshenko voleva separare il Donbass dall’Ucraina con un muro.

Come le gocce costanti intagliano la pietra, ogni giorno tali storie suggeriscono, ovviamente, al mondo esterno una “normalizzazione” di circostanze, il che non esiste affatto. Un’altra storia inventata, ad esempio, è quella trasmessa da diversi canali russi, per la quale una ondata di turisti ucraini si recavano in Crimea durante i fine settimana.

Invece, le cose erano ben diverse, dato che nemmeno la metà del numero di persone indicate dai russi, avevano effettivamente attraversato il confine durante i giorni menzionati. Il vero problema, è che anche in altri paesi dell’Europa orientale, il più delle volte, le notizie false si diffondono a macchia d’olio. Ad esempio, un falso rapporto, che aveva spaventato molte persone nella Repubblica Ceca, è stato spesso condiviso sui social media. Il fatto riguardava una nube radioattiva di una centrale nucleare francese che avrebbe contaminato l’ambiente.

Quindi, anche nella Repubblica Ceca, operano “siti oscuri”, i quali trasmettono tali notizie false. Secondo molti esperti dell’università di Pecs e dell’università di Wroclaw, in paesi politicamente polarizzati come Ungheria e Polonia, l’opposizione accusa regolarmente il servizio pubblico audiovisivo, controllato dal governo, di trasmettere notizie false.

Le divisioni politiche in entrambi i paesi sono così profonde che le parti avversarie si accusano costantemente di diffondere informazioni false. In Polonia, un sondaggio risalente alla primavera del 2017, ha evidenziato che il 43% dei giornalisti intervistati aveva avuto a che fare più volte con notizie false. Anche in Romania vi sono infinti esempi di notizie false che sono state inventate, proprio per andare a sviluppare pericolose teorie cospirative.

In conclusione, le false notizie dei media russi, costituiscono una vera e propria minaccia, la quale può minare le fondamenta del mercato economico, oltre che presentare problematiche sociali e via dicendo.

Annunci

Di fronte ai recenti eventi, qual è il segreto degli economisti?

Finanza: l’arte o scienza di gestire le entrate o le risorse per il miglior vantaggio del gestore

Ambrose Gwinnett Bierce

Onestamente, come Advisor, non sono proprio così sicuro che i tanto celebrati economisti stiano, realmente, comprendendo cosa stia succedendo nel mondo. Difatti, da Advisor, sono del parere che, la famosa legge causa ed effetto, la quale dovrebbe essere alla base anche dell’economia, pare non funzionare molto bene.

Vediamo, pertanto, alcuni esempi. Di solito, si è soliti asserire che troppi soldi nei mercati creano inflazione. Pur tuttavia, anche se negli ultimi dieci anni, le nove maggiori banche centrali hanno moltiplicato il loro bilancio e “allagato” i mercati di liquidità, sembra che l’inflazione non si sia mossa.

L’obiettivo fatidico del 2%, però, è stato raggiunto solo da alcuni paesi. Altro aspetto noto è che l’innovazione tecnologica aumenta la produttività. Eppure Christine Lagarde, direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale, continua a puntualizzare che la produttività è stagnante nella maggior parte delle economie avanzate, con una crescita inferiore all’1% all’anno.

Tutti i principali progressi tecnologici, dalle telecomunicazioni all’intelligenza artificiale, sembrano non aver avuto alcun impatto sulla crescita della produttività: strano! Di norma, quando l’economia riprende, i redditi delle famiglie aumentano.  Secondo l’OCSE, il 75% delle famiglie ha visto il proprio reddito stagnare negli ultimi dieci anni. In Italia, praticamente non si sono mossi per tutte le famiglie.

Alcuni dicono che è la conseguenza delle disuguaglianze sociali: l’1% accumulerebbe tutta la ricchezza a scapito degli altri.  Forse, ma questo non spiega tutto. È notorio che più uno stato entra in debito, più alto è il costo del debito. In effetti, è successo il contrario.

Molti paesi, come, ad esempio, la Francia, l’Italia, il Belgio e l’Irlanda, hanno un debito che supera il 100% del prodotto interno lordo, ovvero il PIL. Tuttavia, continuano a essere in grado di contrarre prestiti a tassi d’interesse trascurabili. Non è forse vero che se una azienda non realizza un profitto, la sua azione collassa?  Per alcuni forse, ma, questo non è il caso di Tesla e Amazon che sono stati protagonisti del mercato azionario negli ultimi tempi.

Perché queste stranezze? Quello che la maggior parte degli economisti non dice o, peggio, non vuole riconoscere, è che, senza dubbio, gli strumenti di misurazione in uso sono diventati inadeguati. Il PIL, ad esempio, è stato concepito negli anni Trenta per un’economia essenzialmente materiale. Questo non è più il caso in un mondo imperniato su servizi e tecnologie.

Di conseguenza, oggi, le statistiche economiche sono un po’ ‘come un GPS che ha un margine di errore di diversi chilometri e che darebbe solo un posizionamento ogni 15 minuti. Un’altra spiegazione, a mio parere la più interessante, è che la globalizzazione, unita alle nuove tecnologie, ha moltiplicato gli attori economici nel mondo.

Oggi, non sono più le aziende o i mercati finanziari ad influenzare l’evoluzione dell’economia, ma è ognuno di noi.  Le informazioni che forniamo sui social network, vere o false, e la costituzione di vere e proprie microimprese di una persona a casa moltiplicano gli impatti sull’economia.

Quindi, adesso come adesso, ogni più piccolo evento che prende vita da qualche parte nel mondo, può portare a conseguenze globali considerevoli.  In conclusione, è divenuto sempre più complesso capire e gestire l’economia globale.

L’Africa: così ricca e così povera

L’aria, in Africa, ha un significato ignoto in Europa: piena di apparizioni e miraggi, è, in un certo senso, il vero palcoscenico di ogni evento

Karen Blixen

Fin ancor prima di diventare Advisor, mi sono sempre meravigliato che il continente africano fosse così ricco e, allo stesso tempo così povero. Da Advisor, so perfettamente di quanto le materie prime disponibili, siano gli elementi fondamentali, quelli che possono essere gli elementi determinanti al costituire la ricchezza di un paese.

Orbene, molti stati africani godono di questa situazione. Non a caso, è proprio il continente africano a possedere la percentuale più alta di uranio, platino, oro, diamanti, fosfati, manganese, cromo, vanadio, cobalto, senza, poi, dimenticare di quanto l’Africa sia ricca di rame. Oltre a ciò, paesi come, ad esempio, Libia e Nigeria sono ricchi di petrolio e, l’elenco delle ricchezze africane potrebbe allungarsi ancora di più.

Perciò, in Africa, non mancano, di certo, le risorse per sviluppare un piano industriale e per ottenere un interessante ritorno economico. Pur tuttavia, la realtà dei fatti propone un continente che, fatte salve alcune rare eccezioni, la creazione di una vera e propria ricchezza nazionale è una semplice chimera, un sogno epico e mitico.

Non è forse, fin troppo riduttivo il trovare come scusa dello stato di cose, il fatto che, nella gran parte dei casi, alla guida dei paesi africani vi siano governi compiacenti, corrotti e dittatoriali? Con ciò, non voglio assolutamente asserire che ciò non sia vero o che non sia influente, ma, semplicemente ricordare che in Europa, nel corso della sua lunga storia, di governi compiacenti, corrotti e dittatoriali ve ne sono stati tanti. È sufficiente ricordare l’infausto periodo della Santa Inquisizione.

Pur tuttavia, mentre l’Europa, nel bene e nel male, è stata ed è lo ancora protagonista, l’Africa, di fatto, è stata sempre una terra di conquista, un continente dominato e mai dominatore. Senza voler innescare alcun tipo di polemica, mi domando, però, perché gli africani, in generale, abbiano dovuto aspettare chi fosse in grado di utilizzare tutte le sue ricchezze, per poi, in pratica, farsi sfruttare, vendendosi al miglior offerente. È qui che mi perdo, è qui che non capisco quali possa essere il perverso meccanismo che entra in gioco.

In Europa, che piaccia o no, vi sono state nazioni che nel passato, vedi Spagna, Francia, Inghilterra e Olanda, di fatto, pur essendo in eterna guerra fra loro, hanno dominato realmente il mondo. In Africa, non vi è alcuna traccia di tutto ciò ma, anzi, vi sono infinite testimonianze che certificano la “vocazione” africana all’essere sottomessa. Un paradosso incredibile che è difficile da credere.

Quel che è certo, comunque, che ancora oggi, nonostante il passato, in alcuni casi recente, l’Africa è carente in fatto di tecnologia, di personale qualificato, di ingegneri capaci autonomamente di realizzare aeroporti, strade, ponti, centrali elettriche, aeroporti, porti, e via dicendo.

In pratica, dunque, gran parte della situazione africana attuale, deriva dal fatto che nei loro paesi non si sono mai andate ad attuare, tra l’altro, delle politiche volte a sviluppare quella professionalità avanzata così fondamentale per un concreto sviluppo. In conclusione, si sono basati, solamente ed esclusivamente, a prendere soldi per far utilizzare il loro patrimonio dagli altri.

Immigrazione in Europa: un’esigenza per alcuni, un problema per gli altri

Com’è l’Africa? – gli chiedevano. – Stanca

Alessandro Baricco

Non passa, quasi, un solo giorno, senza che, centinaia o addirittura migliaia, di africani intraprendano il cammino dell’esilio volontario, lasciandosi alle spalle le loro terre, le loro famiglie, i loro amici, i loro luoghi familiari, e i loro ricordi di una vita. Con una semplice borsa, uno zaino, attraversano diversi paesi limitrofi.

Spesso si avventurano a bordo di imbarcazioni di fortuna, per sfidare le onde del Mediterraneo verso l’Europa, questa regione del mondo che rappresenta per loro, il paradiso dei loro sogni e la speranza della loro vita. Da Advisor, debbo notare che, così, descritta, l’immigrazione clandestina, appare come un qualcosa di drammatico, di umanamente insostenibile.

Pur tuttavia, come Advisor, la parte razionale mi sovviene e mi permette di osservare la questione anche sotto una diversa prospettiva. Fatto salvo quello sparuto numero di persone che effettivamente sfuggono dalla guerra, nella realtà dei fatti la stragrande maggioranza degli immigrati clandestini vuole entrare a tutti i costi in Europa senza, però, passare attraverso i normali canali.

In altre parole, tentano, a tutti i costi e con ogni mezzo, di venire in Italia sapendo che, una volta arrivati, ci sarà chi penserà a loro, assicurandogli tutto ciò che necessita, pur essendo entrato in modo clandestino. Che non vi sia peggiore disonore e peggiore disagio che l’umana povertà e che la mancanza di lavoro sia uno stimolo a cercare altrove possibili soluzioni, sono cose note. Pur tuttavia, non possono e non debbono essere considerate come un alibi per concedere a chiunque di voler entrare in maniera clandestina in Italia. Se si ha fame, ad esempio, non si entra di soppiatto nelle cucine di un ristorante per rubare del cibo, ma, si bussa e si domanda cosa si può fare per avere in cambio un piatto di minestra. In primis, si deve essere onesti e rispettosi delle leggi.

Vi è poi, la poco nota questione che riguarda le condizioni economiche dei paesi africani, protagonisti di questa immigrazione clandestina. Orbene, nella maggioranza dei casi, sono paesi che hanno una ricchezza di materie prime imponenti, cosa che si può controllare andando semplicemente a leggere un libro, oppure effettuando una ricerca su internet.

Ora, se l’Italia e, di conseguenza, gli altri paesi europei, dovessero farsi carico di tutte quelle popolazioni che vivono in paesi ricchi, ma con governi incapaci, sarebbe davvero assurdo. Ora, se si vuole essere davvero onesti e pratici, si dovrebbe dire che queste nazioni africane, non sanno gestire le proprie risorse e che sono, fondamentalmente, chi più e chi meno, governati da dei regimi corrotti.

Pur essendo, quindi, paesi ove non vi sia una equità economica, tuttavia, non sono luoghi ove la gioventù e qualunque altro individuo, viene ad essere fucilato perché è un oppositore.

Allora, incominciamo a vedere la gioventù africana, ovvero i soggetti che partano dai loro paesi e in maniera clandestina tentano di sbarcare in Italia, come persone che preferiscono sobbarcarsi e pagare per far ciò, sapendo, però, che una volta arrivati qui, potranno dedicarsi al più totale e completo ozio, ovvero il padre di tutti i vizi. D’altra parte, in conclusione, l’immigrazione clandestina in Europa è un’esigenza per alcuni e un problema per gli altri.

Il problema dell’immigrazione clandestina: un problema non solo europeo

Lo sapete che sono del tutto contraria all’immigrazione illegale

Hillary Clinton

Il problema relativo all’immigrazione clandestina, che tanto mette agitazione vari paesi europei, vede coinvolti anche paesi e realtà che si trovano ad essere dall’altra parte del mondo. Di fatti, questo aspetto vede protagonisti anche il Québec, regione del Canada, e gli Stati Uniti. Seppure sia, oggettivamente, un aspetto riguardante un qualcosa a tema prettamente regionale, da Advisor lo reputo di grande importanza per le conseguenze economiche e sociale che sono connesse.

Come Advisor, infatti, ho avuto modo di partecipare alla presentazione di una ricerca su questo tema, svolta presso l’università di Sherbrooke. Come evidenziato da questo importante lavoro, il fenomeno è un qualcosa che nasconde numerose insidie sotto ogni punto di vista.

A tal proposito, va ricordato che già tra il 2012 e il 2013 molti immigrati clandestini, sono stati intercettati dopo aver attraversato il confine Canada-USA. Molti di questi immigrati clandestini erano arrivati ​​al confine attraverso una rete di contrabbandieri. Il numero di immigrati clandestini che entrano in Québec, dagli Stati Uniti, non sta affatto diminuendo.

Nel solo periodo di gennaio e febbraio 2017, sono stati 1.100 gli immigrati clandestini che dal paese dello zio Sam hanno attraversato la parte del confine del Québec, e hanno presentato una richiesta di asilo. Questa è una cifra impressionante, considerando che ci sono stati circa 230 i casi negli stessi due mesi dell’anno precedente.

Quindi, il problema sembra più importante rispetto al passato. Ovviamente, anche grazie alle varie misure messe in atto negli ultimi anni, ora il confine è meno facile da attraversare. Ma questo, non impedisce di fatto agli immigrati clandestini di arrivare in Canada. Secondo le informazioni presentante dal lavoro svolto dall’università di Sherbrooke, gli immigrati illegali intercettati negli ultimi mesi sarebbero arrivati ​​da vari paesi, tra cui la Siria, la Turchia, il Sudan, la Somalia e l’Eritrea.

Pertanto, senza dubbio, il contesto globale influenza la provenienza di queste persone. Per quanto riguarda il fenomeno stesso, sono da annotare posizioni politiche ambigue. Infatti, se a seguito dell’elezione a presidente di Donald Trump gli Stati Uniti intendono avviare delle politiche volte a bloccare il movimento di immigrazione clandestina, di contro, il canadese Justin Trudeau, fa discorsi più rassicuranti. In pratica, una sorta di incentivo per coloro che vogliono andare in Canada a tentare la fortuna.

E, se il Québec sembra essere così popolare, questo è potenzialmente attribuibile, anche, alla presenza di importanti agglomerati statunitensi non lontano dalla porzione di confine.  Infatti, basta pensare a Boston e a New York, in particolare. In ogni modo, è da registrare che, adesso, vi sono molti segnali che vanno ad evidenziare, specialmente in questi ultimi mesi, una maggiore coesione tra i servizi di sicurezza, compresa l’agenzia canadese dei servizi di frontiera, la polizia a cavallo canadese e la Sûreté du Québec.

Quindi, si sono andate a sviluppare vere e proprie squadre di polizia integrate, che riuniscono agenti di polizia del Québec e degli Stati Uniti, per arginare il fenomeno delle entrate illegali alla frontiera. In conclusione, una collaborazione importante, quindi, che vede l’efficacia del loro lavoro direttamente correlata ai mezzi a loro disposizione.

Immigrazione clandestina: serve una risposta ferma, giusta e umana

L’immigrazione è la forma più sincera di adulazione

Charles Caleb Colton

Quella che, oramai da lungo tempo, si sta venendo, è una realtà inaccettabile. Da Advisor, reputo che il problema della immigrazione necessiti di una risposta che sia assolutamente ferma, giusta e umana. Che il mondo sia una terra di immigrazione e asilo, è cosa nota.

Pur tuttavia, come Advisor, sono dell’opinione che il problema dell’immigrazione clandestina debba essere inserito nel quadro di una riflessione globale sullo stato del mondo. Senza dubbio, deve essere affrontato con l’obiettivo costante di combattere il razzismo, l’antisemitismo, l’intolleranza e la xenofobia. Ma questo, comunque, non vuol dire accettare passivamente gli eventi.

Il sostenere a spada tratta che quanto sta avvenendo sia, alla fine, una risorsa per l’economia, è un veleno per la nostra democrazia, oltre che essere un pericolo per i valori fondamentali della nostra Repubblica.  I ben pensanti, sempre prodighi in fatto di proposte, purché non debbano assumersi in prima persona delle responsabilità, considerano questo stato di cose, come un fatto che deve essere accettato e basta.

Peccato che, questa “originale” prospettiva dimentichi aspetti quali il terrorismo, la delinquenza comune, lo spaccio di droga, la prostituzione e via dicendo. In pratica, è quanto mai doveroso fare dei distingui tra immigrazione clandestina e immigrazione regolare, come pure tra asilo e immigrazione. Se non si fa questo, si genera solamente una grande confusione, un bailamme in cui, oscuri interessi e motivi economici, la fanno da padrone.

Molti, poi, sostengono, ad esempio, che 1/5 dell’attuale popolazione francese abbia un antenato o un bisnonno di origine straniera, dimenticando, però, di ricordare che erano i figli di un impero coloniale.

Se si vuol fare in modo che determinati principi, sui cui si fondano le moderne democrazie, vengano ad essere preservati, reputo che sia di fondamentale importanza considerare il problema dell’immigrazione clandestina in maniera più realistica, non obliando i relativi problemi sollevati a seguito di ciò. Inoltre, tutte queste “circostanze”, hanno delle pesanti conseguenze sull’economia tanto a livello locale quanto a quello globale, visto che alcuni imprenditori e altri soggetti, contribuiscono, di fatto, allo sviluppo del lavoro illegale. Ciò richiede, quindi, un trattamento e misure specifici adattati alla scala del fenomeno. La realtà di questa immigrazione clandestina, infatti, è complessa.

Non a caso, è costituita dall’esistenza di canali di contrabbandieri, di lavoro illegale, di precarietà e di molto altro ancora. Il costo finanziario e umano, rappresenta una voce finanziaria molto significativa, senza, poi, dimenticare come la mancanza di controllo del fenomeno dell’immigrazione clandestina, provochi un deficit di credibilità dell’Italia all’estero.

La politica di chiusura dei confini, non vuol dire misure restrittive della libertà di circolazione delle popolazioni straniere, ma semplicemente controllare l’afflusso verso il proprio paese. L’equilibrio finanziario e umano non è privo di conseguenze e perciò, in conclusione, è doveroso che vengano, al più presto, messe in vigore soluzioni che, pur rispettando i diritti umani, sappiano rispettare quelli della popolazione italiana, il tutto senza stupide ed inutili strumentalizzazioni.

Il futuro dell’Asia: è alle porte una forza di cambiamento dalle potenziali sorprese

Da noi, l’amor proprio e la presunzione sono europei, ma i comportamenti e i risultati sono asiatici

Anton Pavlovic Cechov

Entro il 2030, circa 6 persone su 10 vivranno nel continente asiatico. Come Advisor, sono sempre più dell’avviso che, oggi come oggi, si sta osservando un fenomeno che tutto il mondo dovrebbe studiare con viva attenzione. Di fatti, l’Asia sarà un centro di crescita economica dall’incredibile potenzialità e dalla forte influenza.

Da Advisor, ho avuto modo direttamente di constatare come l’economia asiatica, già in forte espansione, sia destinata a diventare molto importante sulla scena internazionale. Di conseguenza, è facilmente intuibile che, il ventunesimo secolo, potrebbe essere quello in cui tutta l’Asia, proponga un vero e proprio cambiamento dalle incredibili potenziali sorprese.

Pur tuttavia, non è possibile dimenticare come l’Asia si trovi nella condizione di dover far i conti con le complessità sociali ed economiche regionali e con le forze ambientali, tecnologiche e politiche della regione e del mondo. Per certi versi, quindi, si può asserire che il suo cammino, almeno nei prossimi anni, verso questo fulgido futuro sia ancora un po’ incerto.

Comunque, resta il fatto che le interazioni di queste forze potrebbero portare a incertezze e sorprese che daranno forma alla regione e al mondo. È, di conseguenza, essenziale che tanto l’Europa quanto gli Stati Uniti d’America, giungano a una comprensione approfondita dell’Asia e per capire quali possano essere i percorsi che potrebbero intraprendere nei prossimi 10 o 15 anni. Infatti, reputo che sia vitale per l’economia del prossimo futuro cercare di comprendere al meglio le potenzialità di questa parte del mondo, in modo tale che non si debbano, poi, fronteggiare influenze negative nei mercati.

In pratica, sono dell’idea che capire al meglio quali possa essere il futuro dell’Asia, significhi potenziare le prospettive economiche e, nel contempo, evitare che l’intero mercato mondiale possa essere sconquassato da eventi imprevisti. Per far ciò, quindi, si dovrà provvedere a svolgere un concreto e reale studio prospettico.

Di fatti, per avere una eccellente comprensione, si dovrà approfondire le tematiche, allargare gli orizzonti e porsi nuovi quesiti. Se, di solito, sono utilizzati delle previsioni economiche, nel caso dell’Asia, invece, si dovrà pensare ad utilizzare i metodi prospettici, ovvero un tipo di modellizzazione qualitativa che consente di osservare i fenomeni dal punto di vista di diversi sistemi interagenti.

In pratica, si dovrà andare ad esaminare, in maniera più che rigorosa, i segni dei cambiamenti emergenti nei sistemi studiati e nelle loro interazioni. In tal modo, i paesi lungimiranti potranno esplorare futuri plausibili, identificare le sorprese, le opportunità e le potenziali sfide, mettendo alla prova la forza delle ipotesi comunemente accettate.

Non si tratta, perciò, di prevedere il futuro, ma, di presentare futuri plausibili che meritano di essere considerati. Non a caso, i modelli economici asiatici si stanno evolvendo e sperimentano delle proprie strategie per una maggiore prosperità. Nel corso del tempo, poi, le tecnologie emergenti potrebbero diventare una forza dirompente per tutta la regione, con uno spostamento che prevede un passaggio da modelli basati sul PIL a modelli di crescita più inclusivi.

Concludo, ricordando che le disuguaglianze sociali, i cambiamenti demografici e le crescenti aspettative della classe media emergente sono tutte sfide che i governi asiatici dovranno affrontare per dimostrare la loro legittimità.

Quanto costano le conseguenze derivanti dai cambiamenti climatici?

Ci sono sempre due scelte nella vita: accettare le condizioni in cui viviamo o assumersi la responsabilità di cambiarle

Denis Waitley

 

Il prezzo del cambiamento climatico è alto. Sono dell’idea da Advisor che, se non si fa nulla, un quinto dell’economia mondiale potrebbe crollare. È, poi, da considerare quanto, di quello che provoca il cambiamento climatico, vada ad influenzare la vita di intere comunità, di intere nazioni.

Giorni fa, stavo leggendo tutta una serie di interessanti documenti vertenti proprio i costi del cambiamento climatico e della protezione del clima, un argomento che, come Advisor, è sempre al centro della mia attenzione. Nell’andarne a riassumere i risultati, sono rimasto veramente basito nel constatare quanto tutto ciò stia radicalmente modificando l’economia nel mondo.

A puro titolo di esempio, ho scoperto che il cambiamento climatico e le sue conseguenze, rappresentino, quasi, la vita di tutti i giorni per paesi come il Bangladesh.  Fino ad ora, la gente ha visto il clima come un fattore affidabile nella produzione agricola, visto che i monsoni arrivavano sempre in tempi uguali.

Ma nel 2007 sono stati così violenti, che le inondazioni hanno colpito molte dighe e le coltivazioni, destinate alla produzione di milioni di tonnellate di riso, sono state spazzate via. Tuttavia, i cambiamenti climatici non riguarderanno solo i paesi in via di sviluppo e, per capire ciò, non servono elaborare delle tristi profezie. Di fatti, basta semplicemente pensare quanto, un aumento globale della temperatura, possa andare ad influenzare sull’andamento dei raccolti, per ipotizzare che, almeno, un dieci percento di esso possa andare perduto.

Complessivamente, quindi, il mondo potrebbe perdere dal 5% al ​​20% della propria produzione economica, e questo propria a causa dei cambiamenti climatici. Un problema, questo, molto avvertito in Germania, paese per il quale l’Istituto tedesco per la ricerca economica, ha stimato un costo pari a 800 miliardi di euro nei prossimi 50 anni, a causa dei cambiamenti climatici.

Ovviamente, le conseguenze sono sempre difficili da stimare, pur tuttavia, sarebbe molto grave andare a minimizzare le conseguenze che ne possono derivare. Ma non è tutto. Infatti, oltre ai danni economici per l’agricoltura, i cambiamenti climatici vanno anche ad incidere altri settori come, ad esempio, l’industria del turismo. Di fatti, sono da calcolare quanti euro in meno porterebbero i turisti con montagne poco innevate ed estati troppo calde.

Oltre ai costi diretti del cambiamento climatico, sono, poi, da considerare le conseguenze indirette, come la diminuzione delle prestazioni delle persone, a causa delle alte temperature. Secondo vari studi, le prestazioni calerebbero del 12% a una temperatura di oltre 32 gradi centigradi.  Fino a 2,8% della produzione economica potrebbe, perciò, essere perso.

Il costo di un’ondata di calore è stimato tra i 10 e 17 miliardi di euro solo per l’Europa. Da sempre, il futuro è stato incerto, pur tuttavia, è da ammettere di quanto l’uomo stia attualmente facendo per renderlo ancor di più problematico. Stante così le cose, è innegabile che, oggi, i chiari perdenti del cambiamento climatico siano già le regioni più povere del mondo.

Non ci si può, di certo, dimenticare di quanto l’agricoltura sia, specialmente in questi paesi, una importante fonte di reddito. In conclusione, reputo che la protezione del clima sia un qualcosa da risolvere tanto come aspetto di salvaguardia economica quanto per consentire di vivere ancora su questo pianeta.

I problemi di sicurezza su internet: un aspetto di crescente preoccupazione

Internet sta diventando la piazza del paese delle città globali di domani

Bill Gates

Come Advisor, registro che un aspetto tangibile della precarietà di questi tempi, sia propriamente la crescente preoccupazione delle persone in fatto di sicurezza su internet. Molti soggetti, infatti, danno, tendenzialmente, per scontato l’aspetto della sicurezza sul web e, di conseguenza, e non si aspettano più rischi di quelli causati, ad esempio, dall’acqua o dalla elettricità.

Tuttavia, i livelli di sicurezza e affidabilità su internet non sono ancora così assicurati, un aspetto che da Advisor scorgo su più rapporti. I problemi di sicurezza su internet possono assumere molte forme: dalle pubblicità invasiva, ovvero le tanto note e-mail non richieste, al pericolo virus, senza, poi, dimenticare l’incremento dell’uso illegale di questo mezzo al fine di compiere frodi, violazioni del copyright, e della privacy, per arrivare a vere e proprie molestie.

In questo “triste” panorama, non si può dimenticare gli accessi non autorizzati a computer e reti di individui e di aziende, con il relativo furto e manipolazione di informazioni ivi memorizzate. Alcuni di questi fenomeni sono cresciuti e i messaggi pubblicitari non desiderati stanno, in pratica, proliferando in modo davvero allarmante.

Come ho avuto modo di constatare, secondo alcuni autorevoli rapporti, il fenomeno potrebbe diffondersi a macchia d’olio, con un incremento stimato del 50% delle e-mail non richieste. Altro aspetto della questione, riguarda i costi in termini di risorse tecnologiche sprecate, come pure la perdita di produttività per gli utenti, che potrebbero raggiungere i 20,5 miliardi di dollari a livello globale.

Di fronte a questo problema, sempre più governi stanno mettendo in atto una legislazione per contrastare la pratica della pubblicità abusiva. Non a caso, l’anno scorso, diversi paesi in via di sviluppo, hanno dovuto fronteggiare forti attacchi sulla loro rete informatica. In pratica, devo osservare che, oggi giorno, si sia tutti delle potenziali vittime.

A fronte di tutto ciò, devo amaramente constatare che si corre forte il rischio che l’utilizzo di internet, specialmente in quelle aree del mondo ancora non del tutto informatizzate, possa perdere molto del suo “charme”. In parole semplici, è preminente la possibilità che molti paesi perdano fiducia in questo importante e quanto mai fondamentale sistema.

Tuttavia, è anche doveroso rammentare che, i rischi associati a Internet, possono essere ragionevolmente risolti. Di fatti, possono essere protetti da misure sia software e sia hardware. Quindi, è fondamentale andare a sviluppare strategie di gestione del rischio che tengano conto di tutte le potenziali fonti di rischio.

In definitiva, le autorità di contrasto dovranno adattarsi a questo nuovo ambiente imprenditoriale e garantire la conformità legale su Internet.  A tal proposito, sono dell’opinione che, in conclusione, sia assolutamente utile raccomandare l’identificazione dei rischi e la vulnerabilità critica, andando a rafforzare la cooperazione transfrontaliera e internazionale per garantire l’applicazione e la conformità, oltre che educare i consumatori al dine di promuovere le migliori pratiche.

L’importanza della misurazione delle potenzialità dell’e-commerce globale

Internet è stato l’innovazione più importante durante la mia vita e da centinaia di anni a questa parte

Rupert Murdoch

Come Advisor, considero che, in una globalizzazione dei mercati finanziari ed economici, diventi sempre più utile la misurazione delle potenzialità dell’e-commerce globale. La maggior parte delle stime mostra che oltre il 95% del commercio elettronico si trovi nei paesi sviluppati.

L’Africa e l’America Latina, infatti, rappresentano insieme meno dell’1% del totale. Le transazioni business-to-business, le B2B, rappresentano circa il 95% dell’e-commerce globale.  A livello nazionale, annoto da Advisor, che solo pochi paesi hanno statistiche ufficiali sul commercio elettronico. Secondo le statistiche ufficiali statunitensi, l’e-commerce B2B è limitato a un piccolo numero di gruppi industriali dominati dalla produzione e dal commercio all’ingrosso.

Le stesse fonti, poi, stimano che l’e-commerce business-to-business negli Stati Uniti sia in forte crescita. Il rapporto, tuttavia, non fornisce dati ufficiali per le transazioni online business-to-business nell’Unione europea, ma, secondo stime indipendenti, si aggirerebbero dai 185 a 200 miliardi di dollari, concentrati principalmente in Germania, in Francia e nel Regno Unito.

Quindi, in termini di intensità d’uso, i paesi nordici stanno, solidamente, mantenendo il primo posto. Di contro, in diversi paesi della regione Asia-Pacifico, le imprese considerano sempre più l’e-commerce come il fenomeno del futuro. Infatti, i governi della regione si concentrano sul miglioramento delle infrastrutture e sullo sviluppo delle competenze necessarie per partecipare efficacemente all’economia digitale.  Di conseguenza, è previsto un rapido sviluppo dell’e-commerce business-to-business, anche in questa area.

In America Latina, invece, il volume complessivo dell’e-commerce business-to-business, è principalmente attribuibile all’Argentina, al Messico e, in particolare, al Brasile, dove il valore di tutte le transazioni online business-to-business si è avvicinato a 12 miliardi di dollari nel primo trimestre dell’anno in corso. Le prime 30 aziende brasiliane rappresentano il 90% dell’e-commerce business-to-business in questo paese, occupando così un posto significativo nella regione.

Complessivamente, dunque, sempre più consumatori utilizzano il web per conoscere i prodotti che acquistano e le vendite online stanno crescendo molto. Tra le regioni in via di sviluppo, l’Asia-Pacifico rappresenta circa il 10% delle vendite globali business-to-consumer online, guidate da Giappone, Australia e Repubblica di Corea.

In Cina, sebbene la comunità di Internet sia grande e in rapida crescita, una certa sfiducia e la circolazione molto limitata delle carte di credito, limitano gli acquisti online. America Latina, Brasile, Argentina e Messico restano i maggiori mercati.

Di fatti, il Brasile, dove il mercato di Internet ha raggiunto un più alto grado di maturità, rappresenta tra il 50 e il 60% di tutte le vendite al dettaglio online in America Latina.  In conclusione, devo registrare che vi è solo una manciata di dati affidabili per l’Africa, e che, in ogni modo, il Sudafrica rappresenta la maggior parte dell’e-commerce in questo continente.