Intelligence economica, il punto focale per lo sviluppo economico di un Paese

La misura dell’intelligenza è la capacità di cambiare

Albert Einstein

Advisor Abbate - tricolore cervello

Da Advisor, considero l’intelligence economica come uno dei punti focali per comprendere e analizzare lo sviluppo economico di un paese. Giusto per evitare ogni possibile fraintendimento, questa azione nulla ha a che fare con lo spionaggio classico e tanto meno con quello economico e / o industriale. Quindi, con l’intelligence economica, si identifica una raccolta di informazioni assolutamente legali.

Come Advisor, anche in questo caso, sono animato da un forte spirito di deontologia ed etica professionale. L’intelligenza economica, perciò, è l’insieme delle attività coordinate per la raccolta, l’elaborazione e la diffusione di informazioni utili agli attori economici.

Ovviamente, può essere integrato da altre forme come, ad esempio, l’intelligence sociale, tramite la quale si potrà, tra l’altro, andare ad organizzare la condivisione di informazioni ai fini della performance delle possibili azioni economiche e finanziarie. Anche se le finalità e gli scopi, in sostanza, sono stati codificati nel corso del tempo, questo termine apparve in Francia a metà degli anni 1990.

Ovviamente, non esiste una definizione riconosciuta dalla comunità scientifica, dal momento che la formula è stata forgiata essenzialmente dagli ambienti governativi, economici e finanziari. In sostanza, è possibile descrivere l’intelligenza economica, come la sommatoria di tutte le tecniche di ricerca e protezione di informazioni essenzialmente economiche, tecnologiche e commerciali utilizzate per preservare o conquistare i mercati.

Quindi, come ho precisato all’inizio, è una ricerca di informazioni aperte, liberamente accessibili a tutti tramite i vari mezzi di comunicazione tradizionali e informatici, quindi mediante giornali, pubblicazioni e internet e via dicendo. La dottrina dell’intelligenza economica nazionale è, di conseguenza, una strategia che può anche essere messa in atto da uno stato per sostenere le sue imprese nei mercati mondiali. In questo caso, implica una metodologia concertata e discreta tra lo stato, la sua amministrazione e le imprese.

L’intelligenza economica può, perciò, essere definita come l’insieme di azioni coordinate di ricerca, elaborazione e distribuzione. Queste varie azioni sono svolte legalmente con tutte le garanzie di protezione necessarie per la salvaguardia del patrimonio aziendale.

Di fatto, sono informazioni utili e necessarie ai diversi livelli decisionali di una azienda o della comunità, per sviluppare e attuare coerentemente la strategia e le tattiche necessarie per raggiungere gli obiettivi stabiliti, come, per esempio, migliorare la posizione di una società anche nel suo ambiente competitivo. A tal proposito, è bene sottolineare come tutte queste azioni, vengono ad essere organizzate attorno a un ciclo ininterrotto, generando una visione condivisa degli obiettivi dell’azienda.

Non a caso, l’intelligenza economica è la padronanza concertata dell’informazione e la coproduzione di nuove conoscenze, è l’arte di individuare minacce e opportunità coordinando la raccolta, l’ordinamento, l’archiviazione, la convalida, l’analisi e la diffusione di informazioni utili o strategiche. In conclusione, pare più che evidente come una intelligence economica sia il punto focale per lo sviluppo economico di un paese, dato che consiste nel riassumere ed evidenziare tutti quei concetti, strumenti, metodologie e pratiche che permettono di mettere in relazione, in modo rilevante, conoscenze e informazioni diverse nella prospettiva di padroneggiare e sviluppare le dinamiche economiche.

 

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L’intelligenza economica russa sotto Putin: un modello per una guerra commerciale

Gli europei non si sono degnati di considerarci dei loro in nessun modo, né a nessun prezzo”.

Fëdor Dostoevskij

Advisor Abbate - Mosca

Se l’URSS ha perso la guerra fredda in parte a causa di un modello economico fallito, come Advisor, sono dell’idea che la Russia potrebbe benissimo essere uno dei vincitori della guerra economica globale. È innegabile che la Russia debba il suo ritorno sulla scena mondiale alla sua strategia economica. Dopo il buco nero degli anni Novanta, la caduta del muro di Berlino nel 1989, la disgregazione dell’URSS nel 1991, la Russia sembra aver trovato le vie del potere.

Da Advisor, reputo che questo successo sia dovuto più al suo potenziale economico, specialmente alle sue riserve di materie prime energetiche, che alle sue forze armate. Oggi, Stalin non metterebbe in discussione il numero di divisioni di un potenziale nemico della Russia, ma il numero delle sue fabbriche, il peso delle sue risorse naturali e quello della sua forza finanziaria. Un nuovo ordine mondiale, che il regime di Vladimir Putin ha perfettamente integrato.

Infatti, da quando è entrato in carica nel 1999, Putin ha implementato una strategia economica al servizio del potere russo. Possiamo quindi parlare di un sistema o persino di una dottrina dell’intelligenza economica nazionale?

Indubbiamente, per rispondere a questa domanda, si deve comprendere come si articoli la relazione tra lo stato russo e gli attori privati ​​responsabili della sicurezza economica delle imprese russe e straniere. In altre parole, studiare come Putin sia “lavorando” per riposizionare gran parte dell’apparato amministrativo per proteggere gli interessi economici russi. In breve, è da considerare come la Russia di Putin si sta preparando per la guerra economica globale. La guerra economica è un nuovo concetto, difficile da definire.

Per la stragrande maggioranza degli specialisti delle relazioni internazionali, la guerra non può che essere militare. Non a caso, la guerra è vista come l’uso della forza armata per risolvere una situazione di conflitto tra due o più comunità. Di certo, consiste nel costringere ogni avversario a sottomettersi alla propria volontà, se si vuole riecheggiare quanto era solito asserire Carl von Clausewitz.

L’approccio di Quincy Wright, invece, presenta la guerra come un contatto violento tra entità separate ma simili. Per Gaston Bouthoul, la guerra è un atto legale. Parrebbe, quindi, usurpatoria la definizione di guerra, se la si volesse andare ad applicare agli scontri economici, visto la mancanza di violenza armata, una specificità della guerra.

Tuttavia, parte di questa definizione si applica bene alle nostre problematiche. Se la guerra deve sottomettere l’altro alla propria volontà, allora la guerra economica mira allo stesso obiettivo. Quindi, spogliando la guerra della sua dimensione puramente militare, ma preservandone gli obiettivi, si trova la base per il concetto di guerra economica. Non a caso, in un mondo super competitivo, i principali attori della guerra economica sono le compagnie e più in particolare le multinazionali, anche se gli Stati rimangono un attore decisivo di questa guerra.

Un professore di strategia, Edward N. Luttwak, annunciò già nei primi anni Novanta l’avvento della guerra economica globale. Quindi, diremo che la guerra economica è l’uso, da parte di attori statali o privati, di pratiche sleali o illegali nelle loro relazioni economiche. La guerra economica è portata alla sua massima espressione quando uno stato sceglie, con l’aiuto della sua amministrazione e delle proprie multinazionali, di perseguire una strategia concertata per preservare o guadagnare quote di mercato.

Le grandi aziende appaiono, quindi, come il braccio armato degli stati. Di conseguenza, la guerra economica diventa uno strumento al servizio del potere degli stati, ed è il volto più aggressivo della geo economia, ovvero l’analisi delle strategie economiche, in particolare quelle commerciali, decise dagli Stati nel quadro di politiche volte a proteggere la loro economia nazionale.

In sostanza, per aiutare le proprie imprese nazionali ad acquisire il controllo di tecnologie chiave e / o per conquistare determinati segmenti del mercato mondiale relativi alla produzione o alla commercializzazione di un prodotto o una gamma di prodotti sensibili. In conclusione, è un elemento di potere e di influenza internazionale che contribuisce a rafforzare il proprio potenziale economico e sociale.

Perché l’Africa non sta crescendo?

L’aria, in Africa, ha un significato ignoto in Europa: piena di apparizioni e miraggi, è, in un certo senso, il vero palcoscenico di ogni evento”.

Karen Blixen

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Come Advisor, ovviamente, sono particolarmente attento alle evoluzioni economiche del continente africano. Da Advisor, tuttavia, devo constatare di come l’Africa non stia crescendo e di come l’intero continente non sia affatto in grado di comprendere e utilizzare al meglio le sue molte ricchezze. Di certo, non ha imparato le lezioni dei modelli socio-politici vissuti in tutto il mondo!

Indubbiamente, uno dei punti dolenti di tutta la questione è dato dall’inadeguatezza del suo sistema educativo. Nonostante siano passati numerosi anni da quando i paesi africani hanno proclamato la loro indipendenza, il sistema educativo africano, in linea generale, non si è ancora adattato alle realtà del mondo di oggi e all’evoluzione delle società africane.

Non a caso, l’istruzione elementare rimane ancora un lusso per la maggioranza. Oltre a ciò, è da considerare che, di base, l’istruzione superiore consiste in gran parte di laureati disoccupati che, quindi, non possono entrare nella forza lavoro non appena lasciano la scuola. Perciò, sfortunatamente, in un tale contesto, l’educazione tecnica e professionale che, invece, dovrebbe essere privilegiata, rimane al palo, manifestando una imperante scarsa relazione del sistema educativo africano.

A tal proposito, reputo tutto questo come una delle questioni essenziali dello sviluppo complessivo dell’Africa a cui è assolutamente necessario che le nazioni africane sappiano trovare una soluzione adeguata. Altra problematica che spiega il perché l’Africa non stia crescendo, è quella legata alla complessiva instabilità sociopolitica. Di fatti, è possibile contare sulle dita di una mano, i paesi africani che possono vantarsi di aver vissuto una lunga stabilità socio-politica. Questa è una condizione sine qua non per un corretto sviluppo.

L’Africa soffre della debolezza della sua organizzazione sociale e politica, tant’è che la combinazione di conflitti interni e appetiti esterni voraci, devastano la sua ricchezza. Indubbiamente, considero come una delle ragioni di questa instabilità cronica e ricorrente, la difficoltà di appropriarsi dei principi della democrazia.

In genere, chi arriva al poter, lo fa, nel peggiore dei casi, con un colpo di stato o per una successione dinastica, o tutt’al più, nel migliore dei casi, con elezioni pseudo democratiche. Tuttavia, alla fine, gran parte dei capi di stato africani, alla fine, finiscono per soccombere, per la maggior parte del tempo, alla tentazione della dittatura.

Grazie all’assenza di eserciti repubblicani, alla corruzione, all’analfabetismo di gran parte dei popoli, al clientelismo, al culto della personalità e via dicendo, alla fine non si fa altro che generare dei conflitti socio-politici. Di conseguenza, inconsciamente o no, i popoli africani sono loro stessi fabbriche di dittatori. Altra piaga africana è la corruzione, la quale colpisce in particolare quella che dovrebbe essere l’élite. Di fatto, in assenza di iniziative individuali o collettive per la produzione di ricchezza, lo Stato rimane l’unica vacca da mungere.

La politica è, quindi, il più grande fornitore di posti di lavoro e l’unico modo per arricchirsi legalmente o illegalmente senza lavorare. Questo stato di cose inibisce qualsiasi iniziativa e trasforma alcuni membri dello Stato, ma specialmente quelli che sono al potere o vicini, in vere e proprie sanguisughe.

Il paradosso, poi, è che, se il denaro proveniente dalla corruzione fosse effettivamente investito nelle persone, l’Africa avrebbe compiuto un grande balzo in avanti sulla strada dello sviluppo. In conclusione, il “buon governo” non certamente è il punto di forza dei leader africani.

Come orientarsi nel poliedrico mondo degli investimenti

Investire con successo significa anticipare le anticipazioni degli altri

John Maynard Keynes

Da Advisor, reputo che sapersi ben orientare nel burrascoso mondo degli investimenti sia un po’ come quando un bruco si trasforma in una elegante e bellissima farfalla. Questo parallelismo, riassume perfettamente lo spirito e il risultato del saper effettuare le giuste scelte.

Come Advisor, so perfettamente quanto tutto questo richieda un grande sforzo mentale e una sempre vigile attenzione. Una trasformazione mentale e comportamentale che, tanto un lavoratore dipendente quanto uno autonomo, alle volte, non sa come affrontare. Sbaglia chi reputa che trasformarsi in un investitore esperto sia cosa facile e semplice!

Che si tratti di una eredità, di una vincita oppure sia frutto di una qualsiasi altra evenienza, il capire come gestire quando, improvvisamente, si hanno maggior soldi a disposizione, è tra le situazioni più complessa da andare a gestire per un essere umano. Non a caso, le tentazione, in special modo per i novizi, sono davvero molteplici.

Nel migliore dei casi, il non seguire i consigli convenzionali inerenti gli investimenti, può determinare la perdita del solo capitale utilizzato, mentre, in quelli peggiori vi sono conseguenze ben più drammatiche. Qui, infatti, non si tratta di stabilire se quel denaro in più sia meglio spenderlo per acquistare una macchina nuova oppure per far delle vacanze in località esotiche, ma, di essere coscienti di star effettuare delle scelte che possono determinare il futuro.

Per fare questo, è, perciò, necessario comprendere alcune regole di base sugli investimenti. In linea generale, la maggior parte delle persone pensa solo a fare soldi e non si rende conto che vi sono varie forme di reddito. Ad esempio, quella più comune vede la produzione di un reddito attraverso un lavoro salariato.

Di norma, è il reddito più tassato e, quindi, è quello per il quale è più difficile il poter creare un ricchezza che possa essere investita. Di conseguenza, è una capacità di guadagno che non consente di avventurarsi nei tortuosi meccanismi degli investimenti.

Chi ha un reddito prodotto da altre tipologie di attività, invece, può trovarsi ad avere cifre interessanti che possono essere utilizzate a tale fini. In pratica, reputo che chi dipende da uno stipendio, debba valutare con maggior attenzione la tipologia di investimento che intenda fare e, questo, proprio perché il suo stato economico si basa su uno stipendio con il quale deve far fronte a più impegni.

Di base, quindi, è bene pensare a degli investimenti quando la cifra destinata a tale scopo, non va ad impattare sia sul proprio stile e sia sulla propria condizione di vita. Infatti, è bene rammentare sempre che se da un lato un investimento può produrre ricchezza, dall’altra, visto la complessità degli avvenimenti a cui è soggetto, può anche essere una perdita.

In linea generale, chi ha un reddito da stipendio osserva l’andamento di obbligazioni e fondi comuni di investimento. Molte persone pensano che investire sia rischioso. E fanno bene. Di fatti, l’attività di un investitore deve basarsi, sempre sulla massima responsabilità. Il vero business degli investimenti si trova proprio negli investimenti rischiosi.

Pertanto, è buona regola, oltre che basilare educazione finanziaria, iniziare sempre con piccoli capitali ed essere ben disposti ad imparare anche da possibili errori di valutazione che si possono commettere. In poche parole, si deve essere sempre ben preparati ad affrontare ogni tipo di evento.

Una buona opportunità di investimento, in conclusione, nasce e si sviluppa attraverso non solo la capacità di prevedere cosa accadrà, ma concentrandosi su ciò che si vuole, tenendo, di conseguenza, sempre ben aperti occhi e orecchie per rispondere adeguatamente alle opportunità in essere e in itinere.

Il business dei funerali, un modo per affrontare la crisi economica

Il funerale è l’unica celebrazione in cui non sei tu a decidere gli invitati

Manuel Pica

Battesimi, comunioni, cresime, matrimoni e via dicendo, sono tra le più note forme di business. Non a caso, per esse si spendono ingenti capitali. Ma che piaccia o no, anche tutto quello che legato alla morte è un business. In effetti, come Advisor, devo constatare che chi si occupa di pompe funebri, ha un giro d’affari notevoli.

Quindi, come Advisor, vedo la questione dei funerali come un modo per superare una crisi economica. Certo, l’argomento non è tra i più idilliaci, ma, è pur sempre legato alla produzione di ricchezza. D’altra parte, il più lontano possibile, è un servizio che, prima o poi, tutti noi dobbiamo ricorrere. Di conseguenza, è quanto mai doveroso considerarlo come un vero e proprio modello aziendale.

Come dice un noto proverbio, non c’è nulla di sicuro nella vita, tranne la morte e le tasse. In effetti, a pensarci bene, quando viene a mancare una persona cara, non si ha la più che minima idea di cosa si debba fare. Un’impresa di pompe funebre, è l’unica in grado di saper gestire tutta la questione.

Tuttavia, questa attività non è per tutti, in quanto richiede una serie speciale di abilità e caratteristiche comportamentali. Infatti, per poter svolgere questa particolare professione si devono possedere delle caratteristiche personali come, per esempio, una quantità infinita di pazienza e comprensione. Infatti, nella maggior parte dei casi, si dovrà avere a che fare con persone che hanno appena perso una persona cara e, di conseguenza, sono in uno stato di shock e dolore completo e assoluto.

Pertanto, si dovrà essere, tra l’altro, in grado di trasmettere la comprensione appropriata durante lo svolgimento di una serie di aspetti, tra i quali quello commerciale. In oltre, si dovrà anche pensare di avere una organizzazione aziendale in grado di trovarsi a lavorare con cadaveri in vari stati di deturpazione. Oltre alle abilità necessarie per andare a trattare con i clienti in lutto, è imprescindibile possedere o essere in grado di sviluppare solide competenze manageriali.

Infatti, si dovrà essere in grado di saper gestire uno staff di dipendenti ed eseguire compiti, come l’assunzione, il licenziamento e la formazione professionale.  Oltre a tutto ciò, ci si dovrà anche occupare di tutte quelle operazioni aziendali tipiche, come il marketing e la contabilità. In molti casi, le imprese di pompe funebri sono state tramandate da generazioni di famiglie e, perciò, sono fortemente radicate nella comunità.

Quindi, se si sta avviando la propria attività di pompe funebri da zero, ci si potrebbe trovare in “competizione” con titolari di imprese molto più forti.  Ciò potrebbe richiedere lo sviluppo di una strategia di marketing creativa per attirare affari e ottenere la fiducia. Pertanto, per essere efficace in questo settore, è necessario sviluppare forti capacità di vendita oltre che possedere quel tatto essenziale nel business del funerale. In conclusione, sarà necessario offrire prodotti e servizi a prezzi competitivi anche in questo ramo d’impresa al fine che si possa offrire l’offerta migliore.

La questione spinosa della migrazione clandestina

Ad ogni immigrante che arriva in questo paese dovrebbe essere richiesto d’imparare l’inglese in cinque anni o di lasciare il paese

Teddy Roosvelt

Da Advisor, sono pienamente convito che la questione legata alla migrazione clandestina sia un grosso problema. Tuttavia, come Advisor, debbo registrare il fatto che questa spinosa questione sia, nella maggioranza dei casi, esclusivamente a carico dell’Italia.

La drammaticità e, nel contempo, il contro senso, è che la migrazione clandestina degli africani è percepita in Europa a parole, come una necessità vitale, una scelta tra la vita e la morte e, quindi, una più che naturale via di fuga. Non a caso, costantemente sulle testate giornalistiche, radiotelevisive, rimbalzano titoli dai toni emblematici.

Un esempio di come la questione viene ad essere esposta al grande pubblico, è facilmente riscontrabile. Infatti, viene ad essere continuamente detto che molti migranti clandestini non arriva nelle destinazioni sognate sia perché muoiono lungo la strada che li conduce nei porti di imbarco e sia perché finiscono per annegare nel mar Mediterraneo.

Indiscutibilmente, le traversate in mare di questi soggetti presenta notevoli difficoltà ma, è anche doveroso ricordare che tutto ciò è divenuto un proficuo business per il crimine più o meno organizzato.

Ma nella realtà dei fatti, quanto l’Europa effettivamente, reagisce, organizza e agisce? In effetti, fino ad oggi, la questione dell’immigrazione illegale è interamente sulle spalle dell’Italia. In pratica, pur non smettendo di essere una preoccupazione per gli altri stati europei, anche per le forti connessioni con il terrorismo, l’Italia si trova a dover gestire interamente da sola questo preoccupante e spinoso problema. Quindi, se l’Unione europea è arrivata, nel corso degli anni, a risolvere più o meno il problema dell’immigrazione legale e ad organizzare meglio l’emissione di visti, vedi Schengen, la lotta contro l’ingresso clandestino, tuttavia, rimane inadeguato e inefficace.

Ogni anno, un gran numero di migranti preme contro le frontiere europee e, la maggior parte dei paesi dell’Unione non conosce il numero esatto, e neppure approssimativo. Alla fine, è l’Italia che si trova a dover gestire questa situazione direttamente sul proprio territorio. In generale, le stime sono molto vaghe e, inoltre, vengono ad essere strumentalizzate.

Personalmente, sono del parere che, di fronte al crescente afflusso di stranieri clandestini, i leader europei dovrebbero reagire e adottare misure per far fronte alla situazione e non pesare, invece, di lasciare da sola l’Italia in balia degli eventi.  Negli ultimi anni, e in particolare dal 1999, i leader europei, a vari livelli, hanno organizzato incontri sia tra loro e sia con i leader africani per studiare il fenomeno e cercare soluzioni che, però, stranamente non sembrano apportare alcuna modifica a questo stato di cose.

In pratica, qui, non è più solamente in ballo il problema di tollerare ulteriormente l’arrivo di nuovi immigrati illegali, ma di pensare alle implicazioni connesse, come la questione della sicurezza. A tal proposito, è da rammentare il problema del ricongiungimento familiare di questi clandestini, un mezzo sempre più utilizzato per potenziare questo flusso. In conclusione, non si può nascondere il fatto che il tema della migrazione clandestina rappresenti, a tutto tondo, un rischio per l’intera Europa, per la stabilità sociale e la coesione, dato che va a cambiare delicati equilibri e può radicalmente trasformare le identità collettive di una nazione.

Perché l’Africa non sta crescendo?

La donna africana sperimenta una triplice servitù, attraverso il matrimonio coatto, attraverso la dote e la poligamia che aumenta il tempo libero degli uomini e al tempo stesso il loro prestigio sociale, e, infine proprio attraverso l’ineguale divisione del lavoro

René Dumont

Come Advisor, sono sempre più convinto che il continente africano non sappia sfruttare adeguatamente le sue molte ricchezze. Oltre a ciò, da Advisor, sono anche del parere che l’Africa, nel suo complesso, non abbia adeguatamente imparato le lezioni di modelli socio-politici vissuti in tutto il resto del mondo. È, di fatti, noto come l’Africa sia un continente così ricco di risorse naturali e non solo.

Infatti, ha anche vaste aree che sono ampiamente coltivabili, oltre che essere dotata di un immenso patrimonio di risorse umane. Pur tuttavia, il minimo che possiamo dire, è che l’Africa stenti a svilupparsi in modo corretto e, soprattutto, in maniera coerente alle sue possibilità. Invece di imparare dai successi e dai fallimenti dei modelli di sviluppo che sono stati sperimentati in tutto il mondo, continua a seppellirsi nelle sue politiche sterili.

Ovviamente, sono diversi i fattori chiave che causano questa particolare situazione, in primis il fallimento delle politiche. Dalla fine della colonizzazione, infatti, quasi tutti i paesi africani sono stati governati da una “élite” priva di una visione politica a medio e lungo termine.  Questa “élite”, che ha sostituito gli ex colonizzatori, nella sostanza, è incapace di una reale ambizione e si preoccupa più di se stessa che di rivendicare gli interessi dei popoli che sostiene di difendere.

Di conseguenza, il sistema coloniale è stato puramente e semplicemente perpetuato in un’altra forma e questo nel campo politico, economico e culturale nel corso degli anni. A tutto ciò, si deve aggiunge l’insicurezza dell’ambiente economico che, di certo, non favorisce gli investimenti. In assenza di riflessioni endogene o prospettiche e di una reale volontà politica di avviare il cambiamento attraverso una sinergia di azioni, le politiche attuali sono una navigazione puramente visiva.

Ma come si può svilupparsi quando si consuma tutto ciò che viene dall’esterno senza distinzioni? In sostanza, sono dell’avviso che l’Africa non dovrebbe essere solo un mercato di consumo. Al contrario, avrebbe tutto l’interesse ad entrare nella produzione a tutto campo, in modo che i prodotti africani possano competere a livello internazionale.

Per sviluppare questa forma, tuttavia, è indispensabile che quanto viene ad essere prodotto localmente, sia di una qualità superiore rispetto a quello che viene ad essere importato. Per invertire questa situazione e, di conseguenza, sviluppare un vero e proprio fenomeno economico, perciò, è necessario rimodellare il livello culturale antiquato e assolutamente inutile.

Ad esempio, l’agricoltura è sempre stata relegata all’ultima fila nelle attività umane in Africa. Non a caso, l’agricoltore è considerato un cittadino di seconda classe.  La maggior parte degli africani aspira ad essere un impiegato statale. Per quanto paradossale possa sembrare, tutti i paesi africani fanno dell’agricoltura la base del loro sviluppo.

Ma di contro, non stanno ancora facendo nulla per sviluppare questa agricoltura.  E questo, in conclusione, è solo un eufemismo, un inciso che dimostra, tuttavia, uno dei tanti perché l’Africa non stia crescendo rispetto alle sue reali possibilità.

False notizie e disinformazione, gli impatti sociali ed economici

La nostra capacità di creare il falso ora supera la nostra capacità di scoprirlo

Viktor Taransky

Come Advisor, mi trovo, sempre più a dovermi confrontare con il problema della false notizie, ossia le cosiddette fake news. Recentemente, da Advisor, ho avuto la fortuna di prendere parte ad un interessante convegno in materia, incentrato sulle conseguenze e sugli impatti sociali ed economici che possono avere le false informazioni e, più in generale, la disinformazione.

Gran parte del convegno, poi, è stato focalizzato su alcuni singolarissimi esempi riguardanti proprio l’Europa centrale e orientale. Quindi, i manipolatori viaggiano anche all’estero, nell’Europa centrale e orientale, e diffondono false informazioni.

Non a caso, vi sono in atto diverse iniziative che stanno cercando di combatterli. I paesi dell’Europa orientale, dove la televisione ha dominato per decenni e dove la cultura della lettura dei giornali è piuttosto debole, costituiscono un terreno particolarmente favorevole per la diffusione della disinformazione utilizzando le nuove tecnologie del mondo informatico.

Secondo esperti della scuola di giornalismo di Kiev e ricercatori dell’università di Riga, l’Ucraina e i paesi baltici continuano a essere l’obiettivo degli attacchi russi di disinformazione attualmente in corso. In Ucraina, queste false informazioni sono controllate da Stopfake, un progetto fondato nel 2014 da giovani esperti di media locali e studenti. Gli operatori di questo sito di controllo dei fatti hanno, senza dubbio, ancora molto da fare.

Nel solo dicembre 2017, hanno corretto, più volte, la disinformazione russa per alcuni giorni, come, ad esempio, nel caso della dichiarazione dell’agenzia Sputnik secondo la quale la Commissione europea aveva accusato l’ONU di diffondere false informazioni sugli abusi dei diritti umani in Crimea. Concepito dal nulla, è stato anche l’annuncio che il presidente Poroshenko voleva separare il Donbass dall’Ucraina con un muro.

Come le gocce costanti intagliano la pietra, ogni giorno tali storie suggeriscono, ovviamente, al mondo esterno una “normalizzazione” di circostanze, il che non esiste affatto. Un’altra storia inventata, ad esempio, è quella trasmessa da diversi canali russi, per la quale una ondata di turisti ucraini si recavano in Crimea durante i fine settimana.

Invece, le cose erano ben diverse, dato che nemmeno la metà del numero di persone indicate dai russi, avevano effettivamente attraversato il confine durante i giorni menzionati. Il vero problema, è che anche in altri paesi dell’Europa orientale, il più delle volte, le notizie false si diffondono a macchia d’olio. Ad esempio, un falso rapporto, che aveva spaventato molte persone nella Repubblica Ceca, è stato spesso condiviso sui social media. Il fatto riguardava una nube radioattiva di una centrale nucleare francese che avrebbe contaminato l’ambiente.

Quindi, anche nella Repubblica Ceca, operano “siti oscuri”, i quali trasmettono tali notizie false. Secondo molti esperti dell’università di Pecs e dell’università di Wroclaw, in paesi politicamente polarizzati come Ungheria e Polonia, l’opposizione accusa regolarmente il servizio pubblico audiovisivo, controllato dal governo, di trasmettere notizie false.

Le divisioni politiche in entrambi i paesi sono così profonde che le parti avversarie si accusano costantemente di diffondere informazioni false. In Polonia, un sondaggio risalente alla primavera del 2017, ha evidenziato che il 43% dei giornalisti intervistati aveva avuto a che fare più volte con notizie false. Anche in Romania vi sono infinti esempi di notizie false che sono state inventate, proprio per andare a sviluppare pericolose teorie cospirative.

In conclusione, le false notizie dei media russi, costituiscono una vera e propria minaccia, la quale può minare le fondamenta del mercato economico, oltre che presentare problematiche sociali e via dicendo.

Di fronte ai recenti eventi, qual è il segreto degli economisti?

Finanza: l’arte o scienza di gestire le entrate o le risorse per il miglior vantaggio del gestore

Ambrose Gwinnett Bierce

Onestamente, come Advisor, non sono proprio così sicuro che i tanto celebrati economisti stiano, realmente, comprendendo cosa stia succedendo nel mondo. Difatti, da Advisor, sono del parere che, la famosa legge causa ed effetto, la quale dovrebbe essere alla base anche dell’economia, pare non funzionare molto bene.

Vediamo, pertanto, alcuni esempi. Di solito, si è soliti asserire che troppi soldi nei mercati creano inflazione. Pur tuttavia, anche se negli ultimi dieci anni, le nove maggiori banche centrali hanno moltiplicato il loro bilancio e “allagato” i mercati di liquidità, sembra che l’inflazione non si sia mossa.

L’obiettivo fatidico del 2%, però, è stato raggiunto solo da alcuni paesi. Altro aspetto noto è che l’innovazione tecnologica aumenta la produttività. Eppure Christine Lagarde, direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale, continua a puntualizzare che la produttività è stagnante nella maggior parte delle economie avanzate, con una crescita inferiore all’1% all’anno.

Tutti i principali progressi tecnologici, dalle telecomunicazioni all’intelligenza artificiale, sembrano non aver avuto alcun impatto sulla crescita della produttività: strano! Di norma, quando l’economia riprende, i redditi delle famiglie aumentano.  Secondo l’OCSE, il 75% delle famiglie ha visto il proprio reddito stagnare negli ultimi dieci anni. In Italia, praticamente non si sono mossi per tutte le famiglie.

Alcuni dicono che è la conseguenza delle disuguaglianze sociali: l’1% accumulerebbe tutta la ricchezza a scapito degli altri.  Forse, ma questo non spiega tutto. È notorio che più uno stato entra in debito, più alto è il costo del debito. In effetti, è successo il contrario.

Molti paesi, come, ad esempio, la Francia, l’Italia, il Belgio e l’Irlanda, hanno un debito che supera il 100% del prodotto interno lordo, ovvero il PIL. Tuttavia, continuano a essere in grado di contrarre prestiti a tassi d’interesse trascurabili. Non è forse vero che se una azienda non realizza un profitto, la sua azione collassa?  Per alcuni forse, ma, questo non è il caso di Tesla e Amazon che sono stati protagonisti del mercato azionario negli ultimi tempi.

Perché queste stranezze? Quello che la maggior parte degli economisti non dice o, peggio, non vuole riconoscere, è che, senza dubbio, gli strumenti di misurazione in uso sono diventati inadeguati. Il PIL, ad esempio, è stato concepito negli anni Trenta per un’economia essenzialmente materiale. Questo non è più il caso in un mondo imperniato su servizi e tecnologie.

Di conseguenza, oggi, le statistiche economiche sono un po’ ‘come un GPS che ha un margine di errore di diversi chilometri e che darebbe solo un posizionamento ogni 15 minuti. Un’altra spiegazione, a mio parere la più interessante, è che la globalizzazione, unita alle nuove tecnologie, ha moltiplicato gli attori economici nel mondo.

Oggi, non sono più le aziende o i mercati finanziari ad influenzare l’evoluzione dell’economia, ma è ognuno di noi.  Le informazioni che forniamo sui social network, vere o false, e la costituzione di vere e proprie microimprese di una persona a casa moltiplicano gli impatti sull’economia.

Quindi, adesso come adesso, ogni più piccolo evento che prende vita da qualche parte nel mondo, può portare a conseguenze globali considerevoli.  In conclusione, è divenuto sempre più complesso capire e gestire l’economia globale.

L’Africa: così ricca e così povera

L’aria, in Africa, ha un significato ignoto in Europa: piena di apparizioni e miraggi, è, in un certo senso, il vero palcoscenico di ogni evento

Karen Blixen

Fin ancor prima di diventare Advisor, mi sono sempre meravigliato che il continente africano fosse così ricco e, allo stesso tempo così povero. Da Advisor, so perfettamente di quanto le materie prime disponibili, siano gli elementi fondamentali, quelli che possono essere gli elementi determinanti al costituire la ricchezza di un paese.

Orbene, molti stati africani godono di questa situazione. Non a caso, è proprio il continente africano a possedere la percentuale più alta di uranio, platino, oro, diamanti, fosfati, manganese, cromo, vanadio, cobalto, senza, poi, dimenticare di quanto l’Africa sia ricca di rame. Oltre a ciò, paesi come, ad esempio, Libia e Nigeria sono ricchi di petrolio e, l’elenco delle ricchezze africane potrebbe allungarsi ancora di più.

Perciò, in Africa, non mancano, di certo, le risorse per sviluppare un piano industriale e per ottenere un interessante ritorno economico. Pur tuttavia, la realtà dei fatti propone un continente che, fatte salve alcune rare eccezioni, la creazione di una vera e propria ricchezza nazionale è una semplice chimera, un sogno epico e mitico.

Non è forse, fin troppo riduttivo il trovare come scusa dello stato di cose, il fatto che, nella gran parte dei casi, alla guida dei paesi africani vi siano governi compiacenti, corrotti e dittatoriali? Con ciò, non voglio assolutamente asserire che ciò non sia vero o che non sia influente, ma, semplicemente ricordare che in Europa, nel corso della sua lunga storia, di governi compiacenti, corrotti e dittatoriali ve ne sono stati tanti. È sufficiente ricordare l’infausto periodo della Santa Inquisizione.

Pur tuttavia, mentre l’Europa, nel bene e nel male, è stata ed è lo ancora protagonista, l’Africa, di fatto, è stata sempre una terra di conquista, un continente dominato e mai dominatore. Senza voler innescare alcun tipo di polemica, mi domando, però, perché gli africani, in generale, abbiano dovuto aspettare chi fosse in grado di utilizzare tutte le sue ricchezze, per poi, in pratica, farsi sfruttare, vendendosi al miglior offerente. È qui che mi perdo, è qui che non capisco quali possa essere il perverso meccanismo che entra in gioco.

In Europa, che piaccia o no, vi sono state nazioni che nel passato, vedi Spagna, Francia, Inghilterra e Olanda, di fatto, pur essendo in eterna guerra fra loro, hanno dominato realmente il mondo. In Africa, non vi è alcuna traccia di tutto ciò ma, anzi, vi sono infinite testimonianze che certificano la “vocazione” africana all’essere sottomessa. Un paradosso incredibile che è difficile da credere.

Quel che è certo, comunque, che ancora oggi, nonostante il passato, in alcuni casi recente, l’Africa è carente in fatto di tecnologia, di personale qualificato, di ingegneri capaci autonomamente di realizzare aeroporti, strade, ponti, centrali elettriche, aeroporti, porti, e via dicendo.

In pratica, dunque, gran parte della situazione africana attuale, deriva dal fatto che nei loro paesi non si sono mai andate ad attuare, tra l’altro, delle politiche volte a sviluppare quella professionalità avanzata così fondamentale per un concreto sviluppo. In conclusione, si sono basati, solamente ed esclusivamente, a prendere soldi per far utilizzare il loro patrimonio dagli altri.