La forte crescita del commercio elettronico nei paesi sviluppati

Il marketing migliore è quello che non sembra marketing

Tom Fishburne

Come Advisor, parto sempre dal presupposto che si assolutamente vitale che i paesi in via di sviluppo abbiano un libero accesso alle connessioni a banda larga. Da Advisor, annoto come sempre più governi e imprese nei paesi in via di sviluppo, stiano cercando di rimuovere gli ostacoli all’introduzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Secondo ultimi rapporti, se gli effetti immediati non sono necessariamente spettacolari, in definitiva i miglioramenti nell’ambiente del commercio elettronico dovrebbero consentire guadagni di produttività in questi paesi.  Allo stesso tempo, osservo che molti altri paesi in via di sviluppo, stanno ancora lottando per identificare e sfruttare il potenziale di Internet per il loro sviluppo economico.

Comunque, nel complesso, il numero di utenti Internet sta aumentando più rapidamente nei paesi in via di sviluppo, rispetto che nei paesi sviluppati. Il tutto, presuppone che si stiano lanciando delle serie e forti basi per lo sviluppo di una reale economia digitale.

Di fondamentale importanza, perciò, è che i paesi in via di sviluppo non siano lasciati indietro dagli sviluppi a livello globale, esattamente come il fatto che i loro governi si impegnino al massimo livello politico ai fini di prestare la doverosa attenzione ai problemi di attuazione. In fin dei conti, si deve esclusivamente trovare il giusto equilibrio tra il ruolo del settore pubblico e del settore privato nello sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. In altri termini, reputo che si dovrebbe andare a svolgere un ruolo guida nella formazione e nell’educazione per sviluppare le competenze richieste.

Il che, dovrebbe comportare un approccio multi-stakeholder, comprese partnership, alleanze e consorzi che coinvolgano i settori del pubblico e del privato. Il Web sta crescendo rapidamente in termini di siti attivi e, gli host che ospitano siti web, sono altamente concentrati nelle regioni sviluppate come il Nord America e l’Europa, le quali, da sole, rappresentano l’89% degli host esistenti in tutto il mondo.

Di conseguenza, i paesi industriali rappresentano, ancora, una concentrazione più elevata di utenza di Internet.  Perciò, secondo la mia opinione, per alcune aziende dei paesi in via di sviluppo, la soluzione migliore potrebbe essere quella di avere un sito Web in un paese sviluppato. Infatti, potrebbe essere più comodo visualizzare informazioni su una destinazione turistica, ad esempio, su un server vicino al paese dove vi sono i potenziali clienti.

Ecco, perché, è particolarmente importante per i paesi in via di sviluppo avere accesso alle connessioni internazionali a banda larga, visto che una grande parte, si parla tra il 70 e l’80%, del loro traffico Internet è generalmente internazionale. I collegamenti internazionali limitati disponibili sono generalmente utilizzati per i collegamenti con gli Stati Uniti e l’Europa.

Solo una manciata di paesi africani ha stabilito legami con i paesi limitrofi. Quindi, in conclusione, gran parte del traffico Internet intra-africano passa attraverso costosi circuiti intercontinentali.

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Sud-est asiatico, il motore del futuro dell’e-commerce globale

Un buon marketer vede i consumatori come esseri umani completi, con tutte le sfaccettature proprie delle persone reali

Jonah Sachs

Attualmente, come Advisor, debbo registrare come la Cina e l’India siano già grandi mercati dell’e-commerce per fatturato. Tuttavia, da Advisor, annoto come tutto il sud-est asiatico registrerà una forte crescita nei prossimi anni. Secondo vari studi effettuati, ho avuto modo di constatare come al 2021, la crescita annuale dell’e-commerce in tutto il mondo sarà in media del 12,3% all’anno.

A giudicare dai dieci mercati in più rapida crescita del mondo, l’Asia si distingue come l’area con il più alto potenziale. A tal proposito, è da osservare che il paese nel quale si prevede registrare il più grande aumento delle vendite online nei prossimi anni, è la Malesia, con una media del 23,7% all’anno, il che l’andrebbe a posizionare davanti a paesi come India, Indonesia, Filippine, Cina, Vietnam e Tailandia.

Questo per dire come il sud-est asiatico sia fortemente rappresentato futuro dell’e-commerce globale. Devo, in questa particolare analisi, evidenziare che i tre paesi che completano questa Top 10, si trovano in altrettanti tre continenti, e sono il Messico, il Sudafrica e la Romania, il primo paese europeo in questa classifica. Per fare un confronto, in Francia, la crescita annuale media dell’e-commerce dovrebbe aggirarsi intorno al 9,7% fino al 2021. Senza dubbio, con una popolazione totale di oltre 600 milioni di persone, una economia in rapido sviluppo e la crescente adozione del digitale, il Sudest asiatico è un mercato con un alto potenziale.

Comprendere questa regione altamente frammentata è, tuttavia, complicato. Di fatti, ospita una moltitudine di culture, di lingue, oltre che di regolamenti diversi, per, poi, non parlare del divario esistente tra paesi sviluppati come Singapore e paesi in via di sviluppo come la Thailandia e le Filippine. Non a caso, è noto che lo shopping sia il passatempo nazionale a Singapore, e questo entusiasmo si estende allo shopping online.

Il commercio elettronico è il più attivo nella regione. In media, il 30% degli acquirenti online di Singapore, effettua un acquisto sul proprio cellulare almeno una volta alla settimana. Quindi, sono degli importanti acquirenti online. Ma quale può essere, allora, la chiave per raggiungere con successo in mercati come quello di Bangkok e di Makassar? Reputo, che una buona conoscenza del comportamento di acquisto locale, sia una delle componenti fondamentali a tale scopo.

Indubbiamente, la diffusione dell’e-commerce e dei suoi relativi meccanismi, è un percorso più che interessante per incrementare le vendite totali in tutto il Sud-est asiatico. Infatti, il mercato dovrebbe crescere del 25% all’anno.

Un dato interessante è che, oggigiorno, sono circa 250 milioni i sud-est asiatici che utilizzano uno smartphone e che, di conseguenza, potrebbero diventare 292 milioni entro il 2020. Una grande opportunità per tutti i rivenditori che offrono una esperienza di acquisto mobile ottimizzata. Se, in conclusione, Singapore è la porta verso il sud-est asiatico, Indonesia, Malesia, Tailandia e Filippine, sono dei veri e propri trampolini per il commercio mobile.

 

Creare, ovvero fabbricare in proprio è ancora conveniente?

L’inflazione è quella forma di tassazione che può essere imposta senza legislazione

Milton Friedman

Costi di avvio, costi di produzione, e via dicendo, costituiscono alcuni dei principali ostacoli che ogni imprenditore, oggi come, oggi, deve saper fronteggiare. Da Advisor, perciò, non mi stupisco affatto se, uno temi economici maggiormente affrontato, sia proprio quello inerente al fatto se sia ancora o meno conveniente fabbricare in proprio un prodotto.

Ovviamente, come Advisor, sono tendenzialmente portato ad analizzare i benefici e gli eventuali svantaggi di scelte economiche e finanziarie. In questo caso, ad esempio, devo evidenziare, tra i benefici, che se il prodotto venisse fabbricato da terzi si potrebbero avere dei vantaggi di costi più bassi. Pur tuttavia, si rischierebbe fortemente il rischio di perdere il controllo del proprio brand.

Creare un proprio prodotto, tra l’altro, significa che si può ottenere, senza limiti, un qualcosa sulla base delle personali esigenze e preferenza. Oltre a ciò, è da considerare che nel pieno controllo del proprio marchio, rientra anche la possibilità di andare a creare dei prodotti che consentano di fissare dei prezzi in linea con le strategie aziendali.

Come pure, è da tener nella dovuta considerazione che la produzione diretta permette di poter monitorare da vicino la qualità. Infine, si potrà avere la certezza che quanto prodotto sappia soddisfare le aspettative aziendali e, soprattutto, quelle della propria clientela. Tra gli svantaggi di questa scelta, ovviamente, vi è quella temporale.

Infatti, di solito, a seconda del prodotto che si è scelto di creare, il processo richiederà sicuramente molto più tempo, il che potrebbe significare averne meno da poter dedicare ad altri aspetti dell’attività. Creare autonomamente i propri prodotti può essere un problema se, poi, l’attività commerciale non decolla.

Generalmente, creare i propri prodotti potrebbe risultare una opzione a basso rischio, dal punto di vista finanziario. Infatti, dal momento che si sta creando il prodotto da soli invece di averlo fatto fabbricato o acquistato all’ingrosso, non esiste una quantità minima d’ordine. Si può, in pratica, ipotizzare di realizzare i propri prodotti quando si ricevono gli ordini.

Questa scelta, consentirebbe di avviare l’attività e dimostrare il concetto prima di investire troppo tempo, energia o denaro. Vi è poi l’aspetto concernete le personali capacità e risorse a propria disposizione a limitare la scelta di fabbricare autonomamente o meno i propri prodotti.

Il potenziale di margine è generalmente più alto quando si crea il prodotto da soli, dal momento che si ha un maggiore controllo sui costi e sui prezzi.  Tuttavia, si dovrebbe considerare anche il tempo che necessita per produrre gli articoli, perché se il processo di creazione del prodotto è lungo e complesso, potrebbe ridurre notevolmente i tuoi profitti. Non a caso, il tempo è denaro. In conclusione, sarà, quindi, una scelta che varia da caso a caso, da persona a persona.

La differenziazione, il jolly della nuova economia

L’attuale creazione di denaro dal nulla operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto

Maurice Allais

Advisor Abbate - jolly

Da Advisor, noto come in una economia globalizzata, produrre, proporre e vendere prodotti e servizi sia sempre più complesso. Infatti, come è noto, in questi mercati iper-competitivi infuria una vera e propria guerra dei prezzi.

Come Advisor, so perfettamente come tanto i produttori quanto la loro forza vendita, a volte, lottino per dimostrare un loro valore aggiunto. Oltre a ciò, è da sottolineare il fatto che ci si deve confrontare con una pletora di fornitori e subappaltatori. Non a caso, reputo la differenziazione, il jolly della nuova economia.

Pur tuttavia, rilevo che gran parte dei dirigenti industriali, siano, ancora oggi, alquanto riluttanti a intraprendere, per esempio, una strategia di contenuto B2B. Personalmente, sono dell’avviso che la commercializzazione di un prodotto nel settore, non impedisce affatto di poter immettere un valore aggiunto.

Una delle domande chiave, perciò, è: di fronte a un mercato maturo e quando i prodotti sono diventati commodity, quale strategia di marketing adottare? Per rispondere al quesito, si deve partire dal fatto che la convenienza nel settore è un qualcosa di standardizzato, essenziale, ma, così comune che la differenziazione tra prodotti concorrenti è, talvolta, di difficile interpretazione per la vasta clientela.

Quando un prodotto diventa banale, le innovazioni non bastano e il mercato si satura. Pur tuttavia, esiste un modo per differenziarsi agli occhi dei propri potenziali clienti, ovvero sviluppare un personale marketing. In questo, il Business-to-business, noto con l’acronimo B2B, può aiutare a differenziarsi. In pratica, oggigiorno, si ha bisogno di una strategia valida e con contenuti, la quale, tra l’altro, si concentri su come poter aiutare i propri clienti.

Se, poi, i concorrenti non hanno ancora saputo sviluppare una strategia di contenuti nel settore, questo è un motivo in più per iniziare rapidamente e ottenere risultati anche prima della concorrenza, con contenuti che convertano facilmente i propri visitatori in un potenziale cliente. In altri termini, si dovrà cercare di differenziarsi a monte dell’acquisto.

Considero questo aspetto, come un elemento importante per distinguersi dalle aziende concorrenti. Fare la differenza con la creazione di contenuti, quindi, permetterà di essere nella “top” dei potenziali clienti. Essere presenti su internet e sui social network, difatti, facilita la memorizzazione della propria attività. Inevitabilmente, si avrà un ritorno rispetto al tempo investito.

Un valore aggiunto che porta una reciprocità nella relazione, un servizio svolto attraverso contenuto e strumenti che, pertanto, non rimarrà senza risposta. La qualità dei contenuti favorirà la credibilità della propria azienda, aiutando, inoltre, la ricerca di interlocutori, oltre che posizionarsi come esperti in materia. Un percorso, grazie al quale, si potrà far crescere la propria attività.

In conclusione, la differenziazione fornita dalla tua strategia di contenuto B2B, la reciprocità della relazione e la credibilità trasmessa dai contenuti, sono tutte fonti che assicurano di distinguersi tra la concorrenza.

I russi sono felici nonostante la crisi economica?

Per noi in Russia, il comunismo è un cane morto, mentre, per molte persone in occidente è ancora un leone vivente

Aleksandr Isaevic Solzhenitsyn

Advisor Abbate - Mosca

A quanto pare, la maggioranza dei russi ama soffrire. A questo ho pensato quando, come Advisor, ho avuto modo di leggere uno degli ultimi sondaggi pubblicato dall’agenzia investigativa federale russa Vciom. Di fatti, stando a quanto indicato, la percentuale di persone felici in Russia sarebbe passata dal 44% al 52%.  Un risultato che suggerisce che, nonostante le sanzioni contro il paese e la recente svalutazione del rublo, tutto vada bene.

Pur tuttavia, da Advisor, reputo che tutta questa improvvisa felicità, sia difficile da riconciliare con una realtà sancita da certi fatti assolutamente oggettivi. Non a caso, si è registrato in Russia, in linea generale, un aumento del prezzo del cibo di quasi il trenta per cento. Ma anche, il settore del turismo è in forte flessione.

I dati parlano che vi è stato un calo delle presenze di turisti Russi, in Austria, in Finlandia, in Francia e via dicendo. Infine, anche la vendita di automobili è in flessione. A titolo di esempio, basta ricordare che nel gennaio del 2015 erano state vendute 115.390 vetture in Russia, contro le 151.000 del 2014 e le 163.000 del 2013.

Posso solo pensare a tre possibili spiegazioni di questa improvvisa e insolita felicità della popolazione russa. La prima, che il tutto sia un conclamato caso di apparente dissonanza cognitiva. La seconda, che gli intervistati hanno paura di dare la vera risposta poiché la paranoia, per quanto riguarda lo stato onnipresente, è rapidamente aumentata. La terza, forse la più ovvia, che sia una mera propaganda.

Certo, la storia insegna che quando i tempi diventano difficili, pare che la popolazione russa si senta più felice! A supporto che, molta di questa apparente euforia che coinvolgerebbe gran parte dei russi, sia semplice propaganda o un caso vero e proprio di masochismo, vi è un’altra indagine, condotta, questa volta, dal centro di analisi indipendente Levada.

In questo sondaggio, il 54% dei 1.600 russi intervistati in 134 città e villaggi in 46 regioni russe, ha detto che non c’era nessuno in grado di sostituire l’attuale capo dello stato, ovvero Putin. Certo, domandare se si volesse che il paese fosse guidato da qualcuno che possa offrire alternative a quelle di Vladimir Putin a 1.600 persone su una popolazione di circa 144 milioni di persone, fa capire molto come la Russia utilizzi la statistica.

I numeri, senza fornire il contesto necessario per eventuali critiche, non servono a gran che. Certo, è innegabile che, alla fine, la popolazione russa abbia scelto Vladimir Putin come loro guida, pur tuttavia, non si possono, di certo, dimenticare i vari personaggi storici che sono stati democraticamente eletti pur essendo, in realtà, dei dittatori.

Quel che è, comunque, evidente, come in Russia, sempre più, il governo abbia stretto la sua presa, facendo pressione anche sui media dedicati a un pubblico di nicchia, come il sito web Lenta.ru, il quotidiano economico Vedomosti e il canale di Mosca Rain TV. In pratica, la febbrile propaganda dello stato alimenta il pubblico televisivo con un flusso di informazioni fuorvianti e incontrastate.

È evidente, perciò, come la politica di repressione di Vladimir Putin, sia tale che i leader dell’opposizione vengano estromessi o comprati, oppure non siano abbastanza popolari da rappresentare una vera minaccia. In conclusione, la crisi economica russa è relegata in secondo piano.

Vladimir Putin, una estensione della storia comunista russa?

Se volessi le truppe russe potrebbero essere in due giorni non solo a Kiev, ma anche a Riga, Vilnius, Tallinn e Varsavia o Bucarest

Vladimir Putin

Come Advisor, reputo che esistano due casi di studio facili da confrontare per comprendere come sia stato un forte deterrente economico, politico, culturale e via dicendo, il comunismo. Di fatti, vi sono due evidenti esperienze storiche che possono testimoniare, in maniera lampante, tutto ciò. Basta mettere a paragone cos’era la Germania orientale e la Germania occidentale da un lato e, dall’altro, la Corea del Nord e la Corea del Sud.

Da Advisor, sono dell’opinione che tutti possono e sappiano trarre le conclusioni necessarie. Vladimir Putin, anche in qualità di ex agente del KGB, sa esattamente cosa sia il comunismo e di come la Russia lo abbia utilizzato per influenzare la storia di una infinità di nazioni. Ancora oggi, sono in molti a domandarsi se il comunismo e il potere sovietico abbiano contribuito a rendere la Russia un paese prospero, oppure siano stati una inutilità storica.

Se si vuole analizzare la questione senza influenze ideologiche, si deve evidenziare come, tra le varie eredità lasciate, il comunismo sia stato un fattore determinate nel far restare indietro, rispetto ad altri paesi economicamente più avanzati, gran parte dell’Europa centrale. Non a caso, i paesi sotto il giogo russo erano, di fatto, chiusi in un vicolo cieco, lontani anni luce dal resto della civiltà mondiale.

Nonostante tutte queste evidenze, questi fatti conclamati, la Russia appare essere ancora in ritardo rispetto ad altre nazioni economicamente avanzate, e il presidente russo Vladimir Putin, non sta facendo nulla per cambiare la situazione. Putin ha recentemente superato il record di anni di potere di Leonid Breznev e il record detenuto da Stalin non sembra essere più così lontano. Pur tuttavia, i dati economici russi sotto Vladimir Putin, brillano per i loro record di stagnazione, risultando essere tali e quali a quelli dell’epoca di Breznev.

Certamente, gli economisti e gli uomini d’affari in Russia stanno lottando per cercare di rivitalizzare l’economia russa, ma, varie scuole di pensiero si scontrano. Per cui, sono in molti, a domandarsi quanto e se mai possa avvenire concretamente, che in Russia predomini, per esempio, il pensiero dell’ex ministro delle finanze Alexei Kudrin, che ha lavorato con Putin sin dagli anni Novanta.

Per la cronaca, Alexei Kudrin è il promotore di tutta una serie di proposte volte a liberalizzare l’economia russa e favorire gli investimenti in questo paese. D’altra parte, Kudrin, da tempo, sostiene che il clima economico, nel quale le compagnie private sono regolarmente espropriate dal governo e dove gli imprenditori sono completamente scoraggiati dall’eccessiva burocrazia, stia facendo sì che il tasso di crescita del paese sia bloccato.

Inoltre, il Kudrin pensiero, si incentra sul fatto che, invece di spendere soldi nel settore della difesa e della sicurezza, che è stato molto pesantemente finanziato negli ultimi anni, ci si dovrebbe maggiormente indirizzare sulla spesa per la salute e per l’istruzione. Questo, in conclusione, almeno sotto Putin, sembra molto improbabile che possa avvenire.

Alla ricerca di una idea per lanciarsi nel campo finanziario

Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee

George Bernard Shaw

Trovare un’idea di un prodotto o per una attività innovativa, da Advisor, reputo che sia l’inizio di una lunga ed entusiasmante avventura per lanciarsi nel campo finanziario. Nella mia attività di Advisor, sono sempre stato portato a trovare il modo migliore per far funzionare una attività.

Ovviamente, nella ricerca di una idea per lanciarsi nel campo finanziario, vi sono diverse opzioni che si possono adottare a seconda dei vari casi. Comunque, in ogni caso è sempre una grande sfida. Di fatti, se si dovesse decidere di vendere un prodotto, si dovrà, tra l’altro, analizzare i vantaggi e gli svantaggi di numerose soluzioni.

Ad esempio, sempre nel caso di una vendita di un prodotto, si dovrà prendere in considerazione se sia preferibile produrlo oppure comprarlo all’ingrosso per poi rivenderlo. Oltre a ciò, per prendere la decisione giusta per la propria attività, si dovrà individuare a chi si vuole destinare questo prodotto, ossia a quale fascia di consumatori, oltre che ipotizzare le varie strategie di marketing.

Quindi, a seconda del prodotto, del mercato e della nicchia, è fondamentale effettuare una attenta analisi al fine di individuare quale tipologia di prodotto o di prodotti siano più confacenti alle linee guida della attività commerciale che si intende avviare. In più, si dovrà studiare quale sia la concorrenza. Comunque, alla base di ogni studio, si deve partire dal comprendere sia più opportuno creare il proprio prodotto, oppure sia preferibile acquistare uno per poi rivenderlo.

Per comprendere meglio quale siano le differenze di questi due modi approcciarsi con una attività commerciale, analizziamo, seppure brevemente, le relative strategie. Creare il proprio prodotto è un approccio comune per molti aspiranti imprenditori.  Che si tratti di gioielli, articoli di moda o prodotti di bellezza naturali, creare i propri prodotti ci dà un controllo preciso sulla qualità e sul marchio, ma, questo si ottiene a scapito di alcune limitazioni.

Se si decidesse di fabbricare i propri prodotti, ad esempio, i costi principali includeranno il costo di acquisto delle materie prime, le spese di stoccaggio e gli stipendi che si dovranno pagare. Inoltre, è da tener conto che molto dipenderà dalle risorse economiche a cui sia ha accesso, il che, in vari casi, potrebbe limitare la scelta dei prodotti da realizzare. Di solito, questa metodologia è perfetta per chi ha idee creative e per chi ha le risorse per poterlo fare.

Quindi, il creare i propri prodotti è adatto a chi desidera mantenere il pieno controllo sulla qualità del prodotto e del proprio marchio, sperando di ridurre i costi durante il corso della propria attività. Il comprare all’ingrosso per rivendere è un processo relativamente chiaro e semplice. Infatti, si tratta di acquistate scorte di prodotti, di solito di vari brand, direttamente dal produttore o da un fornitore intermedio a un prezzo all’ingrosso, per poi andarlo a rivendere a un prezzo più elevato.

Il modello di acquisto all’ingrosso è un modello di business meno rischioso rispetto alla possibilità di produrre il proprio prodotto per una serie di motivi.  In primo luogo, i marchi in questione sono già stati testati sul mercato e, quindi, non si corre il rischio di sprecare tempo e denaro nello sviluppo di un prodotto che nessuno conosce. Inoltre, non è necessario ordinare quantità molto grandi, come di solito accade quando si sceglie di fabbricare i propri prodotti.

In conclusione, andare alla ricerca di una idea per lanciarsi nel campo finanziario, è sempre una meravigliosa e complessa avventura.

Le vendite online sono il futuro del commercio?

Investire con successo significa anticipare le anticipazioni degli altri

John Maynard Keynes

Advisor Abbate - e-commerce1

Come Advisor, sono convito, da molto tempo, che internet stia diventando una delle componenti tra le più importanti della nostra vita quotidiana. Per comprendere ciò, basta semplicemente ricordare come si ricorra a questo strumento per ogni cosa.

Ovviamente, da Advisor, devo anche registrare il fatto che, pur essendo sempre presenti i cosiddetti negozi fisici, il loro futuro appare essere sempre meno certo.  A questo punto, quindi, la domanda che possiamo porci è questa: arriveremo ad un punto in cui lo shopping diventerà una esperienza al 100% digitale? Certamente non ora, ma forse in futuro, potrebbe essere il caso.

Ma vediamone, seppure in sintesi le ragioni.

Punto primo: i negozi fisici chiudono

È un dato: sempre più negozi fisici stanno chiudendo. Ci sono diversi motivi per questo, tra gli altri, le vendite online, che hanno la capacità e la possibilità di attrarre molti più clienti. Tutto ciò, rappresenta e, soprattutto, genera un circolo vizioso, perché un minor numero di clienti, significa meno entrate per spese che rimangono fisse, o addirittura aumento. Il calcolo è, quindi, semplice da fare.

Punto secondo: le vendite online stanno crescendo

Causa e conseguenza del punto primo, la vendita online è in crescita grazie, in particolare, alle grandi vetrine virtuali come, ad esempio, quella Amazon, le quali offrono prezzi vantaggiosi e servizi più che apprezzabili. Di conseguenza, oggi come oggi, non essere presenti su internet è come non esistere. Personalmente, sono dell’avviso che il “fisico” e il “digitale” possono unirsi per offrire qualcosa di armonioso e potente, tuttavia è necessario avere i mezzi per investire nel Web, oltre che le capacità.

Punto terzo: perché questi risultati?

Bisogna essere pragmatici. Aprire un negozio online e, perciò, dare il via ad una attività di e-commerce, è molto più economico rispetto all’apertura di un negozio fisico e, questo, tanto nel breve quanto nel lungo termine.

Anche se è possibile che lo shopping online effettuato sul web possa generare meno profitti rispetto alle vendite tradizionali, è da sottolineare il fatto che per permette di beneficiare di una infinità di vantaggi veramente imbattibili. Ad esempio, sul web si possono offrire vetrine molto più ampie, quindi più scelta, avere costi di gestione notevolmente più bassi, oltre che potersi interfacciare con una incredibile vastità di clientela.

Inoltre, è più facile tracciare, segmentare, targettizzate e definire il pubblico sul Web. In questa analisi, poi, non si può, di certo, dimenticare che il commercio sul web sia più pratico e più comodo per i consumatori, i quali possono effettuare i propri acquisti, anche, comodamente da casa propria. In altri termini, è giusto ammettere che sia una formula più pratica, economicamente vantaggiosa e più comoda.

Oltre a ciò, i prezzi sono molto competitivi, ed è molto più facile effettuare comparazioni, ovvero confrontare le varie proposte. In conclusione, la parola chiave è convenienza.

 

Come rimodellare l’economia sulla base dei cambiamenti climatici

Il cambiamento climatico è reale. La sfida è avvincente. E più a lungo aspettiamo, più difficile sarà risolvere il problema

John Kerry

Una delle principali sfide, che come Advisor mi ritrovo sempre più spesso a dover affrontare, è propriamente quella riguardare il come poter rimodellare una economia sulla base dei cambiamenti climatici. Ovviamente, da Advisor, ogni tipo di analisi la faccio sempre partire da una costante e approfondita ricerca dettagliata.

Di conseguenza, per affrontare correttamente tale tematica, si deve partire dal fatto che il riscaldamento globale è un qualcosa che, in tempi passati, non si era mai manifestato in maniera così forte. A partire dalla rivoluzione industriale, la concentrazione di gas serra è aumentata, causando, oltre all’effetto serra naturale, il surriscaldamento globale causato dall’uomo.

Il cambiamento climatico ha un impatto sulla temperatura e sulle precipitazioni e, oltre che avere una forte influenza sull’ambiente, lo ha anche sulla società e sull’economia. Sebbene l’entità delle conseguenze fluttuino naturalmente e a seconda delle condizioni regionali, indubbiamente, tutto ciò impone una certa attenzione nell’andare a sviluppare un qualsiasi progetto economico.

Infatti, ad esempio, non si può esulare dal fatto che tutta l’agricoltura possa subire danni finanziari a causa dei cambiamenti climatici.  I fallimenti si sommano rapidamente.  Si prevede che un innalzamento della temperatura di 2 gradi centigradi, abbia come conseguenza il danneggiamento di almeno il 10% dei raccolti in tutto il mondo. Ma quando il clima cambia, anche l’industria turistica ne risente.

La mancanza di neve, ad esempio, sta costringendo diverse stazioni sciistiche ad adeguare la propria offerta, il che ovviamente non è esente da spese. Questo è il motivo per cui gli sforzi del turismo vede sempre più utilizzare l’autunno come alternativa alla stagione invernale per commercializzare queste aree. Con l’aumento dei disastri naturali, le compagnie di assicurazione devono aumentare i costi delle polizze.

Di base, quindi, è ovvio che si debba far aumentare la convinzione che sia giunta l’ora di agire per ridurre le nostre emissioni e rimodellare l’economia. L’aspetto, poi, ha anche ha delle forti ripercussioni sulla stessa salute umana. Ondate di calore, inondazioni, malattie trasmesse dagli insetti, allergie, aumento del rischio di cancro da radiazioni UV più elevate. Tutto ciò fa aumentare i costi per la salute che uno stato deve affrontare.

La questione, inoltre, investe molteplici aspetti della nostra vita, come le risorse idriche. Di fatti, meno acqua in estate, lo scioglimento dei ghiacciai, le più intense ma meno frequenti piogge, la più lenta formazione delle falde acquifere, e via dicendo, sono aspetti sempre più determinanti e che influenzano ogni tipo di modello economico.

I cambiamenti climatici, colpiscono, poi, anche la biodiversità con un consequenziale rischio di estinzione di piante e di animali, afflusso di nuove specie amanti del calore. I costi presentanti dal cambiamento climatico sono in costante aumento.  Per evitare il collasso dell’economia, è della massima urgenza che ognuno di noi riconosca la grave minaccia posta dal cambiamento climatico.

Quindi, tutto ciò, in conclusione, impone delle scelte economiche che possano fronteggiare questi aspetti e, soprattutto, siano effettivamente capaci di porre fine ad un qualcosa che potrebbe mettere a forte rischio la nostra sopravvivenza su questo pianeta.

Quanto costa il cambiamento climatico?

Tutti capiscono che il cambiamento climatico sta avvenendo e le persone che si oppongono fanno davvero male ai nostri figli e ai nostri nipoti e rendono il mondo un posto molto peggiore”.

Eric Schmidt

L’uomo, molto, spesso lotta per accettare fatti spiacevoli.  Il cambiamento climatico è un forte esempio di questo. Come Advisor, tuttavia, devo cercare di poter comprendere quanto possa costare il cambiamento climatico. Ovviamente, da Advisor, sottolineo sempre che le conseguenze finanziarie del riscaldamento globale possono essere solamente stimate.

Quindi, di conseguenza, mi trovo, molte volte, a fare delle riflessioni di quanto il cambiamento climatico possa influenzare l’economia e quali possano essere le conseguenze di tutto ciò nei mercati finanziari. Comunque, una cosa è chiara: il cambiamento climatico richiede un prezzo molto alto. Da un lato, provoca danni a causa di eventi meteorologici estremi, e dall’altra parte, un sacco di soldi devono essere investiti in misure di adattamento, come le strutture protettive o la conversione alle energie rinnovabili.

È quindi chiaro che i cambiamenti climatici rappresentano una sfida economica. È difficile attribuire un costo esatto al cambiamento climatico e, questo, a causa dei numerosi fattori che variano a seconda del modello. Tuttavia, ci sono studi che cercano di stimare i costi. Uno studio dell’Istituto tedesco per la ricerca economica, ad esempio, stima i costi che dovrebbero essere sostenuti dalla Germania nei prossimi 50 anni, a 800 miliardi di euro. Una buona metà di essi, dovrebbero riguardare il danno climatico diretto e, l’altra metà, è costituita da conseguenze indirette quali misure di adattamento e aumento dei prezzi dell’energia.

L’Unione Europea, prevede inoltre tra i 20 e i 65 miliardi di euro i costi annuali in tutta Europa entro il 2080. Tali stime, che possono sembrare molto teoretiche, sono, in realtà, importanti nel fornire linee guida politiche su come tassare le emissioni di gas serra.  Il costo di una tonnellata di CO2 emessa è stimato tra i 30 dollari e i 40 dollari.

Con emissioni annue di CO2 di 6,4 tonnellate pro capite, quanto verrebbe richiesto, ovvero quanto costerebbe? È stato stimato che potrebbe essere richiesto, qualcosa, quantificato in 250 dollari! Non a caso, i disastri naturali, che aumentano di frequenza e gravità, causano immensi danni alle infrastrutture pubbliche. Per limitare questo, sono necessarie costose misure protettive. La sola UE stima che i danni provocati dalle inondazioni in futuro ammonterebbero a circa 8 miliardi di euro all’anno.

Per ridurre questi costi, sarebbero necessari fino a 1 miliardo di euro all’anno per migliorare solamente la protezione costiera. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ossia l’OCSE, si aspetta che i suoi Stati membri investano 95 miliardi di euro per adeguare le infrastrutture al riscaldamento globale.

Quindi, pare più che evidente che, oltre a dover affrontare le sfide politiche mondiali e le relative instabilità, il terrorismo, l’economia mondiale deve intervenire per dare il suo fattivo contributo per contrastare il problema del cambiamento climatico. In conclusione, sono dell’opinione che prima si inizierà e meno sarà il costo da dover affrontare per una maggiore futura sostenibilità.