La tutela del Made in Italy deve essere imprescindibile

Veder calpestato il nostro Made in Italy è sempre un grande dolore. Da Advisor così come anche da italiano mi confronto spesso con le realtà economiche e imprenditoriali di tutto il mondo mi pongo una sequela di domande su quello che si potrebbe fare e che il Governo non fa per tutelarlo. Di certo ci sono elementi, quali la corruzione, che bene non fanno all’immagine dell’Italia in campo internazionale e l’indeboliscono notevolmente.

Non molto tempo fa è stato pubblicato un report dove appare lampante come nella nostra nazione la corruzione si percepisce per un poco edificante 90%. Molti sono dell’idea che indagare sulla corruzione e anche sulle frodi possa avere dei costi superiori rispetto ai risultati che si potrebbero avere dei risultati. Una impostazione mentale, che da Advisor sono convinto sono convinto che abbia un effetto ancor più deleterio, in quanto si lancia il messaggio che chiunque potrebbe fare quello che vuole e calpestare il Made in Italy.

Basta scorrere i reparti dei supermercati dei vari Paesi del mondo (ma anche in Italia) per vedere quanti prodotti vengono spacciati per quelli Made in Italy mentre nulla hanno a che fare. Con i consumatori che vengono ingannati anche visivamente da una bandierina dell’Italia sulla confezione o dal nome storpiato di un qualche celebre prodotto italiano ad esempio “parmiggiano” invece di Parmigiano e l’elenco potrebbe essere lungo.

Nel dicembre scorso una indagine di Assocamerestero, Associazione che riunisce tra l’altro le settantotto Camere di Commercio Italiane all´Estero (CCIE) e imprenditori privati, esteri e si incentrata ricorso a denominazioni geografiche improprie che si rifanno all’Italia al fine di indurre a comprare prodotti non italiani. Da qui è emerso che il cosiddetto “Italian Sounding” rappresenta ha un impatto economico astronomico: il volume d’affari è di circa 54 miliardi di euro (di cui 24 miliardi nell’Area Centro e Nord America), più della metà dell’intero fatturato dell’industria alimentare italiana (132 miliardi d’Euro).

Già l’Italia non gode di grande affidabilità generalmente, anche per via dell’instabilità governativa con il continuo cambio linee programmatiche, ma vi è una notevole confusione in tema d’economia. In quella che è un mercato globalizzato, si devono fare altri tipi di scelte. Vi è la necessità di offrire inequivocabili e limpide garanzie, se si vuole uscire effettivamente dalla morsa delle lobby degli speculatori.

Si deve dire basta alla svendita dei nostri storici brand che semmai devono riportati in auge e salvaguardati. Si deve tutelare il Made in Italy perché ne vale il futuro stesso del Paese e di chi lavora nei vari comparti.

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Una miglior economia si ha solo con migliori infrastrutture

Un principio che ha accomunato le antiche popolazioni dei Fenici, dei Greci e soprattutto dei Romani riguardava lo sviluppo del commercio e dell’economia facendo leva sulla creazione di tutte quelle infrastrutture necessarie e utili agli scambi commerciali; tutto ciò nonostante nelle epoche antiche il termine infrastrutture era sconosciuto.

Grazie alla loro sapienza è possibile ammirare ancora oggi le opere dell’ingegneria antica quali porti, strade, mercati e depositi. Ponendo l’attenzione sull’Italia, questa a partire dal 1946 è divenuto un paese caratterizzato da delle stranezze.

Infatti, da sempre, sotto l’aspetto storico, geografico e soprattutto commerciale, ha rappresentato l’anello di congiunzione fra il Medio e l’Estremo e il Nord Europa Orientale, fra Europa settentrionale e i mercati dell’Africa Ovest.

A differenza di altri Stati come l’Inghilterra e la Francia si sono verificati lunghi periodi di attriti interni tra i nobili e tra le diverse contrade.

Mentre in altri Paesi d’Europa si affrontavano viaggi per terra e per mare alla scoperta di nuove località e si cercava di migliorare l’economia, in Italia si viveva un clima di divisione. Infatti, la perenne lotta fra il Papato e i numerosi stati al fine di accaparrarsi pochi chilometri di territorio non faceva assolutamente pensare allo sviluppo del commercio e delle infrastrutture.

A tutto ciò si iniziò a mettere ordine prima nel 1861 con la creazione del Regno d’Italia che lasciò poi spazio alla Repubblica Italiana fondata nel 1946.

Se facciamo un confronto con la vicina Svizzera si può notare che questa, seppur caratterizzata da un territorio con difficoltà naturali, assicura una rete ferroviaria di 3619 chilometri che garantisce treni puntuali e raggiungono tutte le località con puntualità svizzera. Invece in Italia vediamo una rete ferroviaria con il 60% a binario unico.

Per non parlare poi della situazione di porti italiani che assomigliano ad oasi nel deserto nonostante la Nazione viene bagnata dalle acque marine nella quasi totalità della sua estensione. La rete stradale è stata oggetto della politica di tutti i governi per favorire la FIAT (ormai FCA) ed attualmente occupa le posizioni più basse nelle classifiche internazionali.

Ponendo l’attenzione su alcune situazioni italiane critiche si può provare a prendere un treno da Palermo a Milano per testare il grado di disagio dei trasporti.

Ciò è il segno del disinteresse della classe politica su tali aspetti che producono effetti sui mercati interni ed internazionali.

L’economia nostrana, le nostre potenzialità infinite, sono frenate proprio per gli alti costi e la difficoltà della movimentazione delle materie prime e delle merci.

In conclusione ci si può augurare di vedere in concreto gli effetti della riqualificazione delle infrastrutture e non rimanere soltanto alla progettazione in astratto sottolineando che vi è stretta connessione fra sviluppo economico e la costruzione di serie infrastrutture, giacché l’una influenza l’altra.

Il tutto è ancorato al trasporto su gomma saldamente, con impatti ambientali ed economici ad altissimo rischio per la salute pubblica. Uno stato di cose che dovrebbe finire per il bene proprio del Bel Paese.

Le insidie del web per la privacy di persone e imprese

Quale Advisor considero Internet il più potente strumento che attualmente è in grado di diffondere pensieri ed idee nonché far incontrare persone, seppur virtualmente.

Capita spesso che dopo aver visitato una qualsiasi pagina web, al collegamento successivo lo schermo è subissato di qualsiasi forma di pubblicità.

Su questa nuova forma di autostrada telematica transita qualsiasi tipo di comunicazione e informazione. A ciò si aggiunge la possibilità di effettuare via web operazioni economiche ed, infatti, Internet è divenuto uno strumento idoneo ad incrementare il commercio; tuttavia è necessario sottolineare un suo lato oscuro.

Navigando in rete anche a me quale Advisor capita spesso di avere quella sensazione poco piacevole al pari di chi cammina per strada e si sente osservato però poi voltandosi ci si rende conto che non c’è niente e nessuno.

Un ulteriore esempio è l’invasione della casella di e-mail di messaggi pubblicitari senza che nessuno abbia richiesto informazioni in merito. Dunque nelle tenebre di internet vi è la presenza di chi si occupa di analizzare le nostre preferenze e reperire informazioni controllando anche la scansione temporale con cui leggiamo le pagine su internet; dopo di che vendono le informazioni carpite.

Ciò vuol dire che la massa di informazioni reperite vengono vendute a colossi del marketing per finalità commerciali ma anche semplicemente al supermarket vicino casa con l’obiettivo di una campagna pubblicitaria. Può capitare che un malcapitato che naviga in internet alla ricerca di uno strumento per il giardinaggio o per il fai da te oppure per reperire informazioni su come realizzare un dolce rischia di essere travolto da questa spirale a dir poco perversa.

Il concetto di privacy, in molti stati del mondo e in Italia, è sempre posto in evidenza ma nello stesso tempo se ne abusa. Il mondo virtuale e internet rappresentano calpestamento della privacy che raggiunge livelli estremi.

Orbene, si può parlare di censura preventiva se si decidesse di effettuare un controllo su internet tuttavia però è da ammettere che attualmente la tutela della nostra privacy è davvero una gran bufala. Sul mercato digitale vi sono numerose società che vendono indirizzi e-mail, hanno informazioni sulle nostre compere sul web, le modalità con le quali abbiamo acquistato e quanto abbiamo speso.

Infatti, esistono aziende che conoscono qualsiasi aspetto delle nostre abitudini ma risultano totalmente sconosciute al Fisco; individui che per lungo tempo hanno effettuato transazioni ma che non risultano schedate negli archivi del Fisco.

È d’obbligo, quindi, dire un qualcosa di paradossalmente amaro: giacché su internet vi è la presenza di soggetti che sono in grado di conoscere numerosi aspetti della vita di ogni individuo, allora potrebbero candidarsi per un impiego presso gli uffici del fisco; ciò sconfiggerebbe in maniera effettiva il dilagante fenomeno dell’evasione fiscale.

In conclusione la privacy è divenuto un concetto molto vago e quindi è più corretto affermare che tale concetto non esiste oppure esiste quando risulta comodo nello stesso modo in cui si evita di riconoscere gli innumerevoli evasori da tempi più antichi.

Migranti, c’è del marcio tra le ONG?

La maturità inizia a manifestarsi quando sentiamo che è più grande la nostra preoccupazione per gli altri che non per noi stessi

Albert Einstein

ONG: ossia le Organizzazione Non Governativa, ovvero organizzazioni che operano in maniera indipendente senza dover rispondere a nessun tipo di governo.

Ma tra le altre cose, ONG vuol dire anche contatti sospetti, fumosi finanziatori e numerose navi che sono costantemente presenti nel Mar Mediterraneo e che, con un metodo ben collaudato, segnalano indisturbate la loro presenza alle navi dei clandestini dirette verso l’Italia, altrimenti dette boat people secondo la dizione buonista che va tanto di moda. In pratica, è un universo tanto dinamico quanto poliedrico.

Il recente sequestro della nave Iuventa deve far riflettere e far risuonare un campanello di allarme.

Da Advisor mi domando spesso il perché e il per come appena si accenna al fatto che dietro a molte ONG vi siano interessi economici, si assiste ad una alzata di scudi in loro difesa. Eppure, è la cronaca che mette in luce che tanto in uno Stato quanto tra chi si occupa di Legge e Ordine vi sono delle mele marce.

Perfino il campo religioso non è avulso a fatti criminali. Eppure, sembra quasi che le ONG non siano fatte da uomini e, perciò, corruttibili e corruttori.

Da Advisor, poi, non posso non “ammirare” l’alquanto beffarda linea di confine esistente tra il fatto che queste Organizzazioni Non Governative, come anche altri enti, risultino essere delle organizzazioni senza fini di lucro, quando, poi, nella realtà sono finanziate da donazioni.

Certo, so perfettamente che cosa significhi lucrare e, proprio per questo, reputo che utilizzarlo per enti che prendono soldi in nome di un volontariato sia scorretto. Chiarisco il punto. Il fare beneficenza significa o mettere mano al portafoglio e donare direttamente a chi ne ha bisogno, oppure dare il contributo economico a chi lo andrà a gestire per portare aiuto. Questo non solo è normale, ma è più che accettabile.

Quello che proprio non mi va giù è il voler a tutti i costi ammantare questa transazione economica a fin di bene con un falso velo di quasi santità. Reputo iniquo abbinare a questo il termine senza fini di lucro, anche perché non è propriamente corrispondente al vero.

Infatti, chi paga le sedi, i mezzi, insomma tutto quello che serve a queste ONG?

Ma se il termine senza fini di lucro è una mera facciata, lo è ancor di più la parola volontario. Se da un punto sintetico il significato lessicale potrebbe essere riassunto come “persona che presta la sua opera di propria volontà”, da un punto di vista dell’immaginario collettivo il volontario è visto come una sorta di San Francesco oppure di San Martino di Tours, quello che fece dono della metà del suo ricco mantello ad un povero.

Si ha, quindi, anche in questo caso, una immagine poetica che, tuttavia, non corrisponde alle realtà dei fatti. A prova di ciò, invito a leggere quanto è chiaramente esposto nel sito del Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale a riguardo il trattamento economico dei volontari.

Allora, vorrei tanto che la facciata corrispondesse al suo contenuto e, di conseguenza, tanto le ONG quanto i cosiddetti volontari venissero inquadrati non come dei santi, ma come esseri mortali e, perciò, fallaci.

Non rimaniamo, pertanto, stupefatti nello scoprire che anche queste organizzazioni beneficiano economicamente di tutto il movimento di clandestini provenienti, per lo più, dalle coste della Libia.

Per concludere, voglio ricordare le parole di John Fitzgerald Kennedy: “Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese”.

La crescita economica: il bene e il male

In economia politica come in morale, la parte riservata all’investigazione scientifica è quanto mai ristretta; preponderante, invece, quella dell’arte

Émile Durkheim

La crescita economica, ricordo come Advisor, si riferisce alla variazione annua nella produzione di ricchezza di un Paese. La crescita è il motore dell’economia di mercato e viene calcolata sulla base dell’evoluzione del prodotto interno lordo, ossia il PIL.

Quindi, la situazione economica è lo stato del mercato per un determinato periodo.

La distribuzione di questa crescita, dalla quale si potranno trarre i vantaggi economici, pertanto, è determinata tanto da fattori economici, cioè la quantità di risorse disponibili, quanto da fattori demografici. Questi elementi combinano le norme e le istituzioni che governano il mercato.

Da Advisor, devo constatare che il più delle volte la crescita economica è utilizzata come una panacea per risolvere il problema della disuguaglianza tanto dalla destra quanto dalla sinistra. Non a caso, il PIL aumenta a secondo i casi, creando un dato inquinato dallo spettro della politica, la quale lo utilizza, in sostanza, per fare i propri comodi e non per creare una effettiva crescita economica.

Più in generale, un altro grande problema legato ad una effettiva crescita è in sintonia alle risorse del nostro pianeta che non sono illimitate. È vero: i progressi tecnologici possono trovare nuove soluzioni ma, tuttavia, il riscaldamento globale e l’aumento dei prezzi delle risorse dimostrano, in maniera davvero allarmante, i limiti di questo tipo di approccio.

Quando la crescita rallenta, si parla di recessione. In questo quadro si potrà osservare come i profitti delle imprese siano in calo, anche se ci sono differenze significative per settore, e di come i rendimenti degli investimenti azionari scendono e che, spesso, i salari ristagnano e le finanze pubbliche sono messe a dura prova. Di conseguenza, anche i redditi delle famiglie e le entrate fiscali declinano, su questa base, i rischi sociali variano molto da paese a paese.

In ogni caso, pare evidente che le famiglie siano più colpite, il che provoca ulteriori livelli di disuguaglianza. Pur tuttavia, non ci si può dimenticare che questo tipo di variazione sia, per sua stessa natura, altamente ciclica.

Se le incertezze della situazione economica influenzano in modo significativo la quantità totale di ricchezza e la relativa distribuzione, la disuguaglianza ha, inoltre, un importante impatto negativo sulla crescita economica in termini di risparmio, di investimenti. In sostanza si assiste ad un rallentamento generale.

Indirettamente, ne consegue che i fattori della distribuzione del reddito influenzano, a medio e lungo termine, la crescita economica così come le variabili macroeconomiche tradizionali come, ad esempio l’inflazione e la disoccupazione. Quel che è certo è che il come si può avere una buona economia è un argomento complesso e che coinvolge molteplici aspetti.

Prendendo a prestito quanto ebbe, a tal proposito, da dire JF Kennedy, una buona politica è quella che sa come mantenere i suoi ideali, pur perdendo le sue illusioni.

In conclusione, sono dell’avviso che la politica economica e tutti gli interventi dei governi sull’attività economica, devono essere più indirizzati a raggiungere obiettivi quali una reale giustizia sociale.

Pier Carlo Padoan: il sistema bancario è solido e sicuro

Credo sinceramente che gli istituti bancari sono più pericolosi degli eserciti permanenti e che il principio di spendere denaro a carico dei posteri, sotto il nome di debito pubblico, non è che una truffa futura su larga scala

Thomas Jefferson

Il Ministro dell’Economia, dopo aver portato al traguardo la controversa situazione relativa al Monte dei Paschi di Siena e quasi risolto definitivamente la brutta gatta da pelare delle Banche Venete, ha espresso il suo pensiero relativamente il sistema bancario italiano, definendolo “solido e sicuro”.

Ora, da Advisor posso anche cercare di comprendere le difficoltà del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, pur tuttavia mi resta difficile credere totalmente a quanto ha affermato sul sistema bancario italiano.

Che nella maggioranza delle situazioni questo possa anche essere effettivamente “solido e sicuro” è un dato più o meno accettabile. Però, è anche il caso di mettere correttamente in luce che lo stesso sistema ha permesso che succedesse quello che è avvenuto tanto per il Monte dei Paschi di Siena quanto per le “famose” Banche Venete.

Quindi, delle due una, ossia o è effettivamente come afferma il ministro un sistema “solido e sicuro”, oppure vi sono delle evidenti crepe, altrimenti come è possibile oggettivamente spiegare quanto è avvenuto?

Come Advisor reputo che se esiste un effettivo controllo questo o è davvero efficiente oppure è totalmente inefficace. Le mezze misure, in questo campo, non possono né essere tollerate né ammesse. Il classico italiano “Ni”, non va assolutamente bene.

È, poi, anche il caso di rammentare le grandiose responsabilità imputabili alla Bankitalia, alla Consob, ai politici, oltre che, ovviamente, agli stessi amministratori. È, di conseguenza, davvero difficile non pensare come la conclusione di tutta questa ingarbugliata vicenda sia derivante da una logica, tipicamente italiana, che prevede la sudditanza della politica nei confronti delle banche.

Tra le altre cose, il tutto fa andare alla memoria, il più che celebre scandalo avvenuto nel 1893 noto come lo scandalo della Banca Romana. Non a caso, già all’epoca si evidenziarono chiaramente i forti legami esistenti tra la classe politica e il mondo finanziario.

Oggi, Renzi, non trova meglio che affermare che le banche hanno fatto scomparire i soldi. Eppure, il fallimento di istituti quali, ad esempio, Banca Marche, Carichieti, Cariferrara, Banche Popolari dell’Etruria, Veneto Banca e, Banca Popolare di Vicenza sono evidenti testimonianze che nella attuale disciplina bancaria vi sia più di una cosa che non funzione come dovrebbe.

Se si pensa al fatto che non sono state in primis capaci di essere garanti dei depositi né tantomeno in grado di sviluppare una corretta politica di trasmissione monetaria, si comprende come nessuno degli obiettivi e, tanto meno il ruolo di una banca siano stati salvaguardati e assicurati.

In tutto ciò, poi, non è da dimenticare come anche il caso Monte dei Paschi e Bipop-Carige siano delle ulteriori riprove che gli istituti bancari non siano propriamente così solidi e sicuri. La cosa ulteriormente drammatica è che sembra che tutte abbiano seguito un medesimo copione per effettuare i propri errori. Vi sono due aspetti che meriterebbero maggior attenzione.

Il primo è quello inerente alla erogazione di prestiti senza che vi fossero le garanzie opportune, mentre il secondo l’aver celato la sofferenza sorta a causa di prestiti elargiti così facilmente ad amici degli amici che non sono mai stati restituiti. In conclusione, sarà proprio il caso di rivedere le regole una volta per tutte.

La disoccupazione giovanile e le implicazioni economiche

Il peggior mestiere è quello di non averne alcuno

Cesare Cantù

Come Advisor reputo che alla base di una sana economia vi sia un corretto ricambio generazionale. Ogni paese, infatti, ha assoluta necessità di forze nuove e fresche per prosperare anche in campo economico. Di conseguenza, i giovani devono essere visti come il futuro di una nazione.

Questo per l’Italia è un qualcosa di totalmente ignorato e scarsamente valorizzato e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Il dramma della follia e che il Paese Italia è governato da una classe politica che è stata in grado di creare un assurdo ciclo vizioso. Non per nulla, da una parte si è allungata l’età pensionabile e dall’altra si è andato a precludere un naturale ricambio generazionale.

In pratica si è pensato di costringere i lavoratori ad andare in pensione a quasi settant’anni e, nel contempo, di precludere ai giovani di accedere in maniera definitiva nel mondo del lavoro.

Da Advisor, reputo che tutto ciò sia estremamente pericoloso. Non si può, infatti, non osservare come il tutto abbia creato una futura generazione intrisa di dubbi e, per molti versi, di disperazione unitamente a tutta una popolazione di lavoratori che vorrebbe, finalmente, tirare il fiato.

In questo disastroso e disastrato panorama emerge, chiaramente, la totale incapacità della politica italiana, il frutto di governi non votati dal popolo che, tuttavia, hanno così profondamente inciso sulla vita dei suoi cittadini.

Per affondare volutamente il dito nella piaga, si deve mettere anche in risalto la mancanza di congruenza tra una formazione e il mondo del lavoro.

Infatti, anche sulla preparazione scolastica e universitaria vi sarebbe molto da dire. Non a caso, questo aspetto incide notevolmente sulla problematica della disoccupazione giovanile, con le ovvie implicazioni economiche.

Recentemente ho avuto l’occasione di partecipare ad un convegno incentrato proprio su questo aspetto.

Orbene, ho sentito che meno della metà dei datori di lavoro rimane soddisfatta del livello di preparazione dei loro dipendenti e che molti hanno ancora posti vacanti dato che non sono riusciti a reclutare qualcuno con le giuste competenze.

In particolare. Mi ha profondamente colpito il fatto che quasi tutti i possibili datori di lavoro si riferivano ad una forte carenza di competenze soft skills, ossia di quelle competenze trasversali che evidenziano le qualità personali quali, ad esempio, l’atteggiamento e l’etica nel lavoro, la comunicazione orale e le relazioni interpersonali. Di fatto, non vedono una capacità di essere dei veri leader. La transizione tra studio e lavoro è delicata.

Una volta che i giovani hanno in mano un diploma oppure una laurea debbono confrontarsi con la rigida regolamentazione del mercato senza avere, effettivamente, la più che pallida idea di quali siano le regole. Alla fine, il tutto si tramuta in una assurda lotta per trovare un lavoro, il che non fa altro che accentuare ulteriormente le difficoltà dei giovani.

In conclusione, sono dell’opinione che da un lato le università devono promuovere studi più modulati all’esigenze del mondo del lavoro formando non solo professionalmente, ma anche praticamente le future generazioni e dall’altro le aziende devono comprendere maggiormente il loro ruolo di transizione professionale. Peccato che di mezzo vi è una classe politica tutt’altro che capace.

I passi fondamentali per un buon business

Un business deve essere coinvolgente, deve essere divertente e deve esercitare il tuo istinto creativo

Richard Branson

Se si ha una idea di business e si intende metterla in pratica, come da Advisor ripeto spesso, è un processo che può essere lungo e che, di conseguenza, richiede anche una buona dose di pazienza.

Il primo passo per avviare una impresa di successo, quindi, è quello di avere una buona pianificazione. Da Advisor più volte mi sono trovato a confrontarmi con persone che reputano che avviare una attività sia difficile.

Di fatto, non sono pochi i soggetti che rimangono bloccati nelle prime fasi del processo che li porta ad essere degli imprenditori. La realtà, invece, è che la maggior parte delle persone possono avere ciò che è realmente necessario per essere degli ottimi imprenditori, ovvero, una buona idea, la giusta quantità di capitale e di creatività.

Di contro, come ho avuto occasione di constatare direttamente, ciò che la maggior parte delle persone non hanno è proprio la pazienza, la determinazione e la capacità di pianificare. Indiscutibilmente, è facile essere sopraffatti nelle prime fasi di un business.

Per questo è necessario creare un processo e organizzare in modo tale da essere supportati da chi è esperto e che, pertanto, sappia consigliare e suggerire quali possono essere i passi fondamentali da compiere per avviare un buon business.

Per comodità, vediamo di riassumere brevemente cosa sia effettivamente basilare fare.

  • Primo: prendere tempo per riflettere

Si può pur avere la più grande idea, ma se non si prende tutto il tempo necessario per riflettere, si corre seriamente il rischio di fare un classico buco nell’acqua. Come imprenditore si ha il fondamentale compito di pensare e conoscere ogni dettaglio della propria idea e di quale è l’obiettivo.

  • Secondo: porsi e darsi delle risposte ad alcune domande

Qual è il target di mercato per il prodotto? Che cosa potrebbe andare storto e come risolverlo? Ci sono prodotti o servizi aggiuntivi nella propria offerta principale? Quali sono le principali cose che si vogliono far sapere a tutti i potenziali clienti? Con queste risposte iniziali, è possibile avviare il processo con più fiducia.

  • Terzo: creare un buon business plan

Stranamente, questa è la fase che alcuni imprenditori tendono a dimenticare o a sottovalutare. Alcuni lo trovano troppo difficile. Tuttavia, è importante ricordarsi di fare un business plan per guidare chiaramente il processo di apertura di una nuova attività. I componenti principali di un buon business plan sono la sintesi, una descrizione della società, l’analisi del mercato, la concorrenza, la struttura della società. Ovviamente, altri aspetti da prendere in considerazione sono una descrizione del servizio o del prodotto, le vendite e la strategia di marketing e le proiezioni finanziarie dettagliate, oltre a tutte le informazioni utili supplementari.

Tra i vari passi fondamentali per un buon business troviamo, poi, il raccogliere le risorse necessarie, il considerare il marketing e le campagne pubblicitarie di avvio, come pure avere le risorse finanziarie in ordine, impostare corretti e conseguibili obiettivi futuri.

In conclusione, è necessario avere ambizione e passione per la propria idea e non farsi mai scoraggiare.

Come affrontare le sfide nello sviluppo del business

Per pensare in modo creativo, dobbiamo essere in grado di guardare in modo nuovo a ciò che normalmente diamo per scontato

George Kneller

Nella celebre terzina del ventiseiesimo canto dell’Inferno, Dante Alighieri, il Sommo Poeta, ricorda “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.

Nella mia attività di Advisor mi sono trovato più volte ad affrontare tutta una serie di sfide al fine di far crescere le aziende e, nel fare ciò, questa famosa terzina dantesca mi è stata sempre da stimolo.

Come parte della crescita di una società, diversi problemi e opportunità richiedono diverse soluzioni. Infatti, quello che ha funzionato un anno fa, oggi potrebbe non essere più visto e considerato come un approccio giusto.

Troppo spesso, gli errori che si sarebbe potuto evitare possono trasformare, di fatto, una società con grande potenziale in una perdente.

Ecco perché come Advisor reputo che il saper riconoscere e superare gli ostacoli più comuni associati con la crescita di una azienda sia essenziale e fondamentale. Lo scopo e tutti i relativi sforzi debbono essere indirizzati al fine unico di farla continuare a crescere e prosperare.

In sostanza, è necessario assicurarsi che i passi che si fanno oggi non siano in grado di andare a creare problemi per il futuro. Una leadership efficace aiuterà a sfruttare al meglio le opportunità, oltre che essere in grado di saper creare una crescita sostenibile per il futuro.

Questo tipo di guida mette in evidenza gli errori e i rischi specifici che riguardano, in genere, le aziende in via di sviluppo e mette in evidenza ciò che si può fare al riguardo. Non per nulla, questioni come il saper seguire il mercato finanziario e l’elaborazione di progetti per il futuro aziendale non possono essere delegati a chi non ha capacità ed esperienza.

Una intera gestione finanziaria e la risoluzione dei problemi, pertanto, debbono essere elaborati da una leadership che abbia abilità e attitudini, che sia capace di trovare dei sistemi appropriati come pure in grado di abbracciare e condividere i positivi cambiamenti.

La ricerca di mercato non è qualcosa che si fa solo una volta, quando si avvia un qualsiasi tipo di business, dato che le condizioni sono in continua evoluzione. Di conseguenza, la ricerca di mercato deve essere continua e attenta. In caso contrario, si corre il serio rischio di prendere delle decisioni basate su informazioni non aggiornate, il che può portare ad un completo e totale fallimento.

Non si può, poi, sottovalutare la reazione dei vari concorrenti a fronte di quanto si intende fare e di come ci si muove nel mercato finanziario. È, infatti, da ricordare che vi è sempre una possibile soluzione e che il finale può essere ogni volta differente.

Uno degli aspetti fondamentali, quindi, è il saper trovare rapidamente soluzioni, proprio per evitare che la crescita delle vendite di prodotti o servizi possano avere dei margini di profitto in diminuzione.

Allo stesso tempo, è necessario investire in innovazione per stabilire un flusso di prodotti redditizi sul mercato. In conclusione, il comprendere e i capire il loro “ciclo di vita” può aiutare a scoprire come massimizzare la redditività complessiva.

Il principio della capacità contributiva, che fine ha fatto?

In questo Paese le leggi sono così numerose che per ogni questione dovete rivolgervi ad uno specialista e pagare; quindi voi pagate le tasse affinché lo Stato faccia delle leggi che vi impongono di rivolgervi a dei professionisti e pagare di nuovo

Carl William Brown

Anche se da Advisor mi rattrista, l’Italia, ahimè, resta pur sempre una singolare e mera espressione geografica in mano a dei veri e propri incompetenti, per non dire altro.

Infatti, basta semplicemente rifarsi al famoso articolo 53 della nostra Costituzione, ovvero quello che tratta il principio della capacità contributiva. In pratica, questo articolo testualmente asserisce che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Ora, al di là della mia professione di Advisor, reputo che tutto sommato, anche chi non ha fatto o intrapreso specifici studi o incarichi economici possa comprendere in tutto e per tutto il significato letterale di quanto esposto. Tutto chiaro? No, assolutamente no.

Infatti, “Un popolo di poeti di artisti di eroi, di santi di pensatori di scienziati, di navigatori di trasmigratori” e di azzeccagarbugli, aggiungo io, riesce in un compito non facile, ovvero stravolgere perfino quello che è molto chiaro. In Italia si può fare bellamente questo e altro ancora.

Di fatto, quello che era un concetto sinteticamente chiaro, nel tempo, è stato adattato alle vili esigenze e agli sporchi interessi di servili economisti e potentati politici. Un fulgido esempio di questo affannoso affare è dato dalla sentenza numero 155 emessa dalla Corte Costituzionale, la quale testualmente recita: “La capacità contributiva non presuppone l’esistenza necessariamente di un reddito o di un reddito nuovo, ma è sufficiente che vi sia un collegamento tra prestazione imposta e presupposti economici presi in considerazione, in termini di forza e consistenza economica dei contribuenti o di loro disponibilità monetarie attuali, quali indici concreti di situazione economica degli stessi contribuenti”.

E se non fosse ancora sufficiente chiaro la mistificazione in atto, riporto in forma diretta, quello che nel 2001 sempre la Corte Costituzionale, ha stabilito con la Legge numero 156: “Rientra nella discrezionalità del legislatore, con il solo limite della arbitrarietà, la determinazione dei singoli fatti espressivi della capacità contributiva che, quale idoneità del soggetto all’obbligazione di imposta, può essere desunta da qualsiasi indice che sia rivelatore di ricchezza e non solamente dal reddito individuale”.

A dirla come nel mitico film “Amici miei” la “supercazzola” è davvero sempre attuale. Grazie a tutto ciò, la Corte Costituzionale, di fatto, è riuscita a smontare tutta la sostanza del concetto costituzionale previsto nel suo articolo 53, cancellando la nozione stessa di capacità contributiva.

Quindi, di conseguenza, grazie a questo bizantinismo, la Corte Costituzionale, ha lasciato al legislatore assoluto campo libero, il che, sostanzialmente, significa che può fare tutti i suoi comodi, come pure, all’abbisogna, imporre al popolo italiano qualsiasi tipo di balzello che gli passa per la mente.

In conclusione, con viva e vibrante insoddisfazione, annuncio la dipartita di quello che in origine era esposto in questo articolo 53, ossia: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.