Internet, il volto dell’economia del XXI secolo

Oggi la gente di uno stesso condominio non si conosce e, se si incontra in ascensore, non si parla. Poi su Facebook pubblica tutte le sue foto e racconta di tutto a tutto il mondo

Enrico Brignano

Se possiamo dire che gran parte dell’economia all’epoca medioevale si basava sull’uso del mulino, come pure è facile da sostenere che l’era industriale nasce con l’impiego del motore a vapore, in tempi contemporanei, da Advisor, mi sento di dire che uno dei principali simboli della globalizzazione, anche economica, è il computer.

Anche se tali determinismi possono sembrare eccessivi, tuttavia riassumono bene l’idea centrale che, nei momenti cruciali della storia, una invenzione di capitale importanza sconvolge l’ordine delle cose. Da Advisor, poi, ho notato che tutto questo non risulta ma essere frutto del caso, ma necessariamente sviluppatosi in determinate circostanze.

Quel che è certo, che questi avvenimenti hanno influenzato lo sviluppo di una società espandendo un nuovo movimento che, nella lunga durata, ha influenzato intere economie.

Alla fine del diciottesimo secolo, il motore a vapore, provocando la rivoluzione industriale, ha cambiato il volto del mondo. Si è assistito all’ascesa del capitalismo, alla nascita della classe operaia, del socialismo, dell’espansione del colonialismo e così via. Oggi, con la vocazione di eleggere come massima espressione il computer, sono in atto mutazioni formidabili e senza alcun precedente.

Sotto i nostri occhi, di fatto, stanno cambiando le cose. Infatti, assistiamo ad una radicale trasformazione tanto nel contesto economico, quanto nei valori sociali. Sono mutate, inoltre, le attitudini individuali, i criteri culturali e, perfino, i parametri ecologici. Volenti o non volenti, le tecnologie dell’informazione, della comunicazione, insomma la rivoluzione digitale ci sta traghettando verso una nuova era.

Un tempo, quindi, che pone come sua caratteristica centrale il trasporto istantaneo di dati intangibili. È la proliferazione di collegamenti e reti elettronicheInternet è il cuore, il crocevia e la sintesi della grande mutazione in atto. Le autostrade della comunicazione sono, nell’era attuale, ciò che le ferrovie erano nell’era industriale: forti forze trainanti e intensificartici degli scambi.

Pertanto, quelli che potremo chiamare i neocapitalisti, scommettono sulla sua crescita esponenziale e di tutte le attività legate alle autostrade virtuali, alle tecnologie di rete e a Internet. Pur tuttavia, nonostante il panorama mostri chiaramente una visuale ben definita, vi sono esponenti della economia che reputano che tutto questo sia semplicemente una fase di decollo di una nuova economia non ancora ben definita.

Di contro, vi sono molti investitori che sono ben convinti di questi rapidi cambiamenti e, molto velocemente, si stanno adattando. Per comprendere la situazione e il consequenziale sviluppo, è sufficiente leggere Digital in 2017, importante report frutto della collaborazione tra Hootsuite e We Are Social, ove, chiaramente è indicato che oggi accede, oltretutto in maniera regolare, ad internet più della metà della popolazione mondiale.

In conclusione, investire capitali in attrezzature informatiche, telecomunicazioni, reti e via dicendo, è già la sfida di oggi.

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Cosa significa bancarotta

Un capitalismo senza bancarotta è come un cristianesimo senza inferno

(Frank Borman)

Più di una volta si è letto sui giornali, oppure sentito nei telegiornali e radiogiornali, il termine bancarotta. Ma quel è il significato di tale termine? Come Advisor, ricordo che la bancarotta, per quanto verte l’ordinamento giuridico italiano, è un reato che è connesso ad un fallimento.

A tal proposito, come Advisor, voglio sottolineare che vi possono essere due tipi di bancarotta.

Il primo caso riguarda una bancarotta che è stata cagionata da imprudenza, e in questo caso si parlerà di bancarotta semplice. Si potrà, invece, parlare di bancarotta fraudolenta, quando vi è stata una frode volta sia a violare quelle che sono le aspettative dei vari creditori e sia ad aggravare una insolvenza.

È, poi, interessante ricordare come il termine bancarotta derivi direttamente dalla consuetudine, in vigore in età medioevale, di rompere la cassa di legno, la panca o il tavolo del banchiere che era divenuto insolvente. Fu con il regio decreto numero 267 del 16 marzo del 1942, e più specificatamente negli articoli 216 e seguenti, che vennero codificate le norme riguardanti il reato di bancarotta.

In Italia è solamente un imprenditore che può essere dichiarato fallito. Al contrario, in altri paesi quali, ad esempio, la Germania, il Regno Unito e gli Stati Uniti d’America, è consentito a chiunque di poter dichiarare un fallimento personale.

In linea generale, i reati connessi ad una bancarotta, tanto semplice quanto fraudolenta, sono catalogati tra i più gravi illeciti finanziari che un imprenditore possa commettere nell’esercizio di una impresa. Che sia fraudolenta o meno, la bancarotta ha notevoli ripercussioni sui creditori. Difatti, sono in grado di innescare un effetto domino davvero pericoloso. Nefaste conseguenze che emergono dal fatto che sono stare date delle forniture e, di fatto, è venuto a mancare il pagamento.

Quindi, anche imprese sane, in base alla loro esposizione nei confronti di chi fallisce, rischiano di essere trascinate in un infernale gorgo.

Un protagonista di una delle bancarotte più clamorose, fu Luciano Sgarlata. All’epoca dei fatti, nella requisitoria di quello che era il titolare dell’inchiesta, ossia il Pubblico Ministero Sante Spinace, si metteva in luce un buco di 300 miliardi. Secondo il Pubblico Ministero quasi ventimila clienti avevano effettuato dei versamenti a Luciano Sgarlata attratti da promesse di altissimi interessi.

Il meccanismo che aveva avuto inizio nei primi Anni Ottanta, si basava sulla più classica e tradizionale catena di Sant’Antonio, ovvero quel perfido meccanismo che prevede il pagamento dei clienti più vecchi attraverso i soldi versati dai nuovi.

Tra i vari esempi italiani clamorosi, si può ricordare, in conclusione, quello scoperto dalla Guardia di Finanza che vide coinvolta la Glenfield, per frode e bancarotta da diciassette milioni di euro, come pure l’operazione Deep Cleaning, condotta sempre dalla guardia di finanza, oppure la clamorosa bancarotta che coinvolse la storica azienda Magic Spa.

Campionato Mondiale di calcio Russia 2018, Addio

 “Nulla è paragonabile ad una pausa di silenzio di quarantamila tifosi in un colpo

Rolando Fonseca

Advisor Abbate - calcio

Se come tifoso sono più che amareggiato del fatto che la nazionale italiana non prenderà parte al mondiale di calcio nel 2018 in Russia, come Advisor non posso non prendere in considerazione l’aspetto economico di tale evento.

Da tifoso devo cercare di metabolizzare il fatto che dopo cinquantanove anni, la nazionale italiana non prenderà parte ad un campionato mondiale di calcio. Come Advisor devo analizzare il fatto che, non solo vi saranno incalcolabili danni d’immagine, ma che le perdite finanziarie sono a trecentosessanta gradi.

Come tifoso posso dire che questa mancata partecipazione sia un evento epocale, una tragedia apocalittica, una catastrofe. Penso che tutto ciò costerà qualcosa come oltre cento milioni di euro.

Vi è poi da considerare che il calcio in Italia riveste un ruolo preponderante nella vita di tutti i giorni. In pratica, pur non essendo fondamentale, è di certo, preponderante dato che, tra l’altro, è un potente ammortizzatore sociale. Un qualcosa che, oggi come oggi, verrà a mancare.

Oltre a queste considerazioni, non si può, inoltre, negare che il calcio sia una vera e propria industria in grado di portare un bel po’ di soldi. Non a caso, la Federazione Italiana Gioco Calcio vedrà decurtare dal suo bilancio qualcosa come almeno venticinque milioni di euro di premi. Questa è la cifra che viene ad essere incassata partecipando ai Mondiali Di Calcio in terra russa.

Non si può dimenticare, a tal proposito, che seppure si fossero disputate solamente le tre partite dei gironi di qualificazioni, sarebbero arrivati 12 milioni. Se, poi, si fossero superati arrivando secondi vi sarebbero stati altri quaranta, mentre se ci si qualificava primi allora i milioni di euro sarebbero stati cinquanta. Se la nazionale di calcio italiana si fosse fermata agli ottavi avrebbe portato a casa venti milioni, cifra che sarebbe salita ad almeno venticinque in caso di qualificazione ai quarti di finale.

Vi è poi da quantificare il danno derivante da un minor incasso derivante dai vari sponsor. Per esempio, la Puma come sponsor tecnico ha un accordo fino al 2022 per quasi diciannove milioni annui. Come reagirà?

Indiscutibilmente, tutti questi incassi mancati sono un considerevole danno per Federazione Italiana Gioco Calcio.

Ma il danno economico e di immagine, di certo non finisce qui. Infatti, oltre che rendere ancora più disastroso il ranking della Nazionale, si devono calcolare le perdite per la RAI per il crollo degli spettatori. In partite ai mondiali, la squadra italiana garantisce almeno dodici milioni di spettatori, con punte che possono anche arrivare a venti. In altre parole, la diffusione in RAI delle partite del mondiale senza la presenza dell’Italia, andranno a provocare una minore entrata pubblicitaria.

Anche per FIFA, la mancata qualificazione della nazionale italiana ai mondiali del 2018 in Russia produce un effetto economico negativo. Infatti, tra Sky e Rai per i mondiali del 2014 in Brasile, nelle casse della FIFA erano entrati 180 milioni, euro in più euro in meno.

Poi, in conclusione, è da considerare l’indotto che ruota attorno a questo evento, come i mancati incassi per ristoranti e bar.

Il vero senso del commercio

“Il più importante segreto nell’arte del vendere è: scoprite quel che il cliente vuole ed aiutatelo ad ottenerlo.

Vi è un solo modo per indurre qualcuno a far qualcosa. Dimostrategli che gli chiedete esattamente ciò che vuol fare.

Mostrate ad un uomo quel che gli occorre ed egli muoverà mari e monti per ottenerlo”

Frank Bettger

Alle volte, come Advisor, rifletto su quale sia effettivamente oggi il vero senso del commercio e questo proprio perché tale attività è una delle principali componenti sulla quali, da sempre, il nostro sistema economico si fonda.

In economia, quindi, il commercio è di base un qualcosa che consente di vendere o acquistare servizi, beni immobili e mobili, di consumo o valutari, in cambio di una moneta. A tal proposito, Khalil Gibran seppe sicuramente esporre un pensiero sul quale è giusto fare le dovute considerazioni. Infatti, disse: “Il selvaggio che ha fame coglie il frutto dall’albero e mangia. Il cittadino che ha fame, nella società civile, compra della frutta da qualcuno che l’ha acquistata da qualcun altro che l’ha acquistata da colui che l’ha colta dall’albero”.

Indiscutibilmente, il commercio nel corso dei secoli ha vissuto numerose evoluzioni, che Khalil Gibran ha saputo, per certi versi, racchiudere in pensiero con interessanti note provocatorie. Non a caso, il confronto proposto tra il “selvaggio” e il “cittadino” è assolutamente attuale.

Certamente chi non aveva timori riverenziali nell’esprimere il proprio pensiero fu Luc de Clapiers, marchese di Vauvenargues. Infatti, questo saggista francese vissuto nel Settecento, senza mezzi termini disse che: “Il commercio è la scuola della frode.”

Altro pensiero su cui come Advisor mi trovo più volte a riflettere è quello espresso da Benjamin Disraeli, il quale oltre che essere stato per ben due volte Primo ministro del Regno Unito, fu un fine scrittore e pensatore. A tal proposito, egli si espresse così: “La libertà di commercio non è un principio è un espediente”.

In questi tempi in cui vige la globalizzazione, ossia un mercato ove non esistono più confini, il commercio ha assunto connotati davvero imprevedibili e di difficile comprensione. Non a caso, Peter Ferdinand Drucker, sicuramente uno tra i più apprezzati e riconosciuti economisti scomparso nel 2005, ebbe da dire che: “Non è più possibile vendere, bisogna commercializzare, creare cioè un desiderio che sia soddisfabile senza impegnarsi troppo nella vendita”.

In questa riflessione, in effetti, a pensarci bene si racchiude gran parte del senso del commercio attuale. Una creazione continua e costante di un desiderio che però non fa altro che creare nella società solchi profondi tra chi può soddisfare questo desiderio e chi, invece, è privo dei mezzi necessari perché ciò possa avvenire.

Ed ecco che, allora, mi sovvengono le parole di Bob Dylan: “Occorrerà un giorno smettere di confondere ciò che si vende e ciò che è bene”.

in conclusione, il liberismo, il consumismo hanno fatto sì che, molti intravedano il vero senso del commercio in iniziative volte ad essere alternative e maggiormente equo-solidali.

Come avviare una attività commerciale in proprio

Non è più possibile vendere, bisogna commercializzare, creare cioè un desiderio che sia soddisfabile senza impegnarsi troppo nella vendita

Peter Ferdinand Drucker

Anche se si ha la fortuna di disporre ingenti capitali personali, come Advisor, reputo che quando si sta avviando una qualsiasi tipologia sia attività commerciale, la politica dei piccoli passi sia sempre strategicamente la migliore. D’altronde, sono diverse le tappe necessarie per avviare una impresa.

Sicuramente, la prima e fondamentale, è quella di valutare se effettivamente si ha la giusta personalità per essere un imprenditore in grado, tra l’altro, di essere capace di esplorare idee commerciali valide al fine di avviare la propria futura attività commerciale.

Da Advisor, sono sempre stato dell’avviso che l’avvio di una attività commerciale in proprio sia una esperienza molto gratificante. Tuttavia, è importante saper riconoscere che alle volte questo importante passaggio della vita non è adeguato alla propria forma mentis.

Quindi, prima di fare una scelta che potrebbe risultare errata, è bene fare una indagine introspettiva, in modo da scoprire se le opportunità e le sfide dell’imprenditorialità si adattino alla propria personalità. Di conseguenza, è doveroso esplorare al meglio il proprio carattere.

Oltre a ciò, prima di qualsiasi passo verso una creazione di una attività commerciale, è bene valutare l’originalità della propria idea, ovvero se sia davvero innovativa. È, infatti, oggi più che mai, fondamentale essere concorrenziali e riformatori per poter essere competitivi tanto nel fornire un servizio quanto un prodotto.

Altro aspetto da considerare e da valutare, riguarda a chi destinare il prodotto o il servizio. Seppure si possa credere di essere i migliori, si deve assolutamente avere idea di quale tipologia di pubblico si intenda rivolgersi. Da ciò, nascono alcune domande alle quali si deve dare una risposta riguardanti aspetti quali, ad esempio, l’identificazione del proprio target di mercato, la capacità di creare un business alternativo.

Oltre a ciò, si deve anche valutare tutti i passi necessari per mettere il proprio prodotto o servizio sul mercato, ovvero sviluppo, produzione, packaging, marketing e distribuzione.

A tal proposito, si deve valutare anche una eventuale partnership con altre aziende. Infatti, in determinate situazione, può essere molto vantaggioso andarsi a concentrarsi sulla progettazione del proprio prodotto, e dare la gestione della produzione, del marketing e della distribuzione a un partner consolidato.

Ma per un imprenditore novizio, le sfide non finiscono mai. Difatti, altro spigoloso punto è quello riguardanti lo stabilire di quante risorse si ha necessità, ossia quando si saprà quando e come agire, si dovrà valutare i relativi costi. Non a caso, sarà necessario determinare, eventualmente, il numero di dipendenti necessari, ma anche impostare un periodo di tempo per il marketing e determinare i costi ricorrenti da pagare.

Sarà, poi, bene assicurarsi di andare includere le stime di spesa anche voci come uffici, forniture e le varie assicurazioni. Facendo ciò, in conclusione, si potrà concepire il proprio piano aziendale, strumento fondamentale che potrà essere utilizzato anche per attivare potenziali investitori.

Il segreto del successo della economia tedesca

Al vincitore nessuno chiederà mai conto di quello che ha fatto

Adolf Hitler

In qualità di Advisor ho avuto, più di una volta, il piacere di poter constatare come l’economia tedesca abbia saputo affrontare e risolvere i vari problemi. Senza nessuna offesa per coloro i quali reputano che la Germania deve il suo successo solo per i suoi salari, devo ricordare che questo è solamente una parte di un qualcosa a più ampio raggio.

Come Advisor, di fatti, ho potuto notare che molto della rinascita dell’industria tedesca è dovuta ad una forte specializzazione in quella che è tecnicamente chiamata produzione di fascia alta. Comunque, chiunque fosse interessato a conoscere meglio il successo della economia tedesca, può leggere i vari studi in materia, tra i quali, il più importante, è sicura,emte quello dell’Istituto Ricerca Economico tedesco DIW.

Tramite la loro lettura, quindi, si può avere una vera e propria fotografia dello stato di salute del Made in Germany. D’altra parte, sono i fatti che manifestano il successo di tutta l’economia germanica. Non a caso, è dal 2010 che l’industria tedesca sta guidando l’economia.

Nel solo quadriennio 2010 – 2014 la sua crescita è stata doppia rispetto al resto dell’economia, ma non solo. Infatti, vi sono incrementi sostanziosi tanto nella produzione quanto nelle esportazioni.

Altri segnali più che positivi, poi, provengono dall’aumentato numero delle attività. È importante, inoltre, notare che questa crescita dell’economia tedesca si è dovuto confrontare con un sostanziale aumento della quota della Cina nell’industria mondiale, il che, non fa altro che confermare ulteriormente la solidità su cui poggia l’intera economia tedesca.

Oltre alla Cina, la Germania trova una forte concorrenza anche da parte dell’economia degli Stati Uniti, del Giappone e, ovviamente, dei paesi del Vecchio Mondo, in special modo da parte dei paesi appartenenti all’Europa centrale e orientale, i quali sono in forte competizione per registrare sempre più aumenti delle loro quote.

Ma esiste una ricetta tedesca? Dati i fatti, si può certamente parlare dell’esistenza di una ricetta tedesca. A tal proposito, un sondaggio condotto dalla Commissione europea nell’industria europea ha messo in evidenza che il fattore chiave è l’innovazione.

Non a caso, quando è stata chiesta quale fosse la strategia industriale, oltre il sessanta per cento degli industriali tedeschi ha dichiarato di dare grande importanza alla introduzione di nuovi o migliori prodotti, mentre, negli altri Paesi europei questa percentuale è scesa al 18%. Leggendo questo importante sondaggio si comprende molto del perché spira forte il vento dell’ottimismo sull’economia tedesca.

Di fatti, si è distinta su altri due vitali aspetti economici. Il trenta per cento degli industriali ha ritenuto molto importante il formare alleanze o cooperazioni, rispetto ad un misero nove percento degli altri “colleghi “europei.

Il secondo dato che inquadra la mentalità dell’economia tedesca è dato dal fatto che, quasi la metà dei produttori tedeschi, è stato considerato innovativo perché, nei tre anni precedenti dal sondaggio condotto dalla Commissione europea nell’industria europea, ha introdotto almeno un nuovo prodotto nella loro offerta, il che è avvenuto solo per il 28% degli altri industriali europei.

Altra caratteristica è la intensità delle ricerche da parte dell’industria tedesca, un valore aggiunto industriale che permette di avere, confermando la sua storia, una forte specializzazione in settori quali, ad esempio, quello chimico, quello ingegneristico, farmaceutico e medico, senza poi dimenticare il settore aeronautico.

In conclusione, questi sono parte degli elementi che formano il successo dell’industria tedesca e della sua economia.

Perché è importante la storia dei fatti economici

Mentre le funzioni economiche un tempo rappresentavano solo una parte secondaria, esse ora stanno al primo posto. Di fronte a loro vediamo arretrare sempre più le funzioni militari, amministrative, religiose”.

Emile Durkheim

I fatti economici possono influenzare, in maniera molto rilevante, ogni tipo di decisione politica di uno stato. È tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, che i libri e le riviste economiche hanno dato molto spazio alla storia economica.

Da Advisor, considero assolutamente fondamentale avere la conoscenza della storia dei fatti economici. Il motivo alla base di questa mia convinzione si poggia sul fatto che la scienza economica offre strumenti sofisticati e consente, oltre a ciò, allo storico di comprendere meglio certi fatti, mentre la storia economica fornisce un materiale abbondante per l’economista il che, di conseguenza, può permettergli di testare i suoi modelli.

Quale Advisor, però, devo amaramente constatare come molti degli economisti utilizzino questa storia, in particolare quella del dopoguerra, più come dati quantificati. In pratica, senza alcun tentativo di comprensione per identificare vari cicli o regolarità.  Eppure, è chiaramente evidente l’esistenza di una più che concreta interdisciplinarità tra storia economica e scienza economica.

Ciò nonostante, mi sembra che queste due fondamentali discipline vengono ignorate. Personalmente, quando sono ricorso alla storia dei fatti economici, ho ottenuto sempre eccellenti risultati. Infatti, non a caso, la storia dei fatti economici è definita come lo studio e l’analisi dei fatti economici del passato

I fenomeni economici sono tutte attività di produzione e scambio di beni e servizi.  Inoltre, può avere come campo di studio tutti i periodi da cui gli uomini hanno cominciato a produrre e scambiare beni e servizi. Di base, la periodizzazione dei fatti economici non corrisponde affatto alla storia generale. Infatti, la storia è legata a eventi politici, fenomeni economici, i quali si verificano autonomamente. Inoltre, non esistono date di pausa o date creative per questo argomento. I cambiamenti economici sono generalmente graduali.

Nel tempo ho avuto modo di constatare come i contemporanei di questi cambiamenti, non sempre siano stati effettivamente consapevoli dell’evoluzione che sta avvenendo proprio sotto i loro occhi. Eppure, è proprio attraverso la consapevolezza dell’importanza della storia dei fatti economici che si sarà in grado di identificare la transizione da un sistema economico a un altro.

Dall’analisi di diversi fatti, per esempio, si potrà andare ad identificare la transizione da una società precapitalista alla società capitalista. La nascita del capitalismo è legata a una moltitudine di eventi. Ognuno di questi eventi ha partecipato all’avvento del capitalista, ma nessuno di loro è stato preponderante. Invece, è propriamente la congiunzione di tutti gli eventi che hanno reso possibile questo evento.

Il capitalismo creerà quelle condizioni necessarie per consentire di far emergere una nuova società. È grazie all’esistenza di questo sistema economico che la rivoluzione industriale avrà luogo. La rivoluzione industriale, inoltre, ha determinato il passaggio da una società agraria a una società commerciale. In conclusione, questa rivoluzione ha gradualmente raggiunto e trasformato la vita quotidiana delle persone, la loro mentalità e la loro cultura.

Crisi finanziaria – Siamo nati per soffrire?

Se vôi l’ammirazione de l’amichi nun faje capì mai quello che dichi

Trilussa

Alle volte osservando le cose del mondo, anche come Advisor mi trovo a considerare se è proprio vero che siamo nati per soffrire. Il dogmatismo, forse è vero, ha soffocato tutto.

Attraverso la lettura dei Vangeli si può leggere che il dolore, in fondo, non è un destino. Tuttavia Eraclito ricordava come “Le credenze degli uomini sono trastulli di bimbi”.

Da Advisor mi sento molto vicino a Simonide, uno dei più grandi poeti lirici dell’antica Grecia, che soleva ricordare che “La razza degli stupidi non si estingue mai”. Quel che so per certo, è che chi pensa a governi illuminati, onesti, a chi invoca una età d’oro priva di tasse, a chi piange per la crisi finanziaria o si lamenta delle tasse, farebbe bene guardare al passato.

Non a caso, Sofocle sosteneva che “Molte sono le cose terribili, ma nulla è più terribile dell’uomo” e che “In nessuno Stato le leggi avrebbero la forza che devono avere se non fossero rese temibili dalle pene che minacciano chi le vìola”. Gli scontenti di oggi, quindi, sono appartenenti ad a folta schiera già presente in saggi storici dedicati all’economia.

Già Esopo, noto per le sue favole che così profondamente hanno influenzato la cultura occidentale, scrisse un eccezionale racconto noto come La volpe e l’uva. Contemporaneo di Pisistrato e di Creso, Esopo in questa notissima favola esprime un profondo significato metaforico, ossia il fatto di reagire nel non poter conseguire un determinato risultato, non come se ciò fosse una sconfitta ma, semplicemente con un attualissimo “Nondum matura est”.

In altri termini, non si è sconfitti, visto che non si desidera la vittoria. In pratica una vera e propria dissonanza cognitiva così ancora largamente in uso.

E cosa dire, poi, di una fulgida figura molto più vicina a noi come quella della statua parlante più famosa nel mondo e, cioè, quella di Pasquino? Molto probabilmente, una delle più note pasquinate è quella dedicata ad Urbano VIII. Con la pasquinata “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”, infatti, si riferiva al fatto che quel papa aveva autorizzato ad utilizzare le decorazioni bronzee presenti nel Pantheon, per realizzare il Baldacchino che è, oggi, uno dei punti centrali della Basilica di San Pietro a Roma. D’altronde, questa statua posta nei pressi di Piazza Navona collocata al fianco del Palazzo Braschi, per secoli è stata la voce della sofferenza di Roma.

Altri due esempi di soggetti che certamente non si facevano passare così facilmente la classica mosca sotto al naso, furono Gioachino Belli e Salustri, quest’ultimo, più noto come Trilussa. Un particolare filo conduttore lega questi due strepitosi personaggi. Infatti, se il primo muore a Roma il 21 dicembre del 1863, il secondo vide la luce, sempre a Roma, il 26 ottobre del 1871. Non a caso, in conclusione Giuseppe Gioachino Belli scrisse “L’innocenza cominciò cor prim’omo, e lì rimase” e Trilussa “Spesso una cosa stupida si regge perché viene approvata dalla Legge”, due pensieri quanto mai di incredibile attualità.

 

L’importanza strategica delle rotte commerciali

Il fine dello studio dell’economia non è acquisire una serie di soluzioni bell’e pronte per i problemi economici, ma imparare a non lasciarsi ingannare dagli economisti”.

Joan Robinson

Fin da quando eroa uno studente, sono sempre stato particolarmente affascinato dagli antichi romani. Oltre che essere culturalmente avanzati, hanno lasciato testimonianze di rara importanza.

Come Advisor, inoltre, riconosco come gli antichi romani siano stati il primo popolo a creare una economia globalizzata utilizzando le rotte commerciali. Infatti, le mitiche strade da loro perfettamente realizzate, non solo consentivano una rapida circolazione delle truppe, ma permettevano di far viaggiare ogni tipo di mercanzia.

Non a caso, ancora oggi nel XXI secolo le rotte commerciali costituiscono il fulcro per un reale e concreto sviluppo socioeconomico di un Paese. Infatti, nonostante tutta la tecnologia, le rotte commerciali sono propriamente tutte quelle linee internazionali con le quali si vanno a sviluppare gli scambi commerciali tanto di beni quanto di merci.

Da Advisor, quindi, le considero fondamentali per una fluidità delle attività economiche. Oltre a ciò, sono dell’opinione che se esse risultano essere ben strutturate e ben mantenute, diventano essenziali anche per la crescita economica e la lotta contro la povertà nei vari paesi in via di sviluppo.

Da tutto ciò, ne consegue un mio pensiero. Di fatti, sono sempre più dell’idea che il migliorare le condizioni di vita dei lavoratori non si tratti esclusivamente di aumentare i loro salari, ma di investire nella ricerca delle migliori rotte commerciali.

Mi spiego meglio. Se, da un lato, l’aumento dei salari può concorrere a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, dall’altro una mancanza di rotte commerciali porta ad avere un effetto negativo sull’attività economica e sulle condizioni di vita delle popolazioni. Ecco perché reputo necessariamente utile investire nel creare le migliori rotte commerciali possibili.

È poi anche da considerare che una rotta commerciale “scarsamente mantenuta” porta ad un aumento del costo, ossia ad avere beni e merci a prezzi più alti. Tutto questo, quindi, si riflette negativamente nell’economia dato che diventa una fonte di inflazione, il che ha l’effetto di andare a ridurre il potere d’acquisto della popolazione.

È, perciò, sicuro che un investimento nella creazione di rotte commerciali comporta ad avere un impatto positivo sulle condizioni di vita delle persone che, per alcuni aspetti, è maggiore rispetto ad un incremento salariale.

Infatti, quando un governo prende la decisione di aumentare i salari, l’effetto indotto può non essere quello previsto. Non a caso, un aumento salariare non accompagnato da un corretto sviluppo strategico delle rotte commerciali, ingenera un consumo di beni d’importazione, con un conseguente accompagnamento del deficit del saldo commerciale e, quindi, del saldo dei pagamenti.

In conclusione, il paese è obbligato a prendere soldi per risolvere questo deficit, con una consequenziale possibilità di una svalutazione nel caso di una parità fissa.

I tre nuovi moschettieri dell’economia globalizzata

Gli uomini si riprendono assai meglio dalle delusioni amorose che da quelle economiche

George Bernard Shaw

L’Unione Europea, gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Popolare Cinese, potrebbero essere tranquillamente i nuovi tre moschettieri già protagonisti del celeberrimo libro scritto da Alexandre Dumas. Non a caso, in questo momento così particolare e assolutamente delicato, svolgono un ruolo, che da Advisor, ritengo sia vitale nella fiducia del sistema economico globale.

Da sempre, sono dell’opinione che tutte le banche centrali debbano cooperare per dare uno sviluppo reale di crescita, onde non pregiudicare il buon proseguimento dell’economia globale in particolare in questa delicata fase.

A tal proposito, come Advisor, voglio sottolineare come, per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2008, il cui impatto è paragonabile a quello della crisi del 1929, l’economia globale sembra emergere dalla crisi e, questo, anche secondo le ultime previsioni del FMI. Non si può di certo dimenticare come negli Stati Uniti la crescita rimanga molto forte e il fatto che la Cina, tra le altre cose la seconda economia più grande del mondo, abbia registrato, a partire dal 2012, una costante crescita.

In quest’ultimo caso, è rilevante notare poi come la crescita cinese abbia manifestato un livello più intenso di attività rispetto alle attese e alle riforme del fabbisogno.

In tutti i paesi dell’area dell’euro, le previsioni di crescita hanno, di fatto, superato le aspettative. Quindi, come è evidente, la crescita del commercio mondiale e della produzione industriale è rimasta ben al di sopra dei tassi negli ultimi anni. Questa rinnovata crescita ha consentito, inoltre, di veder ridotti i livelli di disoccupazione tanto negli Stati Uniti quanto nella zona euro.

Però, a mio avviso, rimangono ancora elevati i rischi strutturali, e questo, nonostante una ripresa economica. Queste incertezze, d’altra parte, sono legate ai molteplici rischi geopolitici. Un aspetto, quindi, che molto facilmente potrebbe andare ad innescare delle situazioni gravose. Infatti, è sempre più che mai difficile prevedere quella che potrebbe essere una loro evoluzione.

Sul tavolo, infatti, vi sono aspetti che riguardano, per esempio, la direzione della politica economica di Donald Trump, i negoziati legati alla Brexit, come pure le tentazioni protezionistiche esistenti nella Organizzazione Mondiale del Commercio, senza dimenticare la crisi nordcoreana, le tensioni russo-americane e l’accordo nucleare iraniano. Oltre a ciò, è da prendere in considerazione il follow-up del Congresso del Partito comunista cinese.

È, perciò, facilmente intuibile che il futuro roseo, potrebbe, improvvisamente, cambiare il suo felice colore.

Non si può, in pratica, sottovalutare come le autorità cinesi, per controllare la crescita eccessiva del credito, potrebbero far innescare un brusco rallentamento alla crescita economica. D’altra parte, è noto come i canali commerciali internazionali, vedi i prezzi delle materie prime, siano mezzi fondamentali che possono influenzare di molto l’attuale economia globalizzata. In pratica, quindi, il libero scambio, le banche centrali, Pechino e l’economia della zona euro, possono condizionare pesantemente il futuro di tutta l’economia mondiale.

In conclusione, nell’andare a consolidare una crescita globale e nel cercare una stabilità, molto dipenderà da questi attori, i protagonisti reali del futuro economico mondiale.