Le insidie di una economia globalizzata

“Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione governa noi?”

José Mujica

Il dibattito sulla globalizzazione si basa su un gran numero di indicatori, cause e conseguenze, che, molto spesso, sono intercambiabili nel modo di presentare la realtà. Nella discussione sulla globalizzazione, comunque quale Advisor ritengo che sembra esserci un consenso sul fatto che i flussi valutari internazionali, l’espansione globale del neoliberismo, una società in rete e, allo stesso tempo, la fine degli stati-nazione e un ruolo più decisivo delle corporazioni transnazionali e dell’occidentalizzazione / americanizzazione del mondo, possano influenzare l’economia.

Recentemente, come Advisor, ho avuto il piacere di prendere parte ad una interessantissima tavola rotonda sul tema “Le insidie di una economia globalizzata”. A prescindere che, sulla globalizzazione si possano distinguere diverse posizioni, è, tuttavia, importante fermarsi per un momento per prendere coscienza di ciò di cui si sta effettivamente parlando. Non a caso, vi sono vari tipi globalisti.

Quelli che si definiscono i veri globalisti, ad esempio, vedono la globalizzazione come un’era interamente nuova che non dovrebbe essere confusa con la modernità. I cybermundialisti, seppure dicano la stessa cosa, specificano che è la cibernetica a renderla un’era a parte.

Di tutt’altro avviso sono i non globalisti, i quali sostengono che la globalizzazione non è una novità, dato che è sempre esistita. Quest’ultimi, si riferiscono principalmente all’era espansionistica, ovvero quel periodo storico che intercorre tra il 1870 e il 1914. In altre parole, vedono il processo di globalizzazione dal 1985 come una nuova ondata di espansionismo capitalista e imperialista. Oltre a queste visioni, vi è quella tanto caro ai Marxisti. Questi, considerano la globalizzazione come l’espansione del capitalismo in tutto il mondo. Poi vi sono anche quelli post-globalizzazione, i quali, in estrema sintesi, sostengono che, se vi è stato un periodo di globalizzazione, ma, ora non c’è più nulla.

È evidente, perciò, che vi siano numerose e diverse posizioni anche sul tema legato alle insidie di una economia globalizzata. Credo, alla luce di tutto ciò, che stiamo assistendo, complessivamente, ad un periodo alquanto tribolato, nel quale una sorta di neo localizzazione e una specie di universalismo siano condividendo lo stesso spazio. Tuttavia, è indubbio che, in senso lato, gli stati visti come nazione si stiano sgretolando e che nuove entità considerate più moderne e basate su identità neo-sociali stiano emergendo.

In una tassonomia, quindi, è assai complesso stabile di pensare semplicisticamente in termini di bene e male. I positivisti credono che la globalizzazione sia una cosa oggettiva e governata da un sistema esterno. Secondo questo punti di vista, si potrebbe intravedere un qualcosa che implica che non possiamo più fermarlo, ovvero una posizione incentrata sul fatto che non ci sia alternativa, e che, dunque, sia inutile combatterlo, e, di conseguenza, dobbiamo seguire la corrente.

Gli antiglobalisti, di contro, sostengono che la globalizzazione sia malvagia e sia guidata da poche persone che controllano i mercati finanziari.  Ciò, in pratica, significa che ci sono agenti all’interno del sistema globale che sono responsabili dei processi di globalizzazione.

È una posizione diametralmente opposta da un punto di vista sistemico. Quando diciamo che ci sono leader, infatti, dobbiamo renderli responsabili per ciò che è giusto e sbagliato nel processo di globalizzazione. In conclusione, vi sono i riformatori, i quali, in una sorta di keynesianismo globale, vogliono combattere il male e mantenere i buoni elementi della globalizzazione.

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La pensione sociale: una solidarietà oppure una azione per ottenere consensi politici?

Quando alcune persone vanno in pensione, diventa difficile notare la differenza

Virginia Graham

La pensione sociale è, sicuramente, un argomento, non molto popolare. Nessun essere sensiente è, per principio, contrario ad uno stato sociale. Pur tuttavia, quando la solidarietà diventa un potente mezzo politico a danno della collettività, non è strano che qualche dissidio possa sorgere. Come Advisor, ben lontano da voler sollevare polemiche, registro come la delicata questione legata alla la pensione sociale, sia un aspetto economicamente importante.

Indubbiamente, da Advisor, so perfettamente che le pensioni sono un vero e proprio universo, dato che in esse confluiscono una infinità di modalità di erogazioni. Quella più nota, ovviamente, è la pensione che viene ad essere versata a seguito del versamento di contribuiti.

Ma oltre a questa formula, vi sono gli assegni di invalidità, le pensioni minime e quelle sociali. Secondo i dati forniti dall’INPS e aggiornati al novembre del 2017, per le pensioni di genere vario, nel solo 2016, l’INPS ha pagato 307 miliardi. Un dato che include, quindi, anche soggetti i quali non hanno versato alcun contributo e che, di conseguenza, sono a carico totale della fiscalità generale.

La storia tramanda che nel 1969 venne ad essere introdotta la pensione sociale, la quale venne ad essere erogata dall’INPS, ente creato da Benito Mussolini nel 1933. A partire dal 1° gennaio del 1996, la pensione sociale è stata sostituita dall’assegno sociale. Ma al di là della paternità della sua istituzione e delle correlate motivazioni, dopo così tanto tempo, forse, la domanda giusta da porsi è perché si debbano ancora erogare gli assegni sociali, alias pensioni sociali.

Difatti, alla base della questione, è, se l’assegno sociale è una prestazione economica che viene ad essere erogata a domanda a favore di quei cittadini che si trovano in particolari disagiate condizioni economiche, come è possibile che si arrivati all’età di 66 anni e non avere una condizione economica adeguata? Tutto ciò, infatti, può far insorgere un piccolo sospetto.

In pratica, a pensare male, si potrebbe anche ipotizzare che fino al raggiungimento dell’età per la quale è possibile richiedere l’assegno sociale, si sia, effettivamente, poco o per nulla pensato alla vecchiaia. Ossia, si sia lavorato in nero e, quindi, non si siano versati i contributi e, addirittura, non si siano pagate le tasse.

In effetti, salvo le doverose e possibili situazioni, oggi come oggi, è davvero difficile credere che si sia “campato”, più o meno, senza una condizione economica adeguata! Oltre a ciò, non è certamente difficile ipotizzare che tale strumento sia stato una sorta di “incentivo” a favore di certi partiti politici. In altre parole, la pensione sociale o, meglio, l’assegno sociale, è divenuto un potente mezzo per assicurarsi voti.

A titolo di cronaca, è da ricordare che la cifra dell’assegno sociale è di 453 euro per tredici mensilità. Certo, a prima vista può sembrare un qualcosa di poco conto ma, se si analizza la questione sotto ogni punto di vista, si comprende bene che diventa un qualcosa di molto oneroso per la collettività, visto che tale cifra è corrisposta a chi non ha mai versato alcun contributo in tutta la sua vita lavorativa.

In conclusione, voglio rammentare che tanto i cittadini comunitari quanto extra-comunitari quelli in possesso della carta di soggiorno e risultanti essere residenti in Italia, sono equiparati a quelli italiani anche per quello riguarda l’erogazione dell’assegno sociale.

Un nuovo sistema economico globale per un mondo migliore

Ci sono due problemi nella mia vita. Quelli politici sono insolvibili, mentre quelli economici sono incomprensibili

Alec Douglas-Home

 

L’attuale sistema economico globale deve assolutamente ammettere e riconoscere i propri profondi difetti. Da Advisor, reputo che aspetti quali, ad esempio, una miseria persistente in molti paesi, un impoverimento, in molti casi, della cosiddetta classe media e una disoccupazione, in parte nascosta da statistiche e trucchi fuorvianti, fanno parte di una lista non è affatto esauriente. In sostanza, si deve essere consci di quanto sia divenuto impellente attuare un nuovo sistema economico globale, anche perché l’ascensore sociale è bloccato in posizione di discesa per molte persone. Oltre che considerare il fatto che i poveri stiano diventando sempre più poveri e di come siano sempre più numerosi nei paesi ricchi, vi sono una infinità di rischi finanziari molto significativi che potrebbero portare al collasso economico.

Economicamente parlando, la grande maggioranza delle persone è in grado, attraverso il proprio lavoro, di finanziare i bisogni primari, ma, a condizione che abbiano accesso a un lavoro ben retribuito. In realtà, dunque, è solo una questione di volontà politica. Dobbiamo fermare le ideologie di destra e di sinistra. L’ultra liberalismo, non è più del collettivismo, la vera la soluzione! Troppe persone ragionano con il “tutto o niente”.

In realtà, si deve saper trovare la “terra di mezzo”, ovvero si deve essere capaci di avviare un ragionamento pragmatico, in modo tale che si può rendere possibile il trovare delle soluzioni che funzionino per davvero. Anche a chi non è esperto in materia, infatti, appare palese di come le disuguaglianze siano evidenti e di quanto peggiorino in molti casi. A fronte di tutto ciò, sia ha una chiara visione del fatto che l’attuale sistema economico sia fortemente redditizio per una minoranza di persone e assolutamente sfavorevole per il resto del mondo.

Oltre a tutto ciò, poi, credo fondamentale rendersi conto che uno sviluppo insostenibile, sia pericoloso per il pianeta e non sostenibile a lungo termine. Anche i sistemi collettivisti presentano gravi difetti e, come è stato ampiamente dimostrato, non sono la soluzione appropriata.

Di conseguenza, da Advisor penso che per un possibile mondo migliore è necessario sviluppare un nuovo sistema economico globale. Alcune di queste nuove linee principali, perciò, dovrebbero includere il fatto che dobbiamo prima mettere l’economia al servizio dell’essere umano. Sono dell’avviso, quindi, che si debbano garantire che siano soddisfatti i bisogni primari di ogni essere umano. Per esempio, aria non inquinata o, almeno, non troppo inquinata, acqua potabile e cibo in quantità sufficiente, come pure alloggio, riscaldamento, perfino un abbigliamento adattato al proteggersi dalle intemperie.

Un nuovo sistema economico globale, inoltre, dovrebbe essere in grado di saper garantire la sicurezza delle persone e dei beni, garantire una prevenzione e una adeguata assistenza sanitaria, una ottimale istruzione e via dicendo. Si può facilmente notare che, tecnicamente, in tutto questo non vi è nulla di complicato. È, pertanto, assolutamente fattibile soddisfare questi bisogni fondamentali.  In conclusione, si può ricordare, a titolo di esempio, che gli esperti concordano sul fatto che una agricoltura globale potrebbe sfamare 12 miliardi di persone.

La globalizzazione è la radice di ogni male?

 “Il cosiddetto «mercato globale», in senso stretto, non è affatto un mercato, bensì una rete di macchine programmate secondo un singolo valore – quello di far soldi al solo scopo di far soldi – a esclusione di ogni altro possibile valore

Fritjof Capra

Da Advisor, mi trovo molte volte a partecipare ad interessanti simposi, tavole rotonde, congressi, dai temi sempre più che mai attuali. Ultimamente, come Advisor, ho avuto modo di prendere parte ad una riunione che vedeva come tema centrale la globalizzazione. In pratica, si è discusso sul fatto che l’aumento della disuguaglianza economica in tutto il mondo e l’aumento della povertà siano più dovuti a fattori nazionali piuttosto che globali.

Senza dubbio, è un argomento molto scottante, anche perché è legato a visoni economiche e a forti interessi. Nondimeno, come semplice cittadino del mondo, devo constatare di come la questione rivesta molti degli aspetti della nostra vita e di come, senza dubbio, tanto la globalizzazione quanto fattori nazionali incidano profondamente sull’intera economia mondiale. In prima battuta, mi verrebbe esprimere la mia opinione alla Fantozzi, ovvero che il problema relativo alla globalizzazione è una c… pazzesca. Ma, ovviamente, per ragioni deontologiche e professionali mi astengo dal dirlo.

Pur tuttavia, alcune valutazione e considerazioni debbono essere fatte. Credo fortemente che il vero nocciolo della questione abbia due facce. La prima è l’impulso dato ad un sempre più forte consumismo e l’altra è data dalla preoccupazione di fornire una occupazione a così tanti milioni di esseri umani che popolano la Terra. In altri termini, quanto si produce è effettivamente necessario, e di tutto ciò che si produce, in realtà, quanto viene poi ad essere effettivamente venduto e utilizzato. Per farmi comprendere facciamo un semplice esempio.

In Italia, dato che l’amore per la propria macchina è assodato, sappiamo molto bene che, a livello di vita utile, un motore diesel può durare tranquillamente, per una di grossa cilindrata, fino a 500 mila chilometri, e per una piccola cilindrata fino ai 300 mila chilometri. Quindi, a livello di durata è superiore rispetto a quello a benzina. Secondo i dati, sono poco più di undicimila i chilometri che, con la propria automobile, ogni italiano compie mediamente ogni anno.

Orbene, i dati di produzione relativi alla produzione FCA nel 2016, oltrepassano la quota di un milione di vetture. Le immatricolazioni in Italia di vetture nel 2017 risultano essere state oltre 2 milioni. Parallelamente, si deve prendere in considerazione che nel nostro paese, riferendosi al 2017, il settore auto, come è stato anche reso noto dalla agenzia Ansa in un articolo del settembre 2017, vale l’11% del PIL, ossia 189 miliardi.

Quanto riportato, non è solamente uno sterile elenco di cifre e dati, ma, costituisce e fotografa la situazione. In nome di fornire posti di lavoro, infatti, si accrescono consumi, nella speranza che il tutto si tramuti in vendite. Quindi, andando a concludere, effettivamente la globalizzazione può essere vista come la radice di ogni tipo di problema?

Il tragico fallimento delle politiche in Africa

Non ci si può convincere che Dio, il quale è un essere molto saggio, abbia posto un’anima, e soprattutto un’anima buona, in un corpo tanto nero

Montesquieu

Da Advisor, desidero ricordare che, come continente, l’Africa occupa una estensione territoriale di 30.370.000 chilometri quadrati e che la sua popolazione, al 2016, ammontava a 1,216 miliardi di persone. Attraversata tanto dall’Equatore come dal Tropico del Cancro e da quello del Capricorno, il continente africano si contraddistingue, tra l’altro, per la sua grande varietà di ambienti e di climi, presentando un territorio, quindi, che si caratterizza da deserti come pure da foreste pluviali e savane.

Dal momento che nell’Africa subsahariana sono stati ritrovati quelli che sono considerati dalla comunità scientifica i reperti più antichi dell’uomo, è considerata, generalmente, come la culla dell’umanità.

Come Advisor, oltre a ciò, voglio anche ricordare come il continente africano sia particolarmente ricco di risorse naturali, un qualcosa che, indubbiamente, ha attirato e attira ancora oggi, l’interesse di molti investitori stranieri. Tuttavia, pur essendoci in teoria tutte le premesse necessarie a consentire all’Africa di essere un continente molto importante e assolutamente determinante, in realtà, si assiste ad un tragico fallimento delle politiche in Africa.

Non a caso, seppure sia un continente dalle mille prospettive, fa continuamente fatica a svilupparsi, proprio a causa del malgoverno che predomina in queste terre. Anche se ciò può essere visto come non politicamente corretto, è il minimo che si può dire, se si osserva l’operato dei politici africani. In altri termini, le sue risorse vengono sfruttate a vantaggio di pochi e a danno dei più.

Quindi, invece di imparare dai successi e dai fallimenti dei modelli di sviluppo che sono stati sperimentati in tutto il mondo, continua a seppellirsi nelle sue politiche sterili. Indubbiamente, sono diversi i fattori chiave a determinare la causa di questa situazione. Secondo il parere di molti esperti, dalla fine della colonizzazione, quasi tutti i paesi africani sono stati governati da una élite priva di una visione politica a medio e a lungo termine.

Questa élite, che, di fatto, ha sostituito gli ex colonizzatori, perciò si rivelata essere incapace, preoccupata più di se stessa che dei popoli i cui interessi rivendica di difendere. Anche se è vero che il sistema coloniale è stato artefice di azioni che possono essere considerate riprovevoli, va comunque sottolineato che nel corso degli anni, sia nel campo culturale, e sia in quello economico e politico, è stato fatto veramente poco, se non nulla, da parte della classe politica africana.

In pratica, sono dell’avviso che sia stato perpetuato puramente e semplicemente un mero cambio di forma ma, non di sostanza. Oltre ad una forte instabilità politica, si deve, poi, anche aggiungere, una insicurezza dell’ambiente economico, il che non favorisce certamente gli investimenti.

In conclusione, in assenza di riflessioni endogene o prospettiche e una seria e concreta volontà politica di avviare il cambiamento attraverso una sinergia di azioni, le politiche attuali africane sono una mera ed inconcludente navigazione a vista.

Il modello di intelligenza economica sovietica

Mi piacerebbe molto fare un viaggio in Russia, anche se quei bastardi hanno ucciso metà della mia famiglia

Principe Filippo di Edimburgo

Advisor Abbate - Mosca

Da Advisor, recentissimamente mi sono trovato a partecipare ad un interessante simposio incentrato sul modello di intelligenza economica sovietica. Come Advisor, ricordo perfettamente come, durante gli anni della guerra fredda, il complesso militare e industriale deteneva, in Russia, il monopolio della gestione delle informazioni scientifiche, tecnologiche, economiche e commerciali.

Fu, in pratica, proprio la commissione militare e industriale a riunire le richieste delle compagnie nazionali nel campo che venne, appunto, definito dell’intelligenza economica.  Richieste che sono, poi, passate attraverso i dipartimenti corrispondenti al settore economico delle aziende.

La commissione andò, perciò, ad elaborare un vero e proprio piano di intelligence nazionale, rivolgendosi alle varie agenzie di intelligence e sicurezza per soddisfare i suoi bisogni. Oltre al KGB e alle altre intelligence militari, anche altre agenzie vennero ad coinvolte nel fornire le necessarie informazioni economiche, come ad esempio, il comitato statale per la scienza e la tecnologia, il comitato statale per il commercio estero, lo speciale l’accademia sovietica delle scienze, e via dicendo.

Al tempo, il mondo occidentale ebbe l’occasione di poter misurare l’entità dello spionaggio sovietico, in particolare quello economico, in seguito alle rivelazioni di un membro dei servizi di sicurezza sovietici, ovvero Vladimir Vetrov, colonnello del KGB, che nel 1980 iniziò a “lavorare” per l’Occidente.

Noto come Farewel, nome in codice, contattò Pierre Froment, un ingegnere francese che, all’epoca dei fatti, lavorava a Mosca. Ovviamente, data la delicatezza e l’importanza della questione, in breve tempo, il tutto passo in mano ai servizi segreti francesi. Gli stessi Mitterrand e Reagan scesero in campo.

In estrema sintesi, Farewel, ossia Vladimir Vetrov, rivelò al mondo occidentale l’esistenza di un’ enorme rete di spie sovietiche tramite le quali i russi erano in grado di essere informati sulle ricerche effettuate all’Ovest tanto in campo militare quanto in quello scientifico. Non a caso, l’intero affare Farewell, venne descritto, dall’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, come “il più grande affare di spionaggio del secolo”.

Seppure, sulla carta, la cosiddetta guerra fredda sia finita, in realtà, questa nuova fase ha permesso di dare un nuovo slancio a tutta l’intelligenza economica della Russia. Come ben evidenziato durante i lavori del simposio, nel 1991, quando Boris Eltsin prese il potere al Cremlino, “licenziò” centinaia di agenti della sicurezza, temendo l’influenza dei membri del KGB, specialmente dopo il fallimento del colpo di stato organizzato dal capo di KGB.

Quindi, in Russia, tra il 1993 e il 1995, le banche e le compagnie petrolifere e del gas, accolsero i membri ex- KGB all’interno della loro direzione della sicurezza. Secondo i dati esposti durante il simposio, in conclusione, si è calcolato che, nel solo 2004, dal 12 al 15% delle grandi imprese russe hanno una sottodivisione di intelligenza economica, cioè collegata alla direzione della sicurezza, e che esclusivamente il 4-5% di queste multinazionali offre una autonomia reale per un servizio.

Come l’opinione pubblica può essere influenzata dalle fake news

Il mondo fu sempre composto di truffatori e di gente cui piace farsi truffare

Voltaire

Advisor Abbate - news, notizie, informazione, giornali 

La viralità di informazioni infondate o false è per molti versi uno dei tanti mezzi con i quali si può influenzare l’opinione pubblica e non solo. Di fatti, come Advisor, ricordo che questa problematica coinvolge, sempre più, anche il mondo finanziario. Da Advisor, non a caso, mi trovo nella situazione nella quale mi devo dibattere tra disinformazione e notizie false.

Ma quale impatto ha tutto ciò nella moderna società? Dal momento che Internet esiste, il comportamento delle persone è cambiato, visto che si è imparato ad interagire in modo diverso. Pertanto, si può dire che la gran parte della disinformazione viaggia sul web.

In pratica, questa forma di disinformazione e, seppure la notizia non risulta essere totalmente inventata, nella realtà mira a manipolarci, a dare una falsa immagine della realtà e, di conseguenza, andrà ad influenzare l’opinione pubblica. Il tutto con ovvie conseguenze, molto determinanti, poi, in economia.

Dato che questo tipo di “informazione” si sta sviluppando sempre di più su Internet, dobbiamo rimanere molto vigili. Seppure non desideri aprire un dibattito, è innegabile, tuttavia, che prima che questo fenomeno possa prendere enormi proporzioni, sarebbe alquanto opportuno intervenire, almeno a livello politico. Questo non vuol dire introdurre una censura, ma, semplicemente trovare un mezzo per evitare problematiche che possono avere delle drammatiche conseguenze sulla borsa e, più in generale, su tutto il mondo economico e finanziario. È, difatti, innegabile che i nostri computer, i nostri smartphone e via dicendo, sono letteralmente invasi da fake news e dà notizie molto lontane dalla effettiva verità. Sono molti che non sanno più cosa poter fare, in cosa credere e cosa no.

Certo che, fino a quando gli attori principali di gran parte della nostra vita professionale e privata sono i social network, il tutto diventa difficile da gestire correttamente. Su una qualsiasi cosa che occupa un rilevante posto in questa moderna società, gli utenti di internet possono diffondere sia delle teorie che, in realtà, non hanno né testa e né coda, e sia delle false informazioni.

Alla fine, più una voce viene ripetuta, e più finisce per sembrare la verità! Onestamente, chi, tendenzialmente, non è rimasto colpito da voci lette su Facebook o Twitter? Oltre a ciò, è da considerare che canali TV, radio, giornali, insomma i classici mezzi di informazione, volendo essere i primi e, perciò, “bruciare” la concorrenza, fanno uscire qualsiasi tipo di informazione senza controllare neppure la fonte.

Se poi, per ammantare la credibilità di una qualsiasi notizia, si sostiene che l’abbia detto un esperto, allora il tutto diventa ancora più facile. A titolo di esempio di come e di quanto l’opinione pubblica può essere influenzata dalle fake news, vado, in conclusione, a ricordare come su Facebook furono oltre venti milioni le condivisioni e like della falsissima notizia secondo la quale Barack Obama, l’ex presidente degli Stati Uniti, aveva “vietato di giurare fedeltà alla bandiera”.

Come affrontare le difficoltà del mondo della finanza e dell’economia

Devi accettare le perdite senza coinvolgimenti emozionali oppure cambia mestiere o hobby

Victor Sperandeo

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Nella mia formazione di Advisor, mi sono, spesso, trovato nella situazione nella quale ho messo a frutto quanto detto da Victor Sperandeo. Una delle sue massime che maggiormente apprezzo dice che: “A mio parere, l’equivoco più grande è l’idea che acquistando e tenendo azioni per lunghi periodi di tempo si possa sempre guadagnare”.

Seppure ai più Victor Sperandeo sia un nome sconosciuto, in realtà è una delle mitiche figure di Wall Street, uno dei più noti e capaci trader. Nella mia lunga carriera di Advisor, quindi, ho fatto riferimento molte volte ai suoi preziosi insegnamenti. Ad esempio il fatto che, seppure si debbano avere delle regole di comportamento sostanzialmente semplici, queste debbono mostrare, sempre e in ogni occasione, una attenta chiave di lettura.

Ovvero, devono essere in grado di supportare il fatto che una delle maggiori difficoltà del mondo della finanza e dell’economia che ci si trova ad affrontare, è l’emozione, un ostacolo che si deve saper superare. Anche per queste ragioni, mi trovo a realizzare un concreto piano di azione. Difatti, per essere coerentemente preparati e in grado di affrontare le difficoltà del mondo della finanza e dell’economia, è vitale che si vadano a prendere in considerazione quelle che potrebbero rivelarsi essere le future prospettive de mercato.

E, questo, deve essere fatto seppure si ipotizzi di fare un semplice piccolo passo. In pratica, è quanto mai opportuno saper dare una risposta davanti a probabili eventi. In caso contrario, in maniera molto facile, la confusione si impadronirà delle capacità, divenendo, sostanzialmente, la padrona. In altre parole, si andrà a far incrementare tanto i possibili errori, quanto le incertezze operative.

Per far comprendere ancora meglio, l’orizzonte temporale offre la possibilità di fare un esempio molto semplice. Nel momento in cui si decide di operare in un termine brevissimo, ci si compiacerà di conseguire un discreto profitto. In pratica si deciderà di fare tutto in breve tempo, pensando di anticipare, eventualmente, l’avvento di sfavorevoli eventi del mercato. Invece, chi è orientato più al lungo termine, dovrà essere in grado di tollerare i movimenti di ribasso minori.

Quindi, come è evidente, si tratta di essere a conoscenza del tipo di situazione nella quale si preferisce trovarsi. Altro punto fondamentale, per affrontare le difficoltà e le incognite del mondo della finanza e dell’economia, è che in caso di dubbi, perplessità e quant’altro, è sempre meglio uscirne fuori.

Quindi, nel caso in cui non si posseggano sufficienti informazioni, oppure il mercato risulti essere di difficile interpretazione, è suggerito lasciare perdere. Questo, vale, in special modo per il trend come pure per ogni altra attività finanziaria. Perciò, in ogni caso, si deve saper affrontare degli imprevisti, ovvero, in conclusione, per dirla alla Victor Sperandeo: “Devi accettare le perdite senza coinvolgimenti emozionali oppure cambia mestiere o hobby”.

Come le religioni stanno ripulendo le loro finanze

L’investimento deve essere razionale. Se non lo capite, non lo fate”.

Warren Buffett

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La crisi del 2008, ha “costretto” anche le principali religioni monoteiste a chiarire la loro posizione relativa alla finanza. Ma da Advisor osservo come quello che dovrebbe avvenire in teoria, non sia affatto coerente con la pratica.

Anche se, per esempio, per Papa Francesco in economia e finanza la religione mostri un percorso chiaro, come Advisor mi domando come il tutto, poi, venga effettivamente messo in pratica. Difatti, se per il massimo rappresentante della fede cattolica, il mondo finanziario non dovrebbe escludere la solidarietà, come, allora, si spiegano le attività dello IOR, ovvero della banca del Vaticano?

L’Istituto per le Opere di Religione, ossia lo IOR, è uno degli enti appartenenti alla Santa Sede, le cui origini risalgono al 1887. La sua missione, oggigiorno, è quella che è stata stabilita da Giovanni Paolo II, ovvero, come indicato nel Chirografo risalente al 1 marzo del 1990, “provvedere alla custodia e all’amministrazione dei beni mobili ed immobili trasferiti od affidati all’Istituto medesimo da persone fisiche o giuridiche e destinati ad opere di religione e di carità. L’Istituto può accettare depositi di beni da parte di enti e persone della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano”.

Papa Francesco, più volte, ha sottolineato come sia necessario attuare una riforma finanziaria che sia etica e che, a sua volta, porterebbe a una salutare riforma economica per tutti. Per accentuare questo suo pensiero, fa appello ai leader politici e ai maestri della finanza, ricordando che il denaro deve servire e non governare. Indiscutibilmente, molto possono asserire che certe attività finanziarie che, a dir poco, hanno macchiato la reputazione dell’Istituto per le Opere Religiose appartengono al passato.

Pur tuttavia, non ci si può dimenticare che lo IOR è e resta una banca dello Stato del Vaticano, ossia è la banca del Papa. Forse, non è vero che lo IOR si è trovato “implicato” per il riciclaggio di denaro sporco, compreso quello della mafia, e per illeciti sulla gestione dei conti. Non a caso, è stata anche presa in seria considerazione la chiusura della banca del Vaticano.

A seguito di regole più severe, guidate da principi in termini di attività amministrative e finanziarie, trasparenza, responsabilità e tolleranza zero, lo IOR avrebbe subito una sua trasformazione in una banca di deposito limitata.

Di conseguenza, si dovrebbe concentrare sui servizi bancari per il clero, per le congregazioni, per le diocesi e per i laici impiegati dal Vaticano. Ma quanto è vero che lo IOR abbia effettivamente deciso di limitare significativamente i suoi investimenti? Difficile rispondere a questa domanda. A tal proposito, in conclusione, l’unica cosa che oggettivamente mi sento di esternare è che il tutto rappresenta una separazione tutt’altro che assoluta.

Gli investitori e il mercato della finanza, un dualismo fondamentale

Non è tanto importante investire al prezzo più basso possibile quanto investire al momento giusto

Jesse Livermore

Advisor Abbate - monete banconote soldi valuta finanza contanti

Per quanto attiene il mercato della finanza, uno degli aspetti che necessariamente deve essere sempre attentamente studiato e valutato, è il comportamento degli investitori. Da Advisor, reputo che tanto la razionalità quanto l’efficienza, siano le naturali sfide che si deve essere in grado di affrontare.

Non a caso, come Advisor, più volte, mi trovo a dovermi confrontare con le ipotesi di razionalità e avversione al rischio. Il meraviglioso mondo della finanza è un tema caldo, sotto ogni punto di vista. Infatti, come la trama di un ottimo film, non mancano, di certo, colpi di scena, scandali, frodi, azioni legali e pratiche scorrette di ogni tipo. Il parallelismo tra film e finanza, non è casuale.

Difatti, basterebbe semplicemente ricordare il fantastico film Wall Street, diretto da Oliver Stone. Un vero e proprio cult, anche perché già nel lontano 1987, con una visione che appare, oggi, sembrare visionaria, denunciava con larghissimo anticipo, gli eccessi del capitalismo, gli scandali finanziari, ovvero tutto ciò che, realmente, ha poi afflitto il mondo della finanza negli ultimi anni.

Tuttavia, se la finanza può essere vista e considerata come mondo rischioso, un individuo perfettamente razionale prende ogni tipo di decisioni inerenti agli investimenti, massimizzando l’aspettativa nel senso probabilistico del termine, della propria funzione di utilità. In pratica, ogni investitore può avere delle ottime capacità per ottenere degli ottimi guadagni, purché sia conscio sia dei punti di forza e sia della debolezza del mercato della finanza.

Di conseguenza, si deve essere in grado di guadagnare come essere capaci di tagliare eventuali perdite. Ciò consentirà di poter godere di una concreta soddisfazione generata da un dato o da ricchezza futura.  Poiché i rendimenti degli investimenti finanziari sono incerti, gli individui influenzano le probabilità di accadimento per eventi futuri e, queste probabilità, debbono essere incluse nel calcolo delle aspettative.

Uno dei punti cardini di tutta la questione, è individuabile nel comprendere quale sia la funzione del mercato finanziario nell’economia. Di fatti, se in senso lato, il mercato è il luogo in cui vengono soddisfatte un’offerta e una domanda per un certo bene, in questo caso il bene in questione è il denaro. L’ipotesi dell’avversione al rischio, si confronta con una osservazione molto semplice.

A partire dagli Anni Ottanta, la quota del PIL destinata al gioco d’azzardo è aumentata in molti paesi.  Ma tutti i giochi d’azzardo come i giochi da casinò, le tombole o le lotterie statali hanno una aspettativa negativa di guadagno. È quindi difficile dire che le persone evitino di correre rischi in qualsiasi circostanza se non vengono pagate per questa assunzione di rischio.

Daniel Kahneman, insignito del premio Nobel per l’economia nel 2002, e Amos Tversky, psicologo israeliano, hanno mostrato, in conclusione, che gli individui che affrontano scelte complesse usano l’euristica, ovvero delle regole semplificate per prendere le proprie decisioni.