Il modello di intelligenza economica sovietica

Mi piacerebbe molto fare un viaggio in Russia, anche se quei bastardi hanno ucciso metà della mia famiglia

Principe Filippo di Edimburgo

Advisor Abbate - Mosca

Da Advisor, recentissimamente mi sono trovato a partecipare ad un interessante simposio incentrato sul modello di intelligenza economica sovietica. Come Advisor, ricordo perfettamente come, durante gli anni della guerra fredda, il complesso militare e industriale deteneva, in Russia, il monopolio della gestione delle informazioni scientifiche, tecnologiche, economiche e commerciali.

Fu, in pratica, proprio la commissione militare e industriale a riunire le richieste delle compagnie nazionali nel campo che venne, appunto, definito dell’intelligenza economica.  Richieste che sono, poi, passate attraverso i dipartimenti corrispondenti al settore economico delle aziende.

La commissione andò, perciò, ad elaborare un vero e proprio piano di intelligence nazionale, rivolgendosi alle varie agenzie di intelligence e sicurezza per soddisfare i suoi bisogni. Oltre al KGB e alle altre intelligence militari, anche altre agenzie vennero ad coinvolte nel fornire le necessarie informazioni economiche, come ad esempio, il comitato statale per la scienza e la tecnologia, il comitato statale per il commercio estero, lo speciale l’accademia sovietica delle scienze, e via dicendo.

Al tempo, il mondo occidentale ebbe l’occasione di poter misurare l’entità dello spionaggio sovietico, in particolare quello economico, in seguito alle rivelazioni di un membro dei servizi di sicurezza sovietici, ovvero Vladimir Vetrov, colonnello del KGB, che nel 1980 iniziò a “lavorare” per l’Occidente.

Noto come Farewel, nome in codice, contattò Pierre Froment, un ingegnere francese che, all’epoca dei fatti, lavorava a Mosca. Ovviamente, data la delicatezza e l’importanza della questione, in breve tempo, il tutto passo in mano ai servizi segreti francesi. Gli stessi Mitterrand e Reagan scesero in campo.

In estrema sintesi, Farewel, ossia Vladimir Vetrov, rivelò al mondo occidentale l’esistenza di un’ enorme rete di spie sovietiche tramite le quali i russi erano in grado di essere informati sulle ricerche effettuate all’Ovest tanto in campo militare quanto in quello scientifico. Non a caso, l’intero affare Farewell, venne descritto, dall’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, come “il più grande affare di spionaggio del secolo”.

Seppure, sulla carta, la cosiddetta guerra fredda sia finita, in realtà, questa nuova fase ha permesso di dare un nuovo slancio a tutta l’intelligenza economica della Russia. Come ben evidenziato durante i lavori del simposio, nel 1991, quando Boris Eltsin prese il potere al Cremlino, “licenziò” centinaia di agenti della sicurezza, temendo l’influenza dei membri del KGB, specialmente dopo il fallimento del colpo di stato organizzato dal capo di KGB.

Quindi, in Russia, tra il 1993 e il 1995, le banche e le compagnie petrolifere e del gas, accolsero i membri ex- KGB all’interno della loro direzione della sicurezza. Secondo i dati esposti durante il simposio, in conclusione, si è calcolato che, nel solo 2004, dal 12 al 15% delle grandi imprese russe hanno una sottodivisione di intelligenza economica, cioè collegata alla direzione della sicurezza, e che esclusivamente il 4-5% di queste multinazionali offre una autonomia reale per un servizio.

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Come l’opinione pubblica può essere influenzata dalle fake news

Il mondo fu sempre composto di truffatori e di gente cui piace farsi truffare

Voltaire

Advisor Abbate - news, notizie, informazione, giornali 

La viralità di informazioni infondate o false è per molti versi uno dei tanti mezzi con i quali si può influenzare l’opinione pubblica e non solo. Di fatti, come Advisor, ricordo che questa problematica coinvolge, sempre più, anche il mondo finanziario. Da Advisor, non a caso, mi trovo nella situazione nella quale mi devo dibattere tra disinformazione e notizie false.

Ma quale impatto ha tutto ciò nella moderna società? Dal momento che Internet esiste, il comportamento delle persone è cambiato, visto che si è imparato ad interagire in modo diverso. Pertanto, si può dire che la gran parte della disinformazione viaggia sul web.

In pratica, questa forma di disinformazione e, seppure la notizia non risulta essere totalmente inventata, nella realtà mira a manipolarci, a dare una falsa immagine della realtà e, di conseguenza, andrà ad influenzare l’opinione pubblica. Il tutto con ovvie conseguenze, molto determinanti, poi, in economia.

Dato che questo tipo di “informazione” si sta sviluppando sempre di più su Internet, dobbiamo rimanere molto vigili. Seppure non desideri aprire un dibattito, è innegabile, tuttavia, che prima che questo fenomeno possa prendere enormi proporzioni, sarebbe alquanto opportuno intervenire, almeno a livello politico. Questo non vuol dire introdurre una censura, ma, semplicemente trovare un mezzo per evitare problematiche che possono avere delle drammatiche conseguenze sulla borsa e, più in generale, su tutto il mondo economico e finanziario. È, difatti, innegabile che i nostri computer, i nostri smartphone e via dicendo, sono letteralmente invasi da fake news e dà notizie molto lontane dalla effettiva verità. Sono molti che non sanno più cosa poter fare, in cosa credere e cosa no.

Certo che, fino a quando gli attori principali di gran parte della nostra vita professionale e privata sono i social network, il tutto diventa difficile da gestire correttamente. Su una qualsiasi cosa che occupa un rilevante posto in questa moderna società, gli utenti di internet possono diffondere sia delle teorie che, in realtà, non hanno né testa e né coda, e sia delle false informazioni.

Alla fine, più una voce viene ripetuta, e più finisce per sembrare la verità! Onestamente, chi, tendenzialmente, non è rimasto colpito da voci lette su Facebook o Twitter? Oltre a ciò, è da considerare che canali TV, radio, giornali, insomma i classici mezzi di informazione, volendo essere i primi e, perciò, “bruciare” la concorrenza, fanno uscire qualsiasi tipo di informazione senza controllare neppure la fonte.

Se poi, per ammantare la credibilità di una qualsiasi notizia, si sostiene che l’abbia detto un esperto, allora il tutto diventa ancora più facile. A titolo di esempio di come e di quanto l’opinione pubblica può essere influenzata dalle fake news, vado, in conclusione, a ricordare come su Facebook furono oltre venti milioni le condivisioni e like della falsissima notizia secondo la quale Barack Obama, l’ex presidente degli Stati Uniti, aveva “vietato di giurare fedeltà alla bandiera”.

Come affrontare le difficoltà del mondo della finanza e dell’economia

Devi accettare le perdite senza coinvolgimenti emozionali oppure cambia mestiere o hobby

Victor Sperandeo

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Nella mia formazione di Advisor, mi sono, spesso, trovato nella situazione nella quale ho messo a frutto quanto detto da Victor Sperandeo. Una delle sue massime che maggiormente apprezzo dice che: “A mio parere, l’equivoco più grande è l’idea che acquistando e tenendo azioni per lunghi periodi di tempo si possa sempre guadagnare”.

Seppure ai più Victor Sperandeo sia un nome sconosciuto, in realtà è una delle mitiche figure di Wall Street, uno dei più noti e capaci trader. Nella mia lunga carriera di Advisor, quindi, ho fatto riferimento molte volte ai suoi preziosi insegnamenti. Ad esempio il fatto che, seppure si debbano avere delle regole di comportamento sostanzialmente semplici, queste debbono mostrare, sempre e in ogni occasione, una attenta chiave di lettura.

Ovvero, devono essere in grado di supportare il fatto che una delle maggiori difficoltà del mondo della finanza e dell’economia che ci si trova ad affrontare, è l’emozione, un ostacolo che si deve saper superare. Anche per queste ragioni, mi trovo a realizzare un concreto piano di azione. Difatti, per essere coerentemente preparati e in grado di affrontare le difficoltà del mondo della finanza e dell’economia, è vitale che si vadano a prendere in considerazione quelle che potrebbero rivelarsi essere le future prospettive de mercato.

E, questo, deve essere fatto seppure si ipotizzi di fare un semplice piccolo passo. In pratica, è quanto mai opportuno saper dare una risposta davanti a probabili eventi. In caso contrario, in maniera molto facile, la confusione si impadronirà delle capacità, divenendo, sostanzialmente, la padrona. In altre parole, si andrà a far incrementare tanto i possibili errori, quanto le incertezze operative.

Per far comprendere ancora meglio, l’orizzonte temporale offre la possibilità di fare un esempio molto semplice. Nel momento in cui si decide di operare in un termine brevissimo, ci si compiacerà di conseguire un discreto profitto. In pratica si deciderà di fare tutto in breve tempo, pensando di anticipare, eventualmente, l’avvento di sfavorevoli eventi del mercato. Invece, chi è orientato più al lungo termine, dovrà essere in grado di tollerare i movimenti di ribasso minori.

Quindi, come è evidente, si tratta di essere a conoscenza del tipo di situazione nella quale si preferisce trovarsi. Altro punto fondamentale, per affrontare le difficoltà e le incognite del mondo della finanza e dell’economia, è che in caso di dubbi, perplessità e quant’altro, è sempre meglio uscirne fuori.

Quindi, nel caso in cui non si posseggano sufficienti informazioni, oppure il mercato risulti essere di difficile interpretazione, è suggerito lasciare perdere. Questo, vale, in special modo per il trend come pure per ogni altra attività finanziaria. Perciò, in ogni caso, si deve saper affrontare degli imprevisti, ovvero, in conclusione, per dirla alla Victor Sperandeo: “Devi accettare le perdite senza coinvolgimenti emozionali oppure cambia mestiere o hobby”.

Come le religioni stanno ripulendo le loro finanze

L’investimento deve essere razionale. Se non lo capite, non lo fate”.

Warren Buffett

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La crisi del 2008, ha “costretto” anche le principali religioni monoteiste a chiarire la loro posizione relativa alla finanza. Ma da Advisor osservo come quello che dovrebbe avvenire in teoria, non sia affatto coerente con la pratica.

Anche se, per esempio, per Papa Francesco in economia e finanza la religione mostri un percorso chiaro, come Advisor mi domando come il tutto, poi, venga effettivamente messo in pratica. Difatti, se per il massimo rappresentante della fede cattolica, il mondo finanziario non dovrebbe escludere la solidarietà, come, allora, si spiegano le attività dello IOR, ovvero della banca del Vaticano?

L’Istituto per le Opere di Religione, ossia lo IOR, è uno degli enti appartenenti alla Santa Sede, le cui origini risalgono al 1887. La sua missione, oggigiorno, è quella che è stata stabilita da Giovanni Paolo II, ovvero, come indicato nel Chirografo risalente al 1 marzo del 1990, “provvedere alla custodia e all’amministrazione dei beni mobili ed immobili trasferiti od affidati all’Istituto medesimo da persone fisiche o giuridiche e destinati ad opere di religione e di carità. L’Istituto può accettare depositi di beni da parte di enti e persone della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano”.

Papa Francesco, più volte, ha sottolineato come sia necessario attuare una riforma finanziaria che sia etica e che, a sua volta, porterebbe a una salutare riforma economica per tutti. Per accentuare questo suo pensiero, fa appello ai leader politici e ai maestri della finanza, ricordando che il denaro deve servire e non governare. Indiscutibilmente, molto possono asserire che certe attività finanziarie che, a dir poco, hanno macchiato la reputazione dell’Istituto per le Opere Religiose appartengono al passato.

Pur tuttavia, non ci si può dimenticare che lo IOR è e resta una banca dello Stato del Vaticano, ossia è la banca del Papa. Forse, non è vero che lo IOR si è trovato “implicato” per il riciclaggio di denaro sporco, compreso quello della mafia, e per illeciti sulla gestione dei conti. Non a caso, è stata anche presa in seria considerazione la chiusura della banca del Vaticano.

A seguito di regole più severe, guidate da principi in termini di attività amministrative e finanziarie, trasparenza, responsabilità e tolleranza zero, lo IOR avrebbe subito una sua trasformazione in una banca di deposito limitata.

Di conseguenza, si dovrebbe concentrare sui servizi bancari per il clero, per le congregazioni, per le diocesi e per i laici impiegati dal Vaticano. Ma quanto è vero che lo IOR abbia effettivamente deciso di limitare significativamente i suoi investimenti? Difficile rispondere a questa domanda. A tal proposito, in conclusione, l’unica cosa che oggettivamente mi sento di esternare è che il tutto rappresenta una separazione tutt’altro che assoluta.

Gli investitori e il mercato della finanza, un dualismo fondamentale

Non è tanto importante investire al prezzo più basso possibile quanto investire al momento giusto

Jesse Livermore

Advisor Abbate - monete banconote soldi valuta finanza contanti

Per quanto attiene il mercato della finanza, uno degli aspetti che necessariamente deve essere sempre attentamente studiato e valutato, è il comportamento degli investitori. Da Advisor, reputo che tanto la razionalità quanto l’efficienza, siano le naturali sfide che si deve essere in grado di affrontare.

Non a caso, come Advisor, più volte, mi trovo a dovermi confrontare con le ipotesi di razionalità e avversione al rischio. Il meraviglioso mondo della finanza è un tema caldo, sotto ogni punto di vista. Infatti, come la trama di un ottimo film, non mancano, di certo, colpi di scena, scandali, frodi, azioni legali e pratiche scorrette di ogni tipo. Il parallelismo tra film e finanza, non è casuale.

Difatti, basterebbe semplicemente ricordare il fantastico film Wall Street, diretto da Oliver Stone. Un vero e proprio cult, anche perché già nel lontano 1987, con una visione che appare, oggi, sembrare visionaria, denunciava con larghissimo anticipo, gli eccessi del capitalismo, gli scandali finanziari, ovvero tutto ciò che, realmente, ha poi afflitto il mondo della finanza negli ultimi anni.

Tuttavia, se la finanza può essere vista e considerata come mondo rischioso, un individuo perfettamente razionale prende ogni tipo di decisioni inerenti agli investimenti, massimizzando l’aspettativa nel senso probabilistico del termine, della propria funzione di utilità. In pratica, ogni investitore può avere delle ottime capacità per ottenere degli ottimi guadagni, purché sia conscio sia dei punti di forza e sia della debolezza del mercato della finanza.

Di conseguenza, si deve essere in grado di guadagnare come essere capaci di tagliare eventuali perdite. Ciò consentirà di poter godere di una concreta soddisfazione generata da un dato o da ricchezza futura.  Poiché i rendimenti degli investimenti finanziari sono incerti, gli individui influenzano le probabilità di accadimento per eventi futuri e, queste probabilità, debbono essere incluse nel calcolo delle aspettative.

Uno dei punti cardini di tutta la questione, è individuabile nel comprendere quale sia la funzione del mercato finanziario nell’economia. Di fatti, se in senso lato, il mercato è il luogo in cui vengono soddisfatte un’offerta e una domanda per un certo bene, in questo caso il bene in questione è il denaro. L’ipotesi dell’avversione al rischio, si confronta con una osservazione molto semplice.

A partire dagli Anni Ottanta, la quota del PIL destinata al gioco d’azzardo è aumentata in molti paesi.  Ma tutti i giochi d’azzardo come i giochi da casinò, le tombole o le lotterie statali hanno una aspettativa negativa di guadagno. È quindi difficile dire che le persone evitino di correre rischi in qualsiasi circostanza se non vengono pagate per questa assunzione di rischio.

Daniel Kahneman, insignito del premio Nobel per l’economia nel 2002, e Amos Tversky, psicologo israeliano, hanno mostrato, in conclusione, che gli individui che affrontano scelte complesse usano l’euristica, ovvero delle regole semplificate per prendere le proprie decisioni.

Il debito pubblico: il vero problema di una sana economia

Non interrompere mai il tuo nemico quando commette un errore”.

Napoleone Bonaparte

Advisor Abbate - economia, crisi, ristrettezza, austerity

Come Advisor, debbo constatare come il debito pubblico sia divenuto una vera spada di Damocle. Mettendo il denaro sopra tutti i valori, le società occidentali stanno perdendo le loro anime e quelle dei popoli che le compongono.

Da Advisor, noto come i cittadini sia diventati una sorta di esseri artificiali che fluttuano alla mercé dei mass media il cui unico scopo è quello di ottenere il massimo profitto. In pratica, i cittadini vivono in un mondo in cui diventano solo consumatori di un individualismo esacerbato. Di conseguenza, non hanno più una identità, ma solo un dio: i soldi. In questo momento, sopravvivere al modello neoliberale non è certamente facile.

Non è un caso, perciò, che diversi economisti, vadano a proporre dei nuovi approcci come, ad esempio, quello di un capitalismo verde e maggiormente ecologico. Solo le persone ingenue e false, sono sorprese nel sentire così tanto rumore riguardo al debito pubblico. Di norma, un governo ammette strutturalmente un deficit fiscale annuale, ma, quando parliamo di un ritorno all’equilibrio, stiamo, in realtà, parlando di un ritorno agli standard europei. Tuttavia, è da considerare che, nei paesi sviluppati, una parte significativa della crescita è stata raggiunta attraverso un indebitamento.

Il debito pubblico può essere definito come tutti gli impegni finanziari ancora dovuti dalle pubbliche amministrazioni, vale a dire lo Stato, le autorità locali e le istituzioni pubbliche. La crisi del debito pubblico, iniziata nel 2008, sembra ricordare al mondo che gli stati possono essere inadempienti. È vero che lo stato è considerato indefinitamente solvibile a causa della sua capacità di aumentare le tasse, pur tuttavia, sostanzialmente, il debito pubblico frena investimenti e altro ancora. Oggi constatiamo che l’attuale percezione del debito è pessima.  Eppure il debito pubblico è di per sé necessario.

Dobbiamo quindi distinguere tra il debito stesso e il livello del debito per analizzare la sua legittimità. Di fatti, tra i vari fondamenti teorici della partecipazione del debito pubblico alla crescita, il debito pubblico è uno strumento di politica fiscale. Nella teoria keynesiana, infatti, i deficit sono considerati positivi, perché l’aumento del debito pubblico può avere un effetto benefico sulla crescita, in particolare durante la fase di recessione. L’effetto è tanto più importante perché è finanziato dal debito, perché l’aumento della spesa fiscale aumenterebbe il carico fiscale.

Ci sono due situazioni in cui possiamo considerare l’uso del debito coerente. In primo luogo, ci sono investimenti che avvantaggiano più di una generazione, quindi non è insolito che il loro pagamento sia ripartito su diversi anni.  In secondo luogo, ci sono settori finanziati dalla spesa pubblica che contribuiscono alla crescita e l’esempio dell’educazione sembra illustrare bene questo aspetto.

Pertanto, quando il debito incontra la “regola d’oro”, contribuisce alla crescita. Ma ora, l’attuale livello del debito pubblico, è troppo alto e quindi influisce sull’economia italiana. In pratica, il forte indebitamento rallenta la crescita del PIL, oltre che andare a modificare tanto le aspettative quanto le capacità a lungo termine degli agenti economici.

In conclusione, quando i governi finanziano i loro investimenti attraverso prestiti, il debito può ostacolare la crescita e le aspettative degli agenti economici possono essere negativamente modificate.

I danni di una cultura economica fin troppo neoliberalista

Nel mondo degli affari, lo specchietto retrovisore è sempre più chiaro del parabrezza

Warren Buffett

Advisro Abbate - banche, banca

Come Advisor, desidero evidenziare che, a partire dal 2000, le grandi banche sono entrate in una fase di eccessiva finanziarizzazione. Questa finanziarizzazione ha sviluppato un capitalismo sfrenato che ha creato una globalizzazione dell’indifferenza.

Queste istituzioni si sentivano essere troppo grandi per andare in bancarotta, così che dovevano essere salvate, qualunque cosa accadesse, dallo stato. Nei soli Stati Uniti, nello scoppio della bolla immobiliare, sono andati in fumo oltre 8 trilioni di dollari.

Da Advisor, considero che il modello neoliberale abbia diversi postulati che sarebbe quanto mai opportuno rivedere. Ad esempio, fino a quando il libero scambio aumenta necessariamente il benessere? Ma questo non è il solo. Difatti, è vero che i mercati portano spontaneamente all’efficienza? Oppure, il segreto bancario è davvero necessario per l’efficienza economica?

Quel che pare evidente, è che in una economia come quella attualmente in vigore, non a tutti i membri della società giungono dei benefici. In sostanza, è come un vasto gioco di Monopoli, in cui l’1% della popolazione possiede il 50% delle attività. Le risposte alle sostanze irritanti del modello attuale, vennero chiaramente identificate durante la riunione del G20 dell’aprile 2009 tenutosi a Londra. Infatti, si doveva far aumentare la regolamentazione finanziaria, cambiare il compenso esecutivo, eliminare i paradisi fiscali e supervisionare le agenzie di rating finanziario.

Dimenticandosi che l’economia è sempre basata sulla fiducia, tutti questi buoni propositi, tale sono rimasti, e i risultati economici sono quelli che si conoscono fin troppo bene. Reputo che il passaggio dalla società industriale ad una società della conoscenza, dovrebbe avvenire in varie fasi. Anche le cosiddette strategie economiche a breve termine di Internet, sostanzialmente, non hanno prodotto i benefici attesi a lungo termine.

È vero che la cultura digitale sta andando a modificare il concetto di ufficio, di fabbrica, di negozio in nome della produttività, ma, è altrettanto vero che la cultura digitale si stia impadronendo della casa e smaterializza oggetti di comunicazione come libri, dischi, giornali e film. Non a caso, un utente non è più obbligato a comprarli fisicamente al negozio.

In sostanza, la cultura digitale raggiunge, oggi come oggi, l’individuo dovunque egli sia, il quale è in grado di acquistare prodotti e contenuti dal web. Per molti versi, quindi, il modello di massificazione del prodotto e del cliente ha promesso di creare una massificazione dei benefici. Il tutto, di conseguenza, è stato globalizzato. Il cosiddetto sviluppo economico del 2008, in effetti, è stato un modello che saputo andare a stimolare tutta l’attività economica in modo così disomogeneo, da causare enormi squilibri tra persone e paesi, creando, perciò, un divario crescente.

Quindi, seppure in teoria tutti i paesi sono uguali, nella realtà dei fatti, vi sono alcuni che sono più uguali di altri. Spinti dalla globalizzazione economica, dagli algoritmi di finanziarizzazione e dall’avidità delle principali istituzioni bancarie e finanziarie, questo modello neoliberista ha palesato numerose falle. In conclusione, sono dell’idea che, specialmente negli ultimi trent’anni, la cultura del salvare il cittadino, è stata sostituita da una cultura del credito incentrata sul consumo e sul breve termine, quindi su una cultura dello spreco.

La probabile evoluzione del mondo degli affari

Gli affari sono sempre degli scambi… si scambia il denaro… la terra… i titoli… i mandati elettorali… l’intelligenza…la posizione sociale… le cariche… l’amore… il genio… ciò che si ha contro ciò che non si ha”.

Octave Mirbeau

Advisor Abbate - business, arte, cultura, mediatore, positivo

Una delle cose di maggior interesse che sembra assillare banche e imprenditori, è scoprire quale potrebbe essere la probabile evoluzione del mondo degli affari. Certamente, pur essendo uno scopo legittimo, questo non deve, tuttavia, permettere un assurdo spreco delle risorse. Infatti, non si deve aspettare che venga ad essere tagliato l’ultimo albero, inquinato l’ultimo ruscello, catturato l’ultimo pesce, per rendersi renderanno conto che i soldi non comprano tutto.

Seppure qualcuno stenti ancora a crederci, anche il motore dell’economia ha una sua logica a cui devi rispondere. Difatti, da Advisor, ricordo che sempre più sogni equivale ad avere sempre più bisogni, il che, poi, si può andare ad riassumere in un sempre più consumo. Una logica, quindi, che permette al mercato finanziario di espandersi sempre più.

Come Advisor, a tal proposito, desidero evidenziare come pure gli strumenti digitali oggigiorno a disposizione di un largo pubblico, concorrano a far espandere i mercati in rete. Tutto questo, comunque, non deve essere considerato come dei sogni di conquista delle ricchezze o sogni di dominio. La probabile evoluzione del mondo degli affari, pertanto, debbono essere uno stimolo anche per avviare un utilizzo più razionale delle risorse che sono a nostra disposizione.

Viviamo in una società in cui coesistono vari tipi di economia. Ad esempio, vi è la cosiddetta economia reale, ovvero quella in cui le aziende generano denaro reale con valore d’uso reale. In sintesi, è la somma del PIL di tutti gli stati. Accanto ad essa, vi è quella che viene ad essere definita come l’economia virtuale, ossia quella degli scambi finanziari speculatori. Sarebbe, tuttavia, alquanto negazionista, il non voler ammettere che, accanto a queste legittime forme economiche, ve ne siano altre ben diverse e molto meno nobili.

Forse non è vero che vi è quella che si potrebbe chiamare l’economia dei pirati, cioè quella che si basa su tangenti, contraffazione e frode fiscale, oppure si preferisce obliare sul fatto che esiste una economia della mafia, la quale si basa sul traffico illecito, sulle droghe, sulle armi, sulla prostituzione e via dicendo?

La cosa drammatica, è che, durante i periodo di crisi, le economie dei pirati e della mafia diventano più importanti dell’economia reale, distorcendo così tutte le analisi dei decisori. Indubbiamente, la “magia” del mercato neoliberale ha creato una eccessiva centralizzazione e i suoi eccessi hanno imposto ai cittadini la gerarchia, l’uniformità e i monopoli.

Tutto ciò, quindi, non fa altro che evidenziare come fosse utopica la visione di una crescita senza fine per una società organizzata come un business, cioè preoccupata di una redditività basata solo sul modello di scarto del consumo. Questo modello, di fatto, ha creato due problemi principali.

Il primo, senza dubbio, è il fatto che non è stata in grado di ridistribuire equamente la ricchezza, e il fatto che i benestanti rappresentano solo una piccola parte della popolazione ne è una ulteriore conferma. Il secondo, non di certo meno importante del primo, è che la sua crescita sfrenata ha distrutto troppi sistemi naturali. Qui, non si tratta di mettere in discussione l’esistenza di mercati o di profitti, ma solamente la loro egemonia. In conclusione, è la fine di un modello di crescita che doveva essere infinito, ma che invece ha funzionato in un mondo finito.

 

Su cosa si basa un sistema economico?

Quanto maggiore è la quantità da vendere, tanto minore sarà il prezzo al quale la merce deve essere offerta affinché possa trovare compratori; o in altre parole, la quantità domandata aumenta col discendere del prezzo, e diminuisce col salire del prezzo”.

Marshall

Advisor Abbate - Coca cola

modello economico, o, per meglio dire un sistema economico, è un modello di organizzazione e di funzionamento dell’attività economica, le cui caratteristiche influenzano, tra l’altro, la produzione di beni e servizi, le relazioni sociali e il funzionamento del mercato del lavoro. Da Advisor, ricordo che le caratteristiche del modello sono influenzate dalle peculiarità specifiche di ciascun paese.

Perciò, un sistema economico è il modo di produrre e distribuire beni e servizi e, tutto ciò che viene ad essere stabilito in un paese, ha una grande influenza sul tenore di vita dei suoi abitanti, sul livello di disuguaglianze, sulle relazioni con altri paesi e sul potere economico. Pertanto, tra le altre cose, determina una politica di redistribuzione più o meno estesa, come pure, una determinata apertura economica.

Ovviamente, i sistemi economici variano a seconda delle regioni e dei tempi. I paesi occidentali, oggigiorno, seguono un’organizzazione basata sul capitalismo, mentre il sistema economico in vigore nei paesi dell’ex blocco orientale, era basato sui principi dell’economia comunista.

Come Advisor, considero un sistema economico, anche per il suo effetto sullo sviluppo economico, e questo perché determina l’allocazione delle risorse, ossia è un modo di distribuire le risorse. Altra considerazione da fare, è quella che un sistema economico induce una interazione indiretta tra il sistema ambientale, cioè le risorse, e il sistema demografico, ovvero i bisogni. L’economia di mercato nacque tra il 1650 e il 1750. Per quanto riguarda l’attuale modello, è da considerare che, molto dell’attuale modello economico, venne creato a partire dagli anni Ottanta, grazie a Ronald Reagan e Margaret Thatcher.

Tra i vari attuali imperativi, troviamo la massimizzazione del profitto, la competizione e l’accumulazione di capitale. Questo modello ha sperimentato diverse ondate di innovazioni che l’hanno portato a livelli considerati ineguagliabili. Tuttavia, è innegabile che l’obsolescenza del modello neoliberista, a causa della moltiplicazione degli algoritmi di finanziamento e l’avidità di talune oligarchie, abbia generato la crisi del 2008 negli Stati Uniti, la crisi in Europa del 2012 e sia attore principale per le varie crisi dei paesi emergenti.

Questi diversi “incendi”, pertanto, portano a far credere che l’attuale modello economico neoliberale, possa diventare obsoleto. Le ragioni per le crisi attuali, ovviamente, sono molteplici. Ad esempio, sembra che siano sempre più i soggetti a non tener conto dei costi futuri delle scelte non fatte dai nostri attuali leader. Di conseguenza, il comparto imprenditoriale si sta indebolendo e il suo futuro diventerà caotico.

Non a caso, vari rapporti della Banca Mondiale, sottolineano come si sia sulla strada di una implosione. Oggi, in tutti i settori, come in quello automobilistico, dell’aviazione del consumo alimentare, e altri ancora, vi sono delle vere e proprie oligarchie. Basta pensare alla Coca-Cola, alla Kraft, alla Nestlé, alla Procter & Gamble, alla Pepsico, alla Unilever, alla Kellog, alla Johnson & Johnson e alla General Mills, per comprendere il concetto.

A tal proposito, alcuni ricercatori svizzeri hanno analizzato oltre quarantamila multinazionali per scoprire che 1.318 aziende, se interconnesse fra loro, formerebbero un nucleo molto forte. In pratica, seppure rappresentando solamente l’1%, questo nucleo monopolizzerebbe oltre il 60% delle attività economiche industriali e finanziarie mondiali. In conclusione, queste multinazionali potrebbero diventare i padroni del mondo industriale ed, quindi, economico.

 

Il potere di acquisto delle famiglie italiane nell’era dell’euro

L’umanità non potrà mai vedere la fine dei suoi guai fino a quando gli amanti della saggezza non arriveranno a detenere il potere politico, ovvero i detentori del potere non diventeranno amanti della saggezza”.

Platone

È dal primo di gennaio del 2002 che si è dato l’ultimo saluto alla nostra vecchia e amata lira. Da allora, come e quanto è cambiata la nostra vita? Certamente di molto. Infatti, come Advisor, la notizia vera e propria non è tanto il fatto che, oggigiorno, per una pizza margherita una famiglia italiana deve pagare all’incirca 7,5 euro a testa, rispetto alle 6.500 lire, quanto il fatto che è drasticamente modificato il potere di acquisto.

In Italia, paese in cui notoriamente è possibile discutere su tutto, stranamente, ogni qualvolta si mette in discussione la questione euro, vengono innalzate barricate in difesa, perfino dagli economisti. Pur tuttavia, da Advisor, non posso esimermi nel considerare che, per quanto verte l’Italia, l’introduzione di quella che è poi divenuta la moneta unica europea avvenne con un Romano Prodi che lo permise con dei valori improvvidamente accettati.

La centralità del problema, quindi, è data dal fatto che, nell’era dell’euro, si sia andato a incrinare il potere di acquisto delle famiglie italiane. Difatti, oltre che considerare tanto la voce redditi e quella dei risparmi, per comprendere gli effetti causati dall’avvento dell’euro, è da comprendere l’aspetto legato a quello che è il potere di acquisto.

In gran parte, a distanza di tempo, è da ammettere che, in special modo il ceto medio italiano, si sia subito una forte ripercussione, il tutto alimentato, poi, da una sorta di una vera e propria ortodossia monetaria. Indubbiamente, la crisi finanziaria del 2008, ha fatto sì che, i malumori crescessero, anche in considerazione delle ripercussioni sulle attività in generale.

Di fatti, ritorna forte lo spettro della disoccupazione, accompagnato da un’impennata dell’inflazione con il conseguente crollo del potere d’acquisto. Pur tuttavia, si continua, molto stranamente, a sostenere che l’introduzione dell’euro abbia contribuito a ridurre l’inflazione in Europa e in Italia, seppure il potere d’acquisto delle famiglie racconta un’altra ben diversa storia.

Se il ritornello tanto caro ai contrari all’introduzione della moneta unica, sostiene che l’euro ha contribuito ad un aumento dei prezzi, riducendo in tal modo il potere d’acquisto degli italiani, di contro, i talebani dell’euro sostengono, a spada tratta, che è proprio grazie all’euro che l’inflazione è rimasta relativamente moderata rispetto al passato. Ora, specialmente in tema di economia, si possono avere le più disparate visioni e prospettive ma, tuttavia, quel che conta realmente è il come il tutto venga ad essere vissuto dai cittadini. Invero, gran parte di essi parte da una semplice constatazione dei fatti.

Se prima dell’euro, con uno stipendio di 1.500.000 di lire, si viveva bene, appena arrivato l’euro, si è avvertito immediatamente che, nella conversione non si manteneva più il modus vivendi che si aveva prima. A tal proposito, è da sottolineare che la colpa principale di Prodi e compagni è stata proprio il fatto che non si è controllato l’aumento che era in atto.

Un esempio su tutti. Al mercato, quello che costava mille lire, improvvisamente, veniva venduto ad un euro, il che vuol dire che si era raddoppiato il costo e il suo relativo prezzo di vendita.  In conclusione, questa forte discrepanza, immediatamente avvertita dai consumatori, i più sensibili all’evoluzione dei costi dei prodotti acquistati più frequentemente, è stata totalmente e colpevolmente sottovalutata dai Prodi e compagni, generando, di fatto, un astio nei confronti dell’euro.