La politica monetaria post crisi finanziaria

Il rispetto nasce dalla conoscenza, e la conoscenza richiede impegno, investimento, sforzo

Tiziano Terzani

Seppure sia passato oramai un decennio dallo scoppio della crisi finanziaria, da Advisor debbo constatare come l’intera economia globale, tutto sommato, sia ancora formalmente intrappolata.

Da Advisor, inoltre, osservo come sostanzialmente vi sia una crescita debole, caratterizzata, tra le altre cose, da bassi investimenti, scarso commercio, oltre che aspetti come produttività e salari, nonché risultino essere crescenti, abbiano, nella realtà delle cose, delle profonde disuguaglianze in numerosi paesi.

La politica monetaria, di conseguenza, è fin troppo sollecitata, dando origine a maggiori rischi finanziari e distorsioni nei mercati. Oltre alle riforme strutturali, è necessaria una risposta fiscale più solida per stimolare una concreta crescita a lungo termine fondata su solidi presupposti.

Di fatti, in un contesto in cui il debito pubblico raggiunge livelli elevati nella maggior parte dei paesi, è importante stimare l’estensione del loro margine di manovra e, il loro progresso temporaneo, può permettere di registrare importanti informazioni.

Non ci si può dimenticare di come negli ultimi anni, la politica fiscale sia stata valutata, principalmente, dal bilancio statale piuttosto che come dato per valutare le effettive conseguenze in termini di crescita. Questo teorema, in pratica, ha comportato un aumento breve termine del rapporto debito / PIL, a causa di investimenti insufficienti, capitale umano e produttività. Di conseguenza, reputo che sia assolutamente necessario ripensare la prospettiva in cui l’orientamento della politica di bilancio dovrebbe essere valutato.

Il livello dei tassi di interesse sovrano offre, tra l’altro, più spazio alla evasione fiscale. Per sfuggire alla trappola della crescita debole, è necessario, pertanto, adottare una iniziativa di bilancio basata su aspetti quali spese e tasse volte al fine di poter andare concretamente a migliorare la produttività in prospettiva anche di medio e lungo termine.

Queste misure dovrebbero essere scelte sulla base dei bisogni più urgenti di ogni paese e potrebbero consistere, non solo nell’aumento di spese per infrastrutture materiali e immateriali o educazione, ma anche per ridurre le tasse, il più delle volte, distorte. In molti paesi, tale pacchetto potrebbe essere finanziato dal deficit per alcuni anni, prima di diventare “fiscalmente neutrali”.

La congiunzione di una tale iniziativa con le riforme strutturali, nella sostanza delle cose, porterebbe ad un miglioramento della situazione complessiva, e questo, anche in termini di produzione. Per ragioni misteriose, si è quasi dimenticato che il commercio internazionale è stato una vera e propria forza trainante nella crescita economica mondiale, un fattore di convergenza che ha determinato anche gli standard di vita di intere nazioni.

In conclusione, sarà bene ricordarsi che la liberalizzazione del commercio ha dato la possibilità di generare significativi guadagni economici per le economie di mercato, anche di quelle emergenti e che, soprattutto, ha concorso, più in generale, a ridurre la povertà.

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Per il 2018 sarà importante accelerare investimenti e produttività

Investire con successo significa anticipare le anticipazioni degli altri”.

John Maynard Keynes

Nell’ambito della vulnerabilità dell’economia mondiale, come Advisor voglio sottolineare che attualmente vi è un eccessivo peso dato dall’indebitamento sia delle famiglie e sia delle imprese. Un aspetto che, negli ultimi anni, anche a causa della generale crisi, è esploso in maniera sintomatica tanto nei paesi cosiddetti ricchi quanto in quelli emergenti come, ad esempio, la Cina.

Da Advisor, seppure questo onere non rappresenta un pericolo immediato, reputo, tuttavia, che potrebbe essere diversamente in caso di un forte aumento dei tassi di interesse e una correzione sui mercati finanziari. Ecco perché considero che sia fondamentale che nel 2018 si veda una forte accelerazione di investimenti e produttività.

Anche se le indicazioni di questo malessere sembrano essere ignorati dagli stessi mercati, più interessati a festeggiare record su record, gli indici danno una fotografia della situazione molto diversa. Quindi, se è giusto vivere il momento di euforia che aleggia nel mercato azionario, rimane, comunque, fondamentale riflettere sulla realtà del recupero e dei vari fattori di fragilità ancora esistenti.

Anche la stessa OCSE sottolinea come sia importante non abbassare la guardia. Se, per esempio, si pensa alla situazione economica italiana, non è di certo difficile comprendere che molti dati, in special modo quelli relativi alla occupazione lavorativa, siano fumosi.

Nonostante il fatto che l’attuale governo, anche in chiave delle prossime elezioni politiche, sbandieri che sono aumentate le persone che lavorano, è da osservare che questo incremento è fittizio, dato che sono occupazioni di ripiego e non definitive. Se, mi è concesso un semplice parallelismo, è come se invece di pulire bene la propria casa, andiamo a mettere la polvere sotto il tappeto. Infatti, visivamente si potrà pur vedere una casa pulita ma, nella realtà delle cose, non si è affatto risolto il reale e concreto problema.

Eppure, anche in Italia, monta il malcontento popolare che nasce da anni di situazioni politiche a dir poco imbarazzanti. Il dato certo è che la disoccupazione esiste e che il potere economico dei salari diminuisce sempre più.

Le sfide, pertanto, restano ancora tutte sul tavolo e l’Itala è sempre un paziente difficile anche per quel che riguarda il 2018. Non occorre essere un portentoso economista per comprendere che la persistente situazione italiana rischia di esplodere, con conseguenze economiche mondiali.

È, dunque, corretto mettere in guardia sul rischio che si può correre andando a giocare sui dati della crescita economica. Credo che sarebbe molto più professionale se tutti si concentrassero seriamente sulle delle serie e corrette riforme.

In conclusione, sono speranzoso che i prossimi politici eletti siano maggiormente responsabili e che si mettano seriamente al lavoro per innescare quei profondi cambiamenti che sono così necessari per accelerare gli investimenti, la produttività, per far aumentare i salari realmente e rendere la crescita un qualcosa privo di ogni tentazione di compiacimento politico.

In economia quanto vale il prevedere per prevenire?

Vedere per prevedere, prevedere per provvedere

Auguste Comte

Un antico e saggio detto popolare recita testualmente: “prevenire è meglio che curare”. Da Advisor, tuttavia, reputo che in economia non sia così semplice e facile il prevenire. Mi spiego meglio.

Se nel campo medico vi sono situazioni che fotografano chiaramente come una determinata condizione possa portare a delle malattie, in economia il panorama non è sempre così limpido. Per esempio, basta semplicemente che in un determinato paese venga promossa una maggiore austerità fiscale, un evento non sempre così lapalissiano, per mandare a monte ogni possibile previsione economica globale.

In pratica, basta solamente che un governo, magari sull’onda della emotività popolare, decida che politicamente sia meglio imporre una determinata austerità fiscale nei confronti di una determinata classe sociale, per far in modo e maniera che l’economia mondiale rimanga scossa.

In campo medico, pur nonostante le difficoltà oggettive, la questione è ben diversa, dato che le prese di decisione non vanno ad influenzare nessun altro paese. In economia, invece, entra in gioco una così vasta e complessa situazione che, alle volte, lascia gli anche gli stessi economisti basiti. Tuttavia, il concetto di prevedere per prevenire anche nella difficile materia economica ha la sua rilevanza.

Se, per esempio, si riesce a prevedere un concreto sviluppo economico, diventa vitale prevedere la sua velocità per stabilire di quanto potrà effettivamente aumentare la produttività. Un evento che, tra l’altro, influirà tanto nei salari reali quanto nelle condizioni di vita di tutti.

In sostanza, in economia le scoperte inquietanti, la vulnerabilità stessa della materia, sono tutti aspetti che si possono sempre incontrare e che, indiscutibilmente, sarebbe molto meglio saper prevedere.

Non a caso, da Advisor, sono sempre del parere che ogni domanda in economia deve essere anche intesa come un segnale di allarme.

Prendiamo ad esempio le previsioni economiche per il 2018. Oltre che congratularsi per un certo miglioramento complessivo, c’è da domandarsi quanto questo sia solido. Ossia, seppure vi sia stato un tangibile miglioramento della situazione globale, comunque rimane meno vigoroso rispetto alle precedenti previsioni.

Di fatto, se un recupero vi è stato, questo non corrisponde a quello che il mercato economico globale si aspettava. A riprova, è sufficiente osservare come i Paesi emergenti hanno avuto dei tassi di crescita più bassi rispetto al passato.

Un risultato, che reputo personalmente preoccupante, in quanto questi Stati svolgono un ruolo di primo piano nell’economia globale e sono lontani dall’aver completato il loro processo di recupero. In altre parole, la pesante eredità della crisi non è del tutto scomparsa.

Considero che il livello degli investimenti rimanga insufficiente, così come lo è la crescita degli scambi.  Punti deboli che accelerano il calo della produttività a livello globale. Come pure, in conclusione, valuto il cosiddetto miglioramento sul fronte dell’occupazione per nulla uniforme, un qualcosa che varia, non solo, a secondo i vari Paesi, ma, persino all’interno delle loro stesse regioni.

Le previsioni economiche per il 2018

La sola funzione delle previsioni in campo economico è quella di rendere persino l’astrologia un po’ più rispettabile

John Kenneth Galbraith

Una fondamentale dimensione e tipica caratteristica della razza umana, è propriamente quella legata alle previsioni. Da sempre, infatti, cerca di prevedere quello che può accadere nel futuro. Da Advisor, reputo che, seppure questa possa essere una dimensione utile, tuttavia è sempre bene avere i piedi saldamente ancorati al presente.

Difatti, se da un lato, dalla sua sede parigina, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico prevede che nel 2018 la crescita globale dovrebbe raggiungere il 3,7%, dall’altro lei stessa mette in dubbio la forza della ripresa. Quindi, nelle sue previsioni economiche, questa importante istituzione, pur accogliendo favorevolmente il miglioramento economico generale, non scioglie completamente i suoi dubbi. In pratica, si ha una diagnosi a due volti.

Comunque, la buona notizia, tra l’altro attesa da anni, è che l’attività globale sta crescendo con un ritmo più veloce dal 2010. In pratica, si può asserire, sempre se si concorda con quanto espresso dall’OCSE, che vi sia una ripresa della crescita che continua e che si rafforza.

Da Advisor, reputo corretto che gli esperti dalla loro sede presso il fantastico Château de la Muette di Parigi, parlino di un miglioramento ciclico. Certamente, si sta assistendo da tempo ad una azione economica sincronizzata tra più paesi. In altre parole, dai paesi ricchi alle economie emergenti e in via di sviluppo, tutti i grandi blocchi partecipano, rafforzando così il movimento.

Di fatti, le principali economie stanno migliorando rispetto al 2016, quando la crescita globale era solo del 3,1%. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, non casualmente, porta come simbolo ed emblema di queste rosee previsioni per il 2018, l’economia della zona euro. Il rapporto, sempre interessante, pone al centro dell’attenzione degli economisti questo particolare momento storico.

Secondo quanto riportato, si vivrebbe in un frangente in cui l’intera economia risulterebbe essere maggiormente armonizzata. A supporto di ciò, indicano come i principali riferimenti economici si stiano riaccendendo uno ad uno.

Per l’OCSE, quindi, il commercio e gli investimenti globali si sono riattivati e le aziende starebbero ricevendo un quantitativo maggiore di ordini. Perfino la creazione di posti di lavoro sta accelerando.

Di conseguenza, dato che gli indicatori di fiducia sono elevati, il tutto si tradurrebbe in una spesa dei consumatori più solida. E se questo quadro idilliaco non fosse sufficiente a dare fiducia per le prospettive economiche del 2018, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico evidenzia il come i Paesi avanzati beneficiano di politiche monetarie sempre accomodanti, mentre, nei mercati emergenti, gli investimenti in infrastrutture della Cina hanno stimolato la ripresa, in particolare in Asia, e hanno migliorato la situazione dei paesi esportatori di materie prime, che erano stati duramente colpiti dalla caduta dei prezzi.

A questo punto, in conclusione, rimane solo l’aspettare gli eventi per poter constatare quanto queste più che positive previsioni economiche siano davvero corrispondenti ai fatti.

 

Decidere di far crescere la propria attività, ma come lo si farà?

Nella vita ci sono cose ben più importanti del denaro. Il guaio è che ci vogliono i soldi per comprarle!

Groucho Marx

In tempi di crisi non è affatto un paradosso il pensare come poter far crescere la propria attività. Il difficile, caso mai, potrà essere il come lo si intende fare. A tal proposito, esistono diverse strategie di crescita. Per esempio, rivolgersi a nuovi mercati, creare nuovi prodotti, effettuare un’acquisizione e così via.

Come Advisor, sono per una progettazione che si va a formarsi in base ad una combinazione di varie strategie. Come primo punto, reputo fondamentale scegliere l’approccio più adatto al proprio piano strategico generale. Le aziende, infatti, sono talvolta attratte da opportunità di crescita non strategiche, a discapito dei propri obiettivi generali.

Da Advisor, considero fondamentale il prendere in considerazione le condizioni del mercato e, di conseguenza, agire. Non a caso, può essere considerata come una buona strategia, il prendere in considerazione di acquisire una azienda che, a causa delle condizioni di mercato, appare essere sottovalutata per via di un contesto economico difficile. D’altra parte, in determinate circostanze, potrebbe essere davvero utile espandere la propria attività corrente facendo questo tipo di scelta.

Sono dell’opinione, poi, che è particolarmente pratico coinvolgere il proprio team anche nel caso nel quale si stia elaborando l’idea di una acquisizione sostanzialmente costosa. Difatti, il discutere una strategia con la propria squadra, oltre che accentuare il sentimento di appartenenza all’azienda, permette di mettere sul tavolo più reazioni e opinioni, visto che si debbono analizzare al meglio ogni aspetto e implicazioni finanziarie della strategia scelta. In questo modo, tra gli altri vantaggi, si potrà avere una più ampia panoramica delle strategie di crescita.

Sarà, pertanto, corretto interrogarsi se la propria azienda sia in grado di andarsi a ritagliare una quota di mercato più ampia con i suoi attuali prodotti, ma, anche, come aumentare gli sforzi del marketing e se sia il caso o meno di fondare i prezzi di vendita in base agli avvenimenti del mercato finanziario.

Oggi come oggi, appare essere molto in voga espandere la propria attività, trovando nuovi mercati dopo aver provveduto a trasferire la propria attività in un altro paese. Un avvenimento che si è sviluppato sulla base di convenienze fiscali, minor burocrazie e tasse meno asfissianti.

In un quadro di espansione, poi, non può di certo mancare il prendere in considerazione una diversificazione. Fatte salve alcune determinate situazioni, per le quali si è sostanzialmente esclusivisti di materie o servizi, lo sviluppare una o più linee di business correlate a nuovi prodotti o servizi, permette di ampliare il mercato andando, di conseguenza, ad inglobare nuovi clienti potenziali.

Anche se può sembrare desueta, la forma del franchising, tuttavia, ha ancora il suo perché. Non a caso, offre in genere diversi vantaggi quali, ad esempio, consapevolezza del marchio, capacità di marketing e un significativo supporto.  In questo caso, comunque, è bene assicurarsi di controllare tutti i costi, inclusi quelli di avviamento, canoni, pubblicità e materiali. Di base, il franchising può essere una buona strategia di crescita, soprattutto se indirizzato in attività redditizie.

In ultimo, oltre che valutare la tradizionale acquisizione, si può anche ipotizzare una cosiddetta partnership strategica, ovvero una sorta di joint venture dove, due o più aziende, mettono insieme le loro risorse per realizzare un progetto.

Come sviluppare una corretta strategia aziendale

Il meglio del meglio non è vincere cento battaglie su cento bensì sottomettere il nemico senza combattere

Sun Tzu

Come sono solito ricordare da Advisor, la strategia aziendale è l’elemento tramite il quale si potranno disegnare tutta quelle serie di azioni che dovranno essere attuate al fine di garantire una concreta e reale crescita.

Fondamentalmente, sviluppare una strategia aziendale, vuol dire anche correre dei possibili rischi economici. Tuttavia, come Advisor, ricordo che lo sviluppo di una corretta strategia aziendale consentirà, se non proprio di eliminarli completamente, di poterli controllare al meglio e, di conseguenza, ridurli.

Sulla base di ricerche di mercato, la strategia aziendale della propria azienda definisce i personali obiettivi, in termini di fatturato e di crescita, come pure i mezzi per implementarli. Oltre a ciò, tramite di essa si andrà a costruire la individuale posizione di mercato nei confronti dei diretti concorrenti, oltre che permettere di avere una visione chiara di come mantenere o far crescere la propria attività.

Consequenzialmente a tutto ciò, una buona strategia di business, realistica e operativa, richiede una conoscenza approfondita del mercato, la quale è, quindi, un elemento chiave per costruire una strategia, ma anche per definire il contesto dell’azienda, ovvero i punti di forza e quelli deboli, e per definire le capacità finanziarie.

In tutto questo contesto un qualcosa di importante è anche lo stabilire a quali possibili segmenti della clientela si dovrà dare la priorità. In altri termini, è da valutare se si preferisce indirizzarsi su quella che è la base della tradizionale clientela, oppure se si è alla ricerca di nuovi segmenti emergenti legati alla propria attività.

Legato a tutto ciò, vi saranno aspetti quali, ad esempio, la scelta dei mezzi che si andranno ad adottare, quale potrà essere l’adattamento della personale offerta per raggiungere la clientela posta come target. Si dovrà, anche, optare tra una politica dei prezzi aggressiva oppure scegliere di puntare su una particolare caratteristica dei prodotti o servizi, sempre in chiave del raggiungimento di un vantaggio competitivo.

In sostanza, quando si tocca un argomento quale il come sviluppare una personale strategia aziendale, è fondamentale rendersi conto che si tratterrà di effettuare un mix di varie strategie, tutte volte a definire al meglio tanto l’esatta definizione dei prodotti o servizi proposti, quanto il loro prezzo, le reti di distribuzione e i mezzi di comunicazione che si vorranno andare ad adottare.

Quindi, come ho sempre sostenuto, tutto questo deve essere costruito in un periodo che dovrà essere, per forza di cose, di diversi anni, in modo di essere certi relativamente alle azioni che saranno da intraprendere e alle decisioni da prendere. In conclusione, pare quanto mai evidente che l’impostare una strategia aziendale sia un avvenimento unico, dato che sarà sviluppato sulla base di elementi come, per esempio, le caratteristiche dei prodotti o servizi, i personali obiettivi di vendita e sulla posizione futura dell’azienda sul mercato, il tutto, quindi, impostato su obiettivi specifici e assolutamente realistici.

Il futuro dell’economia digitale

Non con i sentimenti pacifisti, ma con una organizzazione economica mondiale, l’umanità civile potrà essere salvata dal suicidio collettivo

Bertrand Russell

Come Advisor, sono da sempre particolarmente interessato a quale potrà essere il prossimo futuro dell’economia digitale, oltre che nel cercare di avere una maggiore visione del suo forte impatto nei vari aspetti dell’economia globale.

Inoltre, da Advisor sono propenso a studiare e comprendere quanto sia le tecnologie dell’informazione sia quelle della comunicazione possano condizionare l’indirizzo di sviluppo di una società. Quel che è assodato, infatti, è che sempre più le attività di diversa natura sono dipendenti ad internet.

D’altra parte, non è di certo difficile constatare quanto sia in aumento la percentuale di soggetti connessi al web. Un determinante contributo datomi in questo mio particolare interesse, fu propriamente fornito dalla lettura del Monitoring Report Wirtschaft Digital pubblicato nel 2015 da parte del ministero tedesco dell’economia. Infatti, da questa lettura, sinceramente occasionale, compresi meglio come l’intera economia digitale rappresentasse un settore dal futuro imprenditoriale veramente vivace.

Non a caso, quindi, oggigiorno il settore digitale raffigura uno dei principali rami dell’economia, dato, non solo per l’alto numero di persone che sono lì impiegate, ma, anche, per l’altissima presenza di società che sono collegate ad internet. Di fatti, è riuscito, in breve tempo a superare, di gran lunga, per importanza settori strategici quali, ad esempio, l’industria chimica, la produzione automobilistica e l’ingegneria meccanica.

Come ho avuto modo di constatare direttamente più volte, nei mercati tedeschi, questa tendenza sta già avendo un impatto significativo sulle transazioni. Un qualcosa, che viene ad ulteriormente certificato dai vari studi realizzati per analizzare le varie tendenze emergenti. Da questi autorevoli studi, si evince chiaramente come le transazioni generate dall’economia digitale abbiano registrato uno sviluppo molto dinamico.

Nel mobile mondo economico tedesco è, poi, interessante notare come Berlino risulti essere l’indiscussa campionessa, la quale, tra l’altro, è riuscita, anche nella non semplice impresa, di superare ampiamente Monaco, il consueto leader di questo campo.

Di fatti, mentre la capitale bavarese attira giganti del software e il tradizionale settore ICT, Berlino è la città prescelta per le start-up e la net economy. Comunque, Monaco detiene saldamente la seconda posizione in Germania per quanto verte le transazioni relative all’economia digitale.

Quel che interessa, inoltre, è constatare come si sia assistito ad un complessivo e sostanzioso aumento generale dei volumi riguardanti l’economia digitale. Un notevole sviluppo dinamico che, a partire dagli ultimi anni, è osservato sempre più con particolare interesse. Un qualcosa, che può essere facilmente verificabile nelle transazioni totali che avvengono a Francoforte, Colonia e ad Amburgo.

Pertanto, diventa fondamentale intensificare gli sforzi se si desidera ritagliarsi un posto in questo settore economico in forte crescita. In conclusione, pur essendoci delle fluttuazioni significative, la quota generale creata dall’economia digitale, rimane di particolare interesse e di forte attrattiva.

Francia: un Paese dove dalle parole si passa ai fatti

La realtà esiste nella mente umana e non altrove”.

George Orwell

Come Advisor, noto, non senza vivo stupore, che mentre in Italia la solita classe politica va avanti con inutili ostentazioni e proclami senza la più che minima attuazione, le cose nel resto del mondo sono ben differenti. Per accorgersene non occorre andare chi sa dove.

Infatti, è sufficiente analizzare con attenzione cosa sta avvenendo in Francia, un paese confinante con l’Italia e meta turistica tra le più note. Orbene, come Advisor, devo constatare come in quel paese le cosiddette start-up siano in costante aumento e come gli investitori iniettano milioni di euro per sostenere i progetti più ambiziosi. Non a caso, Parigi, sta spodestando Londra come capitale europea della innovazione.

Per avere una maggiore idea del come in Francia stiano effettivamente cambiando le cose, è sufficiente ricordare che lì esistono qualcosa come tra le 5.000 e le 6.000 start-up e che, nel solo 2016, oltre 850 milioni di euro sono stati investiti in capitale di rischio, una somma che è triplicata rispetto a soli tre anni indietro. Ma non finisce qui. Infatti, è da sottolineare come siano proprio i principali gruppi francesi a sostenere questa attività. Quindi, sono i grandi gruppi come, ad esempio, AXA, PSA ed Engie, che stanno supportando le creazioni di business.

I risultati più evidenti sono palesi, visto che Parigi è ora davanti a Berlino sul podio delle città europee concentrate sulla economia digitale.  Un movimento che, di conseguenza, continua con la creazione di un gigantesco incubatore di idee e movimenti finanziari. Oltre a ciò, si deve correttamente ricordare che, questo eccezionale successo, è, anche, in grado di riuscire ad attirare numerosi investitori stranieri, alcuni dei quali hanno acquistato applicazioni create da ingegneri francesi.

Eppure, pare che la classe politica ed economica italiana, sia lontana anni luce dal comprendere come il digitale sia sempre più una rivoluzione in continuo progress, della quale non potremo fare a meno. Pertanto, sarebbe molto più corretto rendersi conto che non è più il tempo di misurare la vastità delle opportunità, ma piuttosto di affrontare i rischi intrinseci.

Non a caso, il digitale è sinonimo di un progresso che ogni giorno prospetta un futuro ove i suoi contorni risultano essere maggiormente disegnati. Quindi, un futuro che propone numerose possibilità di successo oltre che assumere le connotazioni di un possibile rifugio per degli ottimi e proficui investimenti.

Ovviamente, come, d’altronde ogni tipo di investimento, anche il digitale non è assolutamente un universo libero da interrogatori, come pure da nessun limite di sovrapposizione. Di fatti, per raggiungere il giusto equilibrio è quanto mai necessario sviluppare un progetto ambizioso, ovvero quello relativo al saper padroneggiare il mondo digitale che verte, perciò l’intera governance, cioè tanto la politica quanto l’economia.

In conclusione, reputo che questo sia il miglior approccio possibile se, effettivamente, si vuole che tutto questo possa effettivamente raffigurare uno strumento aperto a tutti al fine di beneficiare di quanto propone una economia digitale e non diventi una deriva con delle conseguenze drammatiche.

Il misterioso rapporto esistente tra l’essere umano e il denaro

Come Advisor, sarei non corretto nel riconoscere che, in tutta la storia della nostra economia, uno dei temi di base sia il rapporto esistente tra l’essere umano e il denaro. Tant’è che, nella dinamica economica, è considerato propriamente l’interesse personale il suo motore fondamentale.

Ma anche in qualità di Advisor, molte volte mi trovo ad interrogarmi quale sia la effettiva linea di confine che demarca il più che legittimo desiderio umano di guadagnare e l’avarizia. Ovvero, come tutto questo possa trasformarsi in una forma patologica di volontà di accumulare.

Avarizia o, come si diceva un tempo con un termine divenuto oramai arcaico, avidità, non solo rientra in quelli che sono i sette peccati capitali, ma, è un sentimento ove vige una avversione egoistica tanto nello spendere quanto nel donare. Quel che può sembrare eccentrico ma nella realtà dei fatti non lo è affatto, è che questo sentimento, è facilmente trasformabile in cupidigia.

Infatti, non è affatto strano osservare come l’avarizia sia capace di andare a braccetto con una biasimevole e smodata bramosia sfrenata di cupidigia, ovvero di un desiderio incontrollato, il quale non sembra volersi placare neppure se lo si soddisfa. È vero che se si va ad analizzare quale sia il tracciato di questo rapporto che vede il denaro confrontarsi con l’uomo, si scopre che è da sempre un qualcosa posto in un instabile equilibrio.

Non a caso, è proprio la storia economica che evidenzia, con perizia di innumerevoli esempi, il come siano stati costantemente oscillanti i vari equilibri, una specie di altalena tra virtù e vizi. Anche i giudizi relativi sono fortemente opposti, considerato che i poli estremi vedono da una parte sterco del diavolo il denaro, mentre in una visione completamente opposta, viene ad essere considerato come uno strumento utile per poter andare a facilitare aspetti come la produzione e gli scambi.

Sembra quasi, che, in questo misterioso rapporto esistente tra l’essere umano e il denaro, possano coesistere due opposte fazioni, seppure esse siano palesemente e diametralmente opposte.

Ma in un mondo tutto sommato opulento quanto vale ancora il concetto del geloso possesso? Su un argomento di tale e profonda portata, ovviamente, si sono sviluppati infiniti temi di discussione. Comunque, quel che a me pare evidente che in una dinamica economica, stia emergendo sempre più l’interesse personale visto, però, meramente come bramosia e cupidigia.

Pertanto, mi sembra di assistere ad un progressivo allentamento di quelle che reputo siano le giuste regole di ogni attività finanziaria. Considero che in una economia reale, una diversa visione porti verso una bolla speculativa, le cui conseguenze sono assolutamente drammatiche. Sono, difatti, innumerevoli i casi riportati in cronaca che raccontano episodi bancari ove la mera ambizione di creare soldi, si sia basata più su illusorie credenziali che su sostanziali rischi.

Intendo dire che, il più delle volte, spinti dalla bramosia di accumulare facili ricchezze, si sia portati a dimenticare che gli investimenti sono sottoposti ad imprevisti e che questi possono essere tanto procacciatori di ricchezza quanto di povertà. Pensare, illusoriamente, che il semplice giocare in borsa sia esclusivamente un mezzo per fare soldi, è quanto mai errato, oltre che essere stupido.

In conclusione, in ogni operazione finanziaria bramosia, cupidigia e avarizia non saranno mai degli ottimi consiglieri.

È ancora valido il concetto di investire in beni di rifugio?

Il possesso ci possiede!”

Hans Erich Nossack

Come prassi, specialmente in tempi di crisi economica e politica, torna a spirare forte il vento degli investimenti in beni di rifugio. Da Advisor, pur essendo perfettamente consapevole che un tipo del genere di investimento sia portatore di una certa tranquillità, rimango, invece, assolutamente basito quando questo viene ad essere esposto come un investimento che, in ogni caso, ci mette al riparo da ogni tipo di avvenimento.

Mi spiego meglio. Come Advisor, sono conscio che investire in cosiddetti beni di rifugio possa portare a godere di determinati benefit. Quello che invece aborro è il volerli sbandierare come ancora di salvataggio sicura. È qui, che è bene avere le idee chiare.

Purtroppo, il più delle volte, chi investe o ha la memoria corta o, come dice il vecchio detto, non v’è peggior sordo di quello che non vuole sentire. Infatti, se la storia ha evidenziato in maniera tanto chiaro quanto drammatica, è proprio quello che il possedere oro, diamanti e via dicendo, non è affatto un qualcosa che ci assicura la sopravvivenza.

Basterebbe solamente pensare di come il popolo ebraico sia stato spogliato letteralmente di tutti i propri beni e, questo, non solo ad opera dei nazisti. Infatti, perfino la tanto puritana e neutrale Svizzera, grazie alle sue banche, ha fagocitato senza tanti complimenti i beni delle famiglie ebree che erano stati lì depositati. L’elenco della spoliazione dei beni degli ebrei è lungo e non assolve, in generale, alcuna nazione.

Quindi, come è chiaro, il possedere beni di rifugio in situazioni come quella appena evidenziata ha un valore sotto lo zero. Se, poi, si volesse osservare con maggior attenzione il panorama mondiale, si avrebbero più sorprese che certezze. Allora, prima di parlare della convenienza o meno di investire nei beni rifugio, si dovrebbe evidenziare che tutto questo è e resta una forma di legittima speculazione e non è un salvacondotto da poter utilizzare come via di fuga.

Indubbiamente, in tempi di incertezza economica, trovare ragionevoli alternative è quanto mai logico. La cosa fondamentale, tuttavia, è non pensare o, peggio, credere, di acquistare un qualcosa che possa essere un passe-partout con il quale aprire tutte le porte.

Altro aspetto che il più delle volte si tende ad obliare, è il luogo di conservazione di detti beni rifugio. Al di là delle regole vigenti, è noto al mondo intero dell’esistenza dei cosiddetti paradisi fiscali, luoghi ove si pensa di essere al riparo di ogni evenienza. Seppure questo possa essere vero, non ci si può dimenticare che questi luoghi fanno ciò fino a quando fanno comodo ai poteri forti.

In pratica, i nostri beni rifugi lì conservati, saranno al sicuro fino a quando ai poteri forti farà comodo l’esistenza di questi “magici” luoghi. Sono, quindi, gli interessi a regolare il gioco e, questo, non sono di certo io a scoprirlo.

In conclusione, l’investimento in quelli che possono essere globali beni rifugio deve essere considerato e valutato esclusivamente come un investimento e non come virtuale lascia passare per una assoluta tranquillità esistenziale.