Il ruolo dell’economia nel nuovo ordine mondiale

Le persone stanno diventando sempre più consapevoli della necessità di un nuovo ordine mondiale

Karol Wojtyla

Più volte come Advisor, mi sono trovato a partecipare a tavole rotonde incentrate sul ruolo dell’economia nel nuovo ordine mondiale, ovvero in quel processo così denominato dai globalisti economici.

Da Advisor, sono più propenso a chiamare tutto ciò come reset economico globale. Come ho avuto modo di riscontrare nel passato, il programma globalista di alcuni economisti, è volto nella speranza di ottenere come premio o, meglio, come trofeo, la fine di un certo tipo di gioco finanziario.

In altre parole, sono dell’avviso che questo movimento di pensiero, veda come soluzione la creazione di una struttura economica globale completamente centralizzata, organizzata in un’unica banca centrale per tutto il mondo, inclusa l’abolizione del dollaro USA come valuta di riserva mondiale, l’istituzione del sistema di panieri del DSP che fungerà da ponte per una moneta unica che soppianti tutti le altre. In definitiva, la creazione di una sorta di governance globale, un sistema in mano ad una manciata elitaria.

Ovviamente, il più delle volte, i tempi di questo processo non sono chiari, ma, tuttavia, ci sono indicazioni di un inizio della fine. Importanti riviste economiche quali, ad esempio, il Globalist e il celeberrimo The Economist, più volte hanno presentato il 2018 come l’anno della Fenice, ovvero come il punto di partenza per il grande reset. Tutto questo, inoltre, è stato supportato dalle numerose misure già adottate per indebolire il dominio del dollaro nel commercio internazionale e per imporre il paniere di DSP del Fondo monetario internazionale.

È chiaro, dunque, che i globalisti hanno delle scadenze che intendono rispettare. Detto questo, ci sono stati nuovi e ulteriori sviluppi su questa mia analisi e su questa strategia di fine gioco che meritano, tutti, una seria attenzione. Infatti, è innegabile che il tentativo di sovvertire le regole sia più veloce che mai, dato che ci sono diversi indicatori che dimostrano come le “previsioni” dei globalisti abbiano sempre più incidenza nelle economie dei paesi.

Per quanto mi riguarda, sono più che mai convinto che gran parte delle loro profezie si auto avveravano, sulla base del loro punto di partenza fondamentale, ovvero dare vita ad una reingegnerizzazione dell’ambiente economico secondo un preciso schema.

Ma oltre a tutto ciò, è assolutamente chiaro che gran parte di questo progetto destinato, appunto, alla creazione di un nuovo ordine mondiale, farebbe affidamento in parte sulla Cina come motore economico in sostituzione della macchina globale, il quale andrà a dipendere sempre molto meno dagli Stati Uniti considerati in declino. In conclusione, sono dell’avviso che la Cina servirebbe ai promotori di siffatto progetto come un motore per dare vita ad una economia sempre più in mano a pochi e importanti centri di poteri.

Leggi i miei interventi sul mio sito professionale www.advisorabbate.com

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Il connubio esistente tra i mercati azionari e il sell-off

L’inflazione è quella forma di tassazione che può essere imposta senza legislazione

Milton Friedman

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Negli ultimi tempi, chi si occupa di finanza, tende a mettere in evidenza l’incidenza del sell-off nei mercati azionari. Ad esempio, da Advisor, ho notato come, il sell-off sia stato alimentato dalla germogliante preoccupazione degli investitori per i crescenti tassi di interesse degli Stati Uniti, il che potrebbe ridurre la crescita nella più grande economia mondiale e avere un dannoso effetto a catena sulla crescita globale.

Come Advisor, vorrei evidenziare che, ammesso che esista, una pura definizione di questa, ai più oscura, parola, ha come centralità la vendita irrazionale, incontrollata e incondizionata degli assets che sono, appunto, oggetto di un sell-off. In altri termini, che si tratti di energetici, di cosiddetti beni rifugio, di materie prime, di azioni, o tutti insieme, quando la vendita diventa generalizzata e, soprattutto, irrazionale, è un vero e proprio sell-off.

Ovviamente, il saper riconoscerlo evita di generare confusione e, di conseguenza, permette agli investitori di farsi prendere dal panico inutilmente. La chiave di volta è data dal fatto che un sell-off è sempre accompagnato da due azioni. La prima è identificabile da una accelerazione a ribasso, mentre la seconda è distinguibile da un consistente aumento dei volumi. Gran parte del mercato azionario mondiale pone come punto di riferimento l’economia statunitense, la quale risulta essere in piena espansione, sospinta ulteriormente dai tagli fiscali di Trump effettuati all’inizio di quest’anno, che hanno spinto la banca centrale statunitense ad alzare i tassi di interesse per mantenere a freno l’inflazione.

Tuttavia, sono sempre molti più gli economisti che stanno iniziando a mettere in guardia sul fatto che l’economia stia raggiungendo il picco, con un consequenziale rallentamento per il prossimo anno. Quindi, aumentare ulteriormente i tassi di interesse potrebbe esacerbare tale rallentamento, sebbene gli aumenti potrebbero essere necessari per frenare l’inflazione aggiuntiva derivante da un possibile aumento dei prezzi del petrolio e dai maggiori costi di importazione negli Stati Uniti derivanti dalle tariffe commerciali imposte da Trump.

Non a caso, nel frattempo, il Fondo Monetario Internazionale ha ridotto le proprie aspettative in merito alle previsioni di crescita globale, a causa della “guerra” commerciale di Trump in atto nei confronti della Cina e della stessa Europa. Ovviamente, gran parte della revisione effettuata, è propriamente derivante da questo stato di cose. Ma, tutto ciò, è l’inizio di una crisi molto più profonda? Ovvero, quanto sta accadendo è, effettivamente, in grado di dare vita ad un forte sell-off?

Di certo, i presagi non sono buoni. In effetti, su tutti i mercati presa, come un macigno, la spada di Damocle del debito globale complessivo. Che la situazione sia particolarmente agitata, lo si può, anche, notare, che un certa escalation dei prestiti, è arrivata dopo che le banche centrali di tutto il mondo hanno tagliato i tassi di interesse vicino allo zero durante la crisi finanziaria, nel tentativo di fermare l’ultima recessione impedendo, quindi, che si trasformasse in un’altra grande depressione. In conclusione, seppure vi siano ampi spazi di sano ottimismo, è vitale scoprire, a breve termine, quali altri problemi siano in agguato al fine di evitare che si vada innescare una polveriera che potrebbe generare delle conseguenze ancora più grandi di quelle che fino ad oggi si sono vissute.

 

Il grande mistero dello spread, il sovrano che regna sugli stati e sui mercati finanziari

La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità

John Fitzgerald Kennedy

Advisor Abbate - monete banconote soldi valuta finanza contanti

Anche io come Advisor, unitamente a tanti italiani, ogni giorno leggo sulle prime pagine dei vari giornali, sento dai notiziari, l’andamento dello spread, ovvero di quel termine utilizzato al fine di indicare quale sia la differenza di rendimento che intercorre tra i decennali titoli di stato italiani e quelli della Germania.

Da Advisor, tuttavia, deve constatare come lo spread sia uno di quei tanti argomenti che, volutamente, vengono ad essere ammantati dalle più fitte nebbie. In effetti, fino al 2011, il termine spread era totalmente sconosciuto tanto dai media quanto dal grande pubblico, utilizzato, esclusivamente, da coloro i quali erano considerati specialisti dei mercati. Tuttavia, a seguito del fallimento di Lehman Brothers, le cose iniziarono a modificarsi.

Chiunque volesse, poi, ricostruire un po’ la sua storia, si troverebbe a dover affrontare un linguaggio ricco di termini angloamericani e di definizioni tecno finanziarie. Di fatto, quindi, una costellazione appositamente creata, in modo che l’argomento spread sia divenuto, di fatto, un qualcosa di così complesso che è quasi impossibile trattarlo seguendo un semplice linguaggio corrente.

Tuttavia, a quanto sembra, è divenuto il perno sulla quale ruotano sia le decisioni politiche e sia quelle economiche. Personalmente, lo vedo come una sorta di un qualcosa appartenente e scaturito da una setta esoterica, più attenta a ritorni personali che fornire reali suggerimenti. Ma stranamente, il suo altalenante percorso, è oggetto di devozione, al punto che si sente la necessità di divulgare quotidianamente il suo stato di salute. Gli esiti di tutto ciò, sono pesanti, viste le ricadute su governi e mercati finanziari. In altre parole, sembra che il destino di milioni di investitori sia in balia degli effetti dello spread.

Nei fatti, quindi, pare che uno Stato seppure apparentemente sovrano, debba muoversi esclusivamente sulla base dei dettami dello spread. A tal proposito, a costo di apparire qualunquista, credo che tutto ciò sia esclusivamente un qualcosa che fa a capo a quella che si è soliti definire la grande finanza internazionale, ovvero quel centro di potere che detiene saldamente le redini di tutta l’economia mondiale e cioè le banche.

Qui, non si tratta di voler essere dei populisti, oppure di essere contro l’euro. Infatti si vuole solamente ricordare come e quanto siano meri messaggi propagandistici quelli che sono collegati allo spread. Non a caso, proprio dall’aumento dei tassi di interesse è data la possibilità di andare a lucrare su quello che è il debito pubblico. In pratica, chi manovra lo spread, lo fa con il fine unico di andare a lucrare sul debito pubblico e per fare in modo che si possa mantenere uno status quo che si basa su gli stessi politici che sono, in sostanza, al servizio dei grandi che hanno il potere finanziario.

In conclusione, tutte le azioni provocata appositamente dallo spread, fanno in modo che, lo stato italiano per pagare gli interessi, si trova nella situazione di sottrarre i fondi necessari ai servizi quali stato sociale, pensioni, sanità, con un consequenziale aumento della tassazione e una privatizzazione delle aziende che sono, guarda caso, così prede ambite dai pescecani della grande finanza.

Cos’è un mercato finanziario

Se aggiungi poco al poco, ma lo farai di frequente, presto il poco diventerà molto

Esiodo

Advisor Abbate - economia, tabellone, borsa

Come Advisor, più volte, ho avuto modo di illustrare cosa sia un mercato finanziario e quale siano le principali regole che vigono. D’altra parte, come Advisor, sono perfettamente conscio della sua importanza. Non a caso, tra i vari obiettivi dei mercati finanziari spicca il fatto che un mercato finanziario facilita la raccolta e l’investimento di capitali, come pure la creazione di valori e tariffe, ovvero le quotazioni, e il trasferimento del rischio nei mercati dei derivati.

In linea generale, quindi, un mercato finanziario è un mercato in cui individui, società private e istituzioni pubbliche possono negoziare titoli finanziari, materie prime e altre attività a prezzi che riflettono l’offerta e la domanda. I mercati possono essere classificati per tipo di attività e, quindi, possiamo trovare il mercato azionario, il mercato obbligazionario, il mercato monetario, il mercato dei cambi Forex, dove vengono scambiate le valute e le borse. Inoltre vi è il mercato dei futures, il mercato dei derivati e via dicendo.

Quindi, in maniera più che comprensibile, si può asserire che i mercati finanziari sono i mercati nei quali si incontrano le richieste di capitale a lungo termine e le offerte. Il mercato finanziario primario si basa sulla nuova emissione di azioni e obbligazioni, mentre il mercato finanziario secondario è il mercato in cui vengono scambiati i titoli già emessi. Ed è questo mercato secondario che viene scambiato dalle borse, come, ad esempio, quella di Wall Street.

Le richieste e le offerte di capitale si incontrano, perciò, nei mercati finanziari. Ad esempio, qualcuno che vuole investire una somma di denaro in una società troverà facilmente le azioni di una azienda che gli si addice. Esistono due tipi di prodotti che vengono introdotti sui mercati finanziari. Il primo sono le azioni, ovvero, la possibilità per un investitore di acquistare una parte di una azienda.

In cambio, riceverà dividendi, cioè quota dell’utile annuale distribuito agli azionisti, e un aumento del valore delle sue azioni se ha investito saggiamente. Le azioni sono considerate degli investimenti rischiosi. Se la società non realizza un profitto, infatti, l’investitore non riceve dividendi e il valore delle sue azioni diminuisce. Detto questo, il valore delle azioni è anche soggetto alle tendenze del mercato e alla fiducia degli investitori e, questo, lo vediamo ogni giorno!

Il secondo prodotto sono le obbligazioni. In questo caso, si tratta di prestiti emessi da Stati o società molto grandi. Sono rimborsati a scadenza predeterminata e portano interessi. L’interesse è pagato se la società guadagna o meno. Finora, le obbligazioni erano considerate quasi prive di rischio, ma il rendimento finanziario era inferiore alle azioni. Dalla recente crisi del debito, questo non è più il caso. Di fatti, non ispirano più fiducia nei mercati finanziari.

I mercati finanziari hanno una utilità innegabile, ossia consentono la liquidità degli investimenti. È impossibile ritirare il denaro investito nel capitale di una società. Pertanto, se un individuo o una azienda ha bisogno di denaro, e possono esservi molte ragioni, l’esistenza dei mercati finanziari consentirà loro di vendere le proprie azioni o obbligazioni.

I mercati offrono quindi sia sicurezza finanziaria per le imprese, le quali trovano capitale a lungo termine, e sia liquidità per gli investitori, se un investitore ha bisogno di denaro gli è facile vendere i suoi investimenti. In conclusione, questi mercati hanno permesso lo sviluppo economico dei paesi sviluppati.

Turchia, Sud Africa e Indonesia: paesi emergenti in una zona turbolenta

I profeti del nostro tempo sono coloro che hanno protestato contro lo schiacciamento dell’uomo sotto il peso delle leggi economiche e degli apparati tecnici, che hanno rifiutato queste fatalità

Giorgio La Pira

 

Come Advisor, sono dell’opinione che non è ancora la tempesta ma, oggettivamente, i mercati emergenti oscillano pericolosamente. La rupia indonesiana, come pure la lira turca e il peso argentino, il rand sudafricano, il rublo russo, il real brasiliano e il peso messicano, hanno, compressivamente, sofferto molto.

Indubbiamente, l’aumento del dollaro, il commercio e le tensioni diplomatiche indeboliscono queste economie. Da Advisor, annoto che la volatilità delle valute dei paesi emergenti si avvicina ai massimi registrati sulla scia della crisi finanziaria del 2008 e, finora, nessun miglioramento è in vista. La turbolenza si fa sentire forte anche sui mercati azionari.

Per esempio, l’indice MSCI, che comprende le azioni di circa 20 economie emergenti, è caduto, spesso, per diversi giorni consecutivi. Colpite dal timore di un contagio, le borse di Hong Kong, Shanghai e Shenzhen in Cina, hanno avuto brusche cadute. Una delle prime avvisaglie si è avvertita all’inizio di agosto con quanto stava avvenendo in Turchia.

Una scossa alimentata dalle forti tensioni diplomatiche con Washington, dalle fragorose uscite del presidente Erdogan e dai malcelati squilibri economici. In pratica, il forte disavanzo dell’economia di questo paese, ha fatto crollare bruscamente la lira turca. Quindi, sull’onda di questo avvenimento e, unitamente, a seguito del calo delle valute straniere di altri paesi sparsi in tutto il mondo, ben presto, si sono andati a sollevare i timori di contagio.

Ma, sullo sfondo, si intravedono ben altri scenari. Infatti, quello che sta avvenendo in Turchia, come in altre parti del mondo, sembra che sia meramente una fredda prova di forza di forza, un tentativo di emergere e di svincolarsi dalle attrattive messe in atto dal mercato statunitense. È, tuttavia, da sottolineare che, per molto tempo, queste economie hanno beneficiato di quella che gli analisti chiamano la ricerca del rendimento.

Infatti, quando i tassi erano vicini allo zero, gli investitori si sono riversati in queste regioni per avviare attività remunerative. I banchieri centrali sono stati molto audaci, nel comprare attività finanziarie, come pure nell’usare il loro potere esclusivo per coniare moneta. Questa storica creazione di liquidità ha reso la felicità degli investitori. Ma non c’è un bel finale in tutte le storie e, la drammaticità della cronaca, mette duramente in rilievo quello che sta avvenendo.

Dall’inizio del 2018, la BCE, cioè la Banca centrale europea, per esempio, ha intrapreso una traiettoria di “normalizzazione” della sua politica monetaria, vale a dire, ha cessato di avere i tassi di interesse con livelli considerati anormalmente bassi. Non a caso, qualcuno ha, anche sostenuto che nel mercato azionario, il rallentamento economico sarà la rappresentazione della giustizia e della pace.

Naturalmente, ogni rivoluzione ha luogo in un contesto che influenza i suoi effetti. Una crescita economica resiliente, un aumento dell’inflazione, specialmente negli Stati Uniti, in conclusione, incoraggerebbero le banche centrali ad accelerare il loro disimpegno.

Il QE: una misteriosa manovra economica o effettiva risorsa per un rilancio?

Non con i sentimenti pacifisti, ma con una organizzazione economica mondiale, l’umanità civile potrà essere salvata dal suicidio collettivo

Bertrand Russell

 Advisor Abbate - bce sede

Come Advisor, so perfettamente che gli investitori devono monitorare attentamente la politica monetaria delle banche centrali. Inoltre, l’impatto sulla fiducia delle incredibili avventure dei leader politici, e, anche, l’attualità dell’attività economica, acuisce ulteriormente la curiosità del risparmiatore.

Tuttavia, anche per gli investitori motivati, l’esame delle politiche monetarie messe in atto dalle banche centrali, il più delle volte, non è certo una lettura accattivante. Da Advisor, desidero rammentare che, molto spesso, la cosa più visibile non è necessariamente quella più importante. Infatti, anche secondo il parere di molti celebri economisti, la rivoluzione che influenzerà maggiormente la direzione dei mercati finanziari nei prossimi mesi, e probabilmente nei prossimi anni, non è tanta una questione politica ma, soprattutto, monetaria.

Quasi dieci anni fa si è andato a sviluppare il QE, Quantitative Easing, una locuzione inglese che indica, in lingua italiana, una facilitazione quantitativa, o anche un allentamento quantitativo o un alleggerimento. In altri termini, sicuramente maggiormente comprensivi, il QE designa una modalità tramite la quale una Banca Centrale va ad intervenire, in modo non convenzionale, sia sul sistema economico e sia sul sistema finanziario di un determinato paese, al fine di far aumentare la moneta che è in circolazione.

Anche se probabilmente non giusto considerare il Quantitative Easing, come l’ultima spiaggia, è, comunque, una medica inventata dalla Banche Centrali allo scopo di curare “malattie gravi”. Visto, quindi, dalle Banche Centrali come mezzo al fine di poter stimolare, tra l’altro, la crescita della produzione e dell’economia, può, tuttavia, avere dei negativi effetti.

Personalmente, valuto il Quantitative Easing, più che altro come un vero e proprio artifizio a supporto di quegli stati che si trovano in difficoltà tanto nel sostenere quanto nel rinnovare quello che è il proprio debito pubblico. Inoltre, è da considerare che tale manovra è considerata non convenzionale, proprio perché non ha nulla a che fare con tutte quelle tipiche misure che caratterizzano una politica monetaria. A riprova di quanto sostengo, ricordo che uno dei primi effetti prodotti dal Quantitative Easing, si può riassumere in tre cose.

La prima, è quella di far alzare i costi dei titoli che vengono ad essere acquistati, la seconda che fa ridurne il rendimento e la terza, quella poi maggiormente nevralgica, consente alle banche di una liquidità maggiore. Fino a qui, parrebbe essere un qualcosa di interessante. Tuttavia, vi è un pericolo che sovrasta l’intera manovra.

Infatti, non è assolutamente certo che, il denaro che è pervenuto alle banche attraverso le operazioni di QE, davvero passi alla cosiddetta economia reale! Invero, vi è sempre la forte possibilità che gli istituti bancari, prendano la decisione di mantenere tutto il denaro proveniente dal Quantitative Easing, in depositi presso la stessa Banca Centrale. Infatti, quando vi sono periodi contraddistinti da difficoltà economiche, le banche giudicano, di solito, alquanto rischioso e pericoloso effettuare operazioni di prestito.

A fronte di ciò, e considerato la mancanza di sicurezza che il denaro che è stato creato dal QE arrivi effettivamente all’economia reale, questa manovra, in conclusione, risulta essere, nel suo complesso, esclusivamente un alleggerimento di quelli che sono i debiti accumulati sul debito pubblico stesso.

Eccedenze tedesche, fonte di squilibrio per l’Europa e per gli Stati Uniti d’America

Le quattro parole più pericolose in un investimento sono: questa volta è diverso

John Templeton

Germania

Deutschland über alles, über alles in der Welt, ovvero, la Germania sopra a tutto, sopra a tutto nel mondo. L’annuncio del grande surplus del bilancio tedesco, un vero serpente marino in Europa, suona come una provocazione per il presidente americano. Come al solito, la questione ha una visuale diversa a seconda da dove la si osserva.

Come Advisor, annoto che la Germania sta registrando, ancora una volta, un grande surplus. Secondo l’IFO, ossia l’Institute for Economic Research l’influente indicatore di Monaco, l’eccedenza dovrebbe essere vicina a 300 miliardi di euro quest’anno, ovvero il 7,8% del prodotto interno lordo, cioè del PIL. Sarà un po’ meno del record ottenuto nel 2017, ma il paese rimane, comunque, sul primo gradino del podio, davanti a Giappone e Cina.

Ovviamente, nel versante degli Stati Uniti, questo risultato annunciato sembra una provocazione. Non a caso, questo scottante argomento è rapidamente divenuto una parte delle ossessioni di Donald Trump. A maggio 2017, ad esempio, aveva già twittato che era molto negativo per gli Stati Uniti aver enorme deficit commerciale con la Germania. Inoltre, ricordava come la Germania non sosteneva economicamente quanto dovrebbe la NATO.

Quindi, è alquanto evidente che le cosiddette eccedenza tedesche siano tanto una fonte di squilibrio per l’Europa, quanto per gli Stati Uniti d’America. Infatti, se per il presidente americano è frutto di trucchi il fatto che la Germania risulti essere un paese in surplus, in Europa, le eccedenze tedesche sono viste come un pericoloso serpente di mare.  Soprattutto in Francia, dove si dilettano regolarmente a prendere in giro i loro vicini troppo virtuosi. In tempi recenti, anche il Fondo monetario internazionale, cioè l’FMI, ha, stranamente, aderito alle critiche.

Ma, in effetti, qual è il problema?  La competitività dell’industria in Germania è stata in parte amplificata dalla moderazione salariale nel paese all’inizio degli anni 2000. Non a caso, l’eccedenza tedesca ha diverse fonti. Comunque, è da considerare come sia, principalmente, il risultato del dinamismo dell’industria in Germania. Quindi, la sua competitività è stata solamente in parte amplificata dalla moderazione salariale nel paese all’inizio degli anni 2000. Quel che è certo, che i salari più bassi hanno limitato le importazioni stimolando, al tempo stesso, le esportazioni.

A tal proposito, da Advisor devo ricordare che, secondo una recente nota del Tesoro francese, il fenomeno spiega almeno un terzo dell’attuale avanzo delle partite correnti tedesche. Certamente, la crescita industriale ed economica della Germania è un qualcosa di incontrovertibile.

Di conseguenza, è più che normale che sia i paesi europei e sia gli Stati Uniti d’America, vedano il tutto come un qualcosa in grado di modificare i già delicati equilibri della politica economica mondiale. Pur tuttavia, è da ammettere in conclusione, che tutto ciò è anche il frutto dell’enorme eccesso di risparmio pubblico e privato del paese di Angela Merkel, superiore alle esigenze degli investimenti interni.

L’importanza di comprendere le correzione del mercato

Il fattore chiave che determinerà il tuo futuro finanziario non è l’economia; il fattore chiave è la tua filosofia

Jim Rohn

Come Advisor, sono dell’avviso che un ritorno alla razionalità, anche se costa agli investitori, sia sempre un qualcosa di basilarmente importante. Cardine della questione è, quindi, il saper comprendere le correzioni del mercato.

Da Advisor, considerato fondamentale, proprio per una maggiore comprensione, tornare indietro di qualche anno. Dopo la grande crisi finanziaria del 2008, tutti i governi dei paesi sviluppati si sono dichiarati incapaci di rimettere in carreggiata le proprie economie, paralizzate dai loro livelli eccessivi di debito. Il destino delle economie è stato, quindi, consegnato alle banche centrali.

Esse, hanno usato tutto il loro potere per svolgere il loro compito, utilizzando l’unico mezzo a disposizione di una banca centrale per sostenere l’attività economica, ovvero fornire liquidità al sistema economico.

Le banche centrali hanno, pertanto, intrapreso il percorso coraggioso delle transazioni non convenzionali, compresi gli acquisti massicci di attività finanziarie dal mercato. Queste operazioni hanno portato liquidità senza precedenti al sistema economico, acquistando obbligazioni sistematiche e massicce e facendo cadere drasticamente i tassi di interesse. Questo calo dei rendimenti ha spinto gli investitori a cercare compensazioni più interessanti, acquistando nel mercato del credito e azionario.

Non è stata, perciò, la performance dell’economia reale a motivare gli investitori azionari, ma la promessa delle banche centrali che il costante contributo alla liquidità continuerebbe a sostenere il prezzo di tutte le attività finanziarie.

Questa dinamica complessiva ha portato i mercati obbligazionari e azionari ad avere lo stesso slancio verso l’alto, con l’indice azionario europeo, ad esempio, che ha guadagnato oltre il 40% dal 2013 al 2017, mentre il tasso di interesse sui titoli di Stato tedeschi è stato diviso per quattro, passando dal 2% allo 0,5% nel periodo.

Non importava, in quel periodo, che la crescita economica reale rimanesse fiacca. Paradossalmente, finché l’impatto di queste politiche monetarie sull’economia reale è rimasto insufficiente, è stata assicurata la continuità del sostegno delle banche centrali.

Di conseguenza, i mercati potrebbero continuare a salire. Pertanto, la domanda che era legittimo chiedersi era il sapere quale forma avrebbe preso il risultato di questo periodo eccezionale. In caso di fallimento finale di queste politiche monetarie, vale a dire in caso di calo dell’inflazione, i mercati rischiano una notevole crisi di fiducia. Questo fallimento è stato evitato.

Dovrebbe essere capito, invece, che l’ascesa dei mercati negli ultimi anni è stata su una cresta formata da diverse insidie. La banca centrale degli Stati Uniti, ossia la Fed, è stata in grado di interrompere l’acquisto di obbligazioni nell’ottobre 2014 senza che i mercati o le obbligazioni o le azioni non si muovessero in modo duraturo. Durante questo periodo, la crescita e l’inflazione non erano né troppo forti né troppo deboli.

La Banca centrale europea, subito dopo il 2015, ha avviato il proprio programma di acquisto. Inoltre, sulla scia del timore che il voto britannico sulla Brexit ha causato sui mercati a giugno 2016, le banche centrali sono state in grado di placare immediatamente gli investitori con il tanto necessario sostegno. In conclusione, gli investitori devono capire che i fattori di performance a cui si sono abituati si stanno invertendo.

I pericoli di eccessi derivanti da una fase di espansione dei mercati finanziari

Investire con successo significa anticipare le anticipazioni degli altri

John Maynard Keynes

Advisor Abbate - economia, crisi incertezzaCome Advisor, so perfettamente che la troppa euforia e i mille “evviva” che nascono spontaneamente da una positiva fase di espansione dei mercati finanziari possono, alle volte, innescare pericolosi eccessi di facile entusiasmo.

Come Advisor, ricordo che è proprio in questa delicata fase che gli investitori sono soliti commettere evitabilissimi errori. Se, ad esempio, dall’inizio dell’anno, il mercato azionario statunitense è cresciuto dell’8,5%, i mercati azionari europei sono scesi del 2% in media e quelli dei mercati emergenti sono diminuiti del 10%. Quindi, la spettacolare performance del mercato americano, può essere un qualcosa di “insolente”.

Quando ci avviciniamo alla fine di un ciclo, come sembra essere il caso in questione, diventa sempre molto difficile mantenere forti convinzioni. Non a caso, è proprio nell’ultima fase di espansione, che i mercati tendono a commettere i loro maggiori eccessi. Personalmente, sono dell’avviso che l’entusiasmo generale, il vertiginoso aumento dei mercati azionari e l’aumento dell’inflazione, concorrono a far sì che si vada a produrre, quasi meccanicamente, un loro antidoto.

Di solito, le banche centrali, ansiose di calmare il gioco, stringono la loro politica monetaria. Un qualsiasi banchiere centrale, tradizionalmente, ha come spauracchio storico l’inflazione. Quasi per inerzia, perciò, si tende a frenare una crescita. Nel tempo, ho potuto constatare come le banche centrali si siano abituate a commettere l’errore di continuare ad aumentare i tassi di interesse mentre la crescita economica è iniziata a rallentare. In questo panorama, poi, non può certamente essere dimenticata la crociata protezionistica di Donald Trump, la quale preoccupa, non poco, i mercati finanziari. Così facendo, le banche centrali contribuiscono molto spesso alla recessione economica e alla crisi del mercato.

A testimonianza di questa tendenza, è sufficiente citare Jean-Claude Trichet, allora presidente della Banca centrale europea ossia la BCE, il quale decise di aumentare i tassi chiave nell’agosto 2008, perché gli indicatori di inflazione erano tesi, mentre la recessione economica era già in progress. Questo errore è rimasto indelebile nei miei ricordi. In sua difesa, tuttavia, è da rammentare che, con rarissime eccezioni, i banchieri centrali credono solo a ciò che vedono. Personalmente, sono dell’opinione che si debbano saper anticipare le inversioni.

D’altra parte, è essenziale che gli investitori anticipino le inversioni, pena la rovina, come accadde nel periodo 2000 e 2001 o nel 2008. Dovremmo, quindi, smettere di partecipare all’euforia derivante del mercato americano, perché quest’ultimo potrebbe emetterebbe il suo ultimo urrà? Il compito di rispondere a questa domanda, che è molto classica, di solito arriva dagli economisti. Per il momento, rimango relativamente ottimista sulla crescita degli Stati Uniti, grazie a una politica fiscale fortemente stimolante che compensa la stretta monetaria.

Ad ulteriore spiegazione, sufficiente per giustificare una simile opinione del mercato americano, desidero sottolineare come l’incontro di questa crescita economica con due perturbazioni esogene piuttosto eccezionali, sia molto decisiva per comprendere l’eccezione americana. In conclusione, sono dell’avviso che banche centrali non possano, questa volta, accontentarsi di aumentare, seppure con cautela, i loro tassi di interesse.

Cos’è e da cosa può essere influenzata una strategia aziendale

La strategia è la via del paradosso. Così, chi è abile, si mostri maldestro; chi è utile, si mostri inutile. Chi è affabile, si mostri scostante; chi è scostante, si mostri affabile

Sun Tz

Advisor Abbate - economia - sviluppo

Come Advisor, più in una occasione, sono costretto a dover osservare i mille aspetti e situazioni che possono andare ad influenzare una strategia aziendale. In una dinamica competitiva, la strategia di una azienda è parte del lavoro di Advisor. L’insieme, perciò, è un processo di elaborazione, con le sue incertezze e le sue ambiguità riguardo alle aspettative e alle preferenze.

La strategia è sviluppata, pertanto, come un dialogo tra decisioni e azioni, intervallate da attriti. In altre parole, situazioni ambigue come, appunto, i momenti di attrito offrono opportunità per i giochi d’influenza. L’influenza di un’azienda può apparire al suo interno o nei suoi rapporti con il mondo esterno in ogni fase della sua attività. Conoscere e analizzare questi elementi, pertanto, contribuisce alla costituzione della propria identità aziendale.

L’azienda costruisce relazioni con altre entità nel suo ambiente e ciò può avvenire in molte forme. Infatti, queste non sempre si conformano ai tradizionali modelli di mercato e organizzativi. In particolare, i legami che l’azienda ha per accedere a risorse scarse da cui dipende, sono spesso simili a relazioni influenti. Di conseguenza, è più che normale che l’influenza degli operatori si vada a concentrare sulla valutazione delle informazioni e delle relazioni.

Ma il ruolo dell’influenza nella strategia aziendale, va ben oltre a questo quadro. Per comprendere tutti i fenomeni di cambiamenti nelle aspirazioni, nelle preferenze e negli interessi, dunque, è vitale approfondire la conoscenza della materia.  Non a caso, l’influenza non si adatta a tutti i contorni della strategia di una azienda. Infatti, parte di questa strategia deriva da scelte deliberate, a volte da realtà emergenti, e talvolta solo il ruolo svolto dall’influenza consente di migliorarne lo sviluppo. A fronte di tutto ciò, è possibile andare a definire un concetto usando le pratiche conosciute, anche perché, alle volte, la pratica precede la ricerca teorica.

Per quanto riguarda l’influenza, la pratica ingrandisce e specifica il campo. La teoria ha cercato a lungo di spiegare i meccanismi e definire le molle. Ricercatori e professionisti concordano spesso sul fatto che il concetto di influenza è definito dalla sua attuazione.

Tuttavia, condividono una definizione generale. L’influenza di una azienda, secondo James G. March, per esempio, è la sua capacità di modificare le preferenze, gli interessi e le aspirazioni dei suoi stakeholder e della società in generale, così da farli agire nella direzione delle proprie preferenze, viste come interessi e aspirazioni agli occhi dei suoi decisori.

In altre parole, per raggiungere gli obiettivi dell’azienda, i suoi membri possono utilizzare le tecniche di influenza per attirare l’attenzione o fare un’impressione, o per diffondere argomenti o guidare le scelte. Queste pratiche, in conclusione, sono rivolte a clienti, fornitori, fornitori di servizi e tutti gli altri attori i cui collegamenti sono essenziali per l’allocazione e la valorizzazione delle risorse.