Il connubio esistente tra i mercati azionari e il sell-off

L’inflazione è quella forma di tassazione che può essere imposta senza legislazione

Milton Friedman

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Negli ultimi tempi, chi si occupa di finanza, tende a mettere in evidenza l’incidenza del sell-off nei mercati azionari. Ad esempio, da Advisor, ho notato come, il sell-off sia stato alimentato dalla germogliante preoccupazione degli investitori per i crescenti tassi di interesse degli Stati Uniti, il che potrebbe ridurre la crescita nella più grande economia mondiale e avere un dannoso effetto a catena sulla crescita globale.

Come Advisor, vorrei evidenziare che, ammesso che esista, una pura definizione di questa, ai più oscura, parola, ha come centralità la vendita irrazionale, incontrollata e incondizionata degli assets che sono, appunto, oggetto di un sell-off. In altri termini, che si tratti di energetici, di cosiddetti beni rifugio, di materie prime, di azioni, o tutti insieme, quando la vendita diventa generalizzata e, soprattutto, irrazionale, è un vero e proprio sell-off.

Ovviamente, il saper riconoscerlo evita di generare confusione e, di conseguenza, permette agli investitori di farsi prendere dal panico inutilmente. La chiave di volta è data dal fatto che un sell-off è sempre accompagnato da due azioni. La prima è identificabile da una accelerazione a ribasso, mentre la seconda è distinguibile da un consistente aumento dei volumi. Gran parte del mercato azionario mondiale pone come punto di riferimento l’economia statunitense, la quale risulta essere in piena espansione, sospinta ulteriormente dai tagli fiscali di Trump effettuati all’inizio di quest’anno, che hanno spinto la banca centrale statunitense ad alzare i tassi di interesse per mantenere a freno l’inflazione.

Tuttavia, sono sempre molti più gli economisti che stanno iniziando a mettere in guardia sul fatto che l’economia stia raggiungendo il picco, con un consequenziale rallentamento per il prossimo anno. Quindi, aumentare ulteriormente i tassi di interesse potrebbe esacerbare tale rallentamento, sebbene gli aumenti potrebbero essere necessari per frenare l’inflazione aggiuntiva derivante da un possibile aumento dei prezzi del petrolio e dai maggiori costi di importazione negli Stati Uniti derivanti dalle tariffe commerciali imposte da Trump.

Non a caso, nel frattempo, il Fondo Monetario Internazionale ha ridotto le proprie aspettative in merito alle previsioni di crescita globale, a causa della “guerra” commerciale di Trump in atto nei confronti della Cina e della stessa Europa. Ovviamente, gran parte della revisione effettuata, è propriamente derivante da questo stato di cose. Ma, tutto ciò, è l’inizio di una crisi molto più profonda? Ovvero, quanto sta accadendo è, effettivamente, in grado di dare vita ad un forte sell-off?

Di certo, i presagi non sono buoni. In effetti, su tutti i mercati presa, come un macigno, la spada di Damocle del debito globale complessivo. Che la situazione sia particolarmente agitata, lo si può, anche, notare, che un certa escalation dei prestiti, è arrivata dopo che le banche centrali di tutto il mondo hanno tagliato i tassi di interesse vicino allo zero durante la crisi finanziaria, nel tentativo di fermare l’ultima recessione impedendo, quindi, che si trasformasse in un’altra grande depressione. In conclusione, seppure vi siano ampi spazi di sano ottimismo, è vitale scoprire, a breve termine, quali altri problemi siano in agguato al fine di evitare che si vada innescare una polveriera che potrebbe generare delle conseguenze ancora più grandi di quelle che fino ad oggi si sono vissute.

 

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