La disoccupazione giovanile e le implicazioni economiche

Il peggior mestiere è quello di non averne alcuno

Cesare Cantù

Come Advisor reputo che alla base di una sana economia vi sia un corretto ricambio generazionale. Ogni paese, infatti, ha assoluta necessità di forze nuove e fresche per prosperare anche in campo economico. Di conseguenza, i giovani devono essere visti come il futuro di una nazione.

Questo per l’Italia è un qualcosa di totalmente ignorato e scarsamente valorizzato e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Il dramma della follia e che il Paese Italia è governato da una classe politica che è stata in grado di creare un assurdo ciclo vizioso. Non per nulla, da una parte si è allungata l’età pensionabile e dall’altra si è andato a precludere un naturale ricambio generazionale.

In pratica si è pensato di costringere i lavoratori ad andare in pensione a quasi settant’anni e, nel contempo, di precludere ai giovani di accedere in maniera definitiva nel mondo del lavoro.

Da Advisor, reputo che tutto ciò sia estremamente pericoloso. Non si può, infatti, non osservare come il tutto abbia creato una futura generazione intrisa di dubbi e, per molti versi, di disperazione unitamente a tutta una popolazione di lavoratori che vorrebbe, finalmente, tirare il fiato.

In questo disastroso e disastrato panorama emerge, chiaramente, la totale incapacità della politica italiana, il frutto di governi non votati dal popolo che, tuttavia, hanno così profondamente inciso sulla vita dei suoi cittadini.

Per affondare volutamente il dito nella piaga, si deve mettere anche in risalto la mancanza di congruenza tra una formazione e il mondo del lavoro.

Infatti, anche sulla preparazione scolastica e universitaria vi sarebbe molto da dire. Non a caso, questo aspetto incide notevolmente sulla problematica della disoccupazione giovanile, con le ovvie implicazioni economiche.

Recentemente ho avuto l’occasione di partecipare ad un convegno incentrato proprio su questo aspetto.

Orbene, ho sentito che meno della metà dei datori di lavoro rimane soddisfatta del livello di preparazione dei loro dipendenti e che molti hanno ancora posti vacanti dato che non sono riusciti a reclutare qualcuno con le giuste competenze.

In particolare. Mi ha profondamente colpito il fatto che quasi tutti i possibili datori di lavoro si riferivano ad una forte carenza di competenze soft skills, ossia di quelle competenze trasversali che evidenziano le qualità personali quali, ad esempio, l’atteggiamento e l’etica nel lavoro, la comunicazione orale e le relazioni interpersonali. Di fatto, non vedono una capacità di essere dei veri leader. La transizione tra studio e lavoro è delicata.

Una volta che i giovani hanno in mano un diploma oppure una laurea debbono confrontarsi con la rigida regolamentazione del mercato senza avere, effettivamente, la più che pallida idea di quali siano le regole. Alla fine, il tutto si tramuta in una assurda lotta per trovare un lavoro, il che non fa altro che accentuare ulteriormente le difficoltà dei giovani.

In conclusione, sono dell’opinione che da un lato le università devono promuovere studi più modulati all’esigenze del mondo del lavoro formando non solo professionalmente, ma anche praticamente le future generazioni e dall’altro le aziende devono comprendere maggiormente il loro ruolo di transizione professionale. Peccato che di mezzo vi è una classe politica tutt’altro che capace.

I passi fondamentali per un buon business

Un business deve essere coinvolgente, deve essere divertente e deve esercitare il tuo istinto creativo

Richard Branson

Se si ha una idea di business e si intende metterla in pratica, come da Advisor ripeto spesso, è un processo che può essere lungo e che, di conseguenza, richiede anche una buona dose di pazienza.

Il primo passo per avviare una impresa di successo, quindi, è quello di avere una buona pianificazione. Da Advisor più volte mi sono trovato a confrontarmi con persone che reputano che avviare una attività sia difficile.

Di fatto, non sono pochi i soggetti che rimangono bloccati nelle prime fasi del processo che li porta ad essere degli imprenditori. La realtà, invece, è che la maggior parte delle persone possono avere ciò che è realmente necessario per essere degli ottimi imprenditori, ovvero, una buona idea, la giusta quantità di capitale e di creatività.

Di contro, come ho avuto occasione di constatare direttamente, ciò che la maggior parte delle persone non hanno è proprio la pazienza, la determinazione e la capacità di pianificare. Indiscutibilmente, è facile essere sopraffatti nelle prime fasi di un business.

Per questo è necessario creare un processo e organizzare in modo tale da essere supportati da chi è esperto e che, pertanto, sappia consigliare e suggerire quali possono essere i passi fondamentali da compiere per avviare un buon business.

Per comodità, vediamo di riassumere brevemente cosa sia effettivamente basilare fare.

  • Primo: prendere tempo per riflettere

Si può pur avere la più grande idea, ma se non si prende tutto il tempo necessario per riflettere, si corre seriamente il rischio di fare un classico buco nell’acqua. Come imprenditore si ha il fondamentale compito di pensare e conoscere ogni dettaglio della propria idea e di quale è l’obiettivo.

  • Secondo: porsi e darsi delle risposte ad alcune domande

Qual è il target di mercato per il prodotto? Che cosa potrebbe andare storto e come risolverlo? Ci sono prodotti o servizi aggiuntivi nella propria offerta principale? Quali sono le principali cose che si vogliono far sapere a tutti i potenziali clienti? Con queste risposte iniziali, è possibile avviare il processo con più fiducia.

  • Terzo: creare un buon business plan

Stranamente, questa è la fase che alcuni imprenditori tendono a dimenticare o a sottovalutare. Alcuni lo trovano troppo difficile. Tuttavia, è importante ricordarsi di fare un business plan per guidare chiaramente il processo di apertura di una nuova attività. I componenti principali di un buon business plan sono la sintesi, una descrizione della società, l’analisi del mercato, la concorrenza, la struttura della società. Ovviamente, altri aspetti da prendere in considerazione sono una descrizione del servizio o del prodotto, le vendite e la strategia di marketing e le proiezioni finanziarie dettagliate, oltre a tutte le informazioni utili supplementari.

Tra i vari passi fondamentali per un buon business troviamo, poi, il raccogliere le risorse necessarie, il considerare il marketing e le campagne pubblicitarie di avvio, come pure avere le risorse finanziarie in ordine, impostare corretti e conseguibili obiettivi futuri.

In conclusione, è necessario avere ambizione e passione per la propria idea e non farsi mai scoraggiare.

Come affrontare le sfide nello sviluppo del business

Per pensare in modo creativo, dobbiamo essere in grado di guardare in modo nuovo a ciò che normalmente diamo per scontato

George Kneller

Nella celebre terzina del ventiseiesimo canto dell’Inferno, Dante Alighieri, il Sommo Poeta, ricorda “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.

Nella mia attività di Advisor mi sono trovato più volte ad affrontare tutta una serie di sfide al fine di far crescere le aziende e, nel fare ciò, questa famosa terzina dantesca mi è stata sempre da stimolo.

Come parte della crescita di una società, diversi problemi e opportunità richiedono diverse soluzioni. Infatti, quello che ha funzionato un anno fa, oggi potrebbe non essere più visto e considerato come un approccio giusto.

Troppo spesso, gli errori che si sarebbe potuto evitare possono trasformare, di fatto, una società con grande potenziale in una perdente.

Ecco perché come Advisor reputo che il saper riconoscere e superare gli ostacoli più comuni associati con la crescita di una azienda sia essenziale e fondamentale. Lo scopo e tutti i relativi sforzi debbono essere indirizzati al fine unico di farla continuare a crescere e prosperare.

In sostanza, è necessario assicurarsi che i passi che si fanno oggi non siano in grado di andare a creare problemi per il futuro. Una leadership efficace aiuterà a sfruttare al meglio le opportunità, oltre che essere in grado di saper creare una crescita sostenibile per il futuro.

Questo tipo di guida mette in evidenza gli errori e i rischi specifici che riguardano, in genere, le aziende in via di sviluppo e mette in evidenza ciò che si può fare al riguardo. Non per nulla, questioni come il saper seguire il mercato finanziario e l’elaborazione di progetti per il futuro aziendale non possono essere delegati a chi non ha capacità ed esperienza.

Una intera gestione finanziaria e la risoluzione dei problemi, pertanto, debbono essere elaborati da una leadership che abbia abilità e attitudini, che sia capace di trovare dei sistemi appropriati come pure in grado di abbracciare e condividere i positivi cambiamenti.

La ricerca di mercato non è qualcosa che si fa solo una volta, quando si avvia un qualsiasi tipo di business, dato che le condizioni sono in continua evoluzione. Di conseguenza, la ricerca di mercato deve essere continua e attenta. In caso contrario, si corre il serio rischio di prendere delle decisioni basate su informazioni non aggiornate, il che può portare ad un completo e totale fallimento.

Non si può, poi, sottovalutare la reazione dei vari concorrenti a fronte di quanto si intende fare e di come ci si muove nel mercato finanziario. È, infatti, da ricordare che vi è sempre una possibile soluzione e che il finale può essere ogni volta differente.

Uno degli aspetti fondamentali, quindi, è il saper trovare rapidamente soluzioni, proprio per evitare che la crescita delle vendite di prodotti o servizi possano avere dei margini di profitto in diminuzione.

Allo stesso tempo, è necessario investire in innovazione per stabilire un flusso di prodotti redditizi sul mercato. In conclusione, il comprendere e i capire il loro “ciclo di vita” può aiutare a scoprire come massimizzare la redditività complessiva.

Il principio della capacità contributiva, che fine ha fatto?

In questo Paese le leggi sono così numerose che per ogni questione dovete rivolgervi ad uno specialista e pagare; quindi voi pagate le tasse affinché lo Stato faccia delle leggi che vi impongono di rivolgervi a dei professionisti e pagare di nuovo

Carl William Brown

Anche se da Advisor mi rattrista, l’Italia, ahimè, resta pur sempre una singolare e mera espressione geografica in mano a dei veri e propri incompetenti, per non dire altro.

Infatti, basta semplicemente rifarsi al famoso articolo 53 della nostra Costituzione, ovvero quello che tratta il principio della capacità contributiva. In pratica, questo articolo testualmente asserisce che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Ora, al di là della mia professione di Advisor, reputo che tutto sommato, anche chi non ha fatto o intrapreso specifici studi o incarichi economici possa comprendere in tutto e per tutto il significato letterale di quanto esposto. Tutto chiaro? No, assolutamente no.

Infatti, “Un popolo di poeti di artisti di eroi, di santi di pensatori di scienziati, di navigatori di trasmigratori” e di azzeccagarbugli, aggiungo io, riesce in un compito non facile, ovvero stravolgere perfino quello che è molto chiaro. In Italia si può fare bellamente questo e altro ancora.

Di fatto, quello che era un concetto sinteticamente chiaro, nel tempo, è stato adattato alle vili esigenze e agli sporchi interessi di servili economisti e potentati politici. Un fulgido esempio di questo affannoso affare è dato dalla sentenza numero 155 emessa dalla Corte Costituzionale, la quale testualmente recita: “La capacità contributiva non presuppone l’esistenza necessariamente di un reddito o di un reddito nuovo, ma è sufficiente che vi sia un collegamento tra prestazione imposta e presupposti economici presi in considerazione, in termini di forza e consistenza economica dei contribuenti o di loro disponibilità monetarie attuali, quali indici concreti di situazione economica degli stessi contribuenti”.

E se non fosse ancora sufficiente chiaro la mistificazione in atto, riporto in forma diretta, quello che nel 2001 sempre la Corte Costituzionale, ha stabilito con la Legge numero 156: “Rientra nella discrezionalità del legislatore, con il solo limite della arbitrarietà, la determinazione dei singoli fatti espressivi della capacità contributiva che, quale idoneità del soggetto all’obbligazione di imposta, può essere desunta da qualsiasi indice che sia rivelatore di ricchezza e non solamente dal reddito individuale”.

A dirla come nel mitico film “Amici miei” la “supercazzola” è davvero sempre attuale. Grazie a tutto ciò, la Corte Costituzionale, di fatto, è riuscita a smontare tutta la sostanza del concetto costituzionale previsto nel suo articolo 53, cancellando la nozione stessa di capacità contributiva.

Quindi, di conseguenza, grazie a questo bizantinismo, la Corte Costituzionale, ha lasciato al legislatore assoluto campo libero, il che, sostanzialmente, significa che può fare tutti i suoi comodi, come pure, all’abbisogna, imporre al popolo italiano qualsiasi tipo di balzello che gli passa per la mente.

In conclusione, con viva e vibrante insoddisfazione, annuncio la dipartita di quello che in origine era esposto in questo articolo 53, ossia: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Governo e sviluppo economico: orientamento per delle corrette riforme

Lo scopo della vita è lo sviluppo di noi stessi

Oscar Wilde

Far crescere un business significa prendere molte decisioni in merito allo sviluppo delle operazioni. Come Advisor, considero la creazione di un piano strategico come una componente chiave nella pianificazione per la crescita.

Questo, infatti, potrà aiutare a stabilire una visione realistica di quella che potrà essere il futuro di una attività, oltre che permettere di fornire il corretto potenziale di crescita della propria azienda. Tuttavia, non bisogna confondere il piano strategico e il business plan.

Di fatti, un business plan si concentra principalmente sugli obiettivi a breve e medio termine e nel definire i passi necessari per il loro raggiungimento. Di contro, un piano strategico è di solito incentrato su obiettivi a medio e a lungo termine di una società e si concentra maggiormente nell’andare a spiegare le necessarie strategie di base per il conseguimento dello scopo prefissato.

Da Advisor, considero che per poter fornire un orientamento corretto relativamente a delle corrette riforme volte al governo e allo sviluppo economico, sia assolutamente necessario descrivere i principi di base del processo di pianificazione strategica. Pertanto, alcune domande da considerare per quanto riguarda la pianificazione strategica possono riguardare tanto l’attuazione di un piano strategico quanto lo scopo della pianificazione strategica.

In merito allo scopo della pianificazione strategica, è utile rammentare che è bene fissare degli obiettivi globali del proprio business e sviluppare, di conseguenza, un piano per la loro realizzazione. Questo significa fare un passo indietro nelle proprie operazioni quotidiane e chiedersi quale possa essere la direzione della propria attività e quali dovrebbero essere le relative priorità.

La pianificazione strategica è la parte più importante per ogni tipo di azienda in crescita. D’altra parte, prendere la decisione corretta, per poter andare a sviluppare un business, significa accettare i rischi che accompagnano la crescita.

Il tempo speso per identificare il dove si vuole portare il proprio business e di come si intende attuale e realizzare tale progetto, deve assolutamente essere finalizzato a contribuire sia a ridurre e sia a gestire tali rischi. Infatti, tanto il proprio business si ingrandisce, tanto la formulazione della strategia diventerà più complessa, sia per sostenere la crescita e sia per aiutare ad incrementare la leadership, oltre che trovare le risorse necessarie a far continuare a sviluppare il proprio business.

Per fare questo, si dovrà, anche, iniziare a raccogliere e ad analizzare una più ampia gamma di informazioni sulla propria attività, ovvero nel modo in cui opera internamente e di come si sviluppano le condizioni dei mercati esistenti e potenziali. In una pianificazione strategica corretta, reputo che sia un aspetto vitale il comprendere esattamente quale sia la situazione reale della propria attività aziendale.

Oltre che puntare alla redditività, pertanto, è necessario confrontarsi con i potenziali concorrenti.

Sono sempre stato dell’avviso che un comportamento realistico, distaccato e critico siano la base per poter sviluppare un adeguato e fattibile piano strategico. Quindi, è necessario conoscere e specificare quali sono le proprie priorità e, poi, sviluppare una idea che dovrà essere sempre incentrata su valori, abilità e focalizzazione del proprio business. In conclusione, un piano finale è strettamente congiunto alle motivazioni.

Che economia vogliamo?

“Il fattore chiave che determinerà il tuo futuro finanziario non è l’economia; il fattore chiave è la tua filosofia”

Jim Rohn

Che economia vogliamo? Questa è la prima domanda che come Advisor sono solito farmi. Infatti, reputo che tanto le scienze economiche quanto quelle sociali, dovrebbero essere i pilastri sui quali gettare le basi dell’economia che vogliamo.

A tal proposito, ben vengano le discussioni intelligenti e produttive in merito ai programmi e ai metodi da seguire. Ovviamente, il tutto a patto che si accetti un confronto aperto e franco.

Come Advisor, mi irrita molto la discussione tanto per farla, visto che questo atteggiamento indica una sostanziale incompetenza in merito ad un così importante aspetto della nostra vita. Quello che personalmente non voglio è una economia che abbandona l’analisi e lo spirito scientifico e umanitario al solo fine di rispondere a meri interessi e altri squallidi similari requisiti.

Di fatti, da sempre sono propugnatore di una forte e proficua congiunzione tra i valori delle scienze economiche con quelle sociali. Indubbiamente, è un dibattito ampio ma che comunque deve essere fatto proprio per stabilire il tipo di economia che si vuole.

Tuttavia, si deve notare con amarezza che il dibattito sulle scienze sociali ed economiche rimbalzi a vari livelli, compresi quelli politici, senza approdare su nessun tavolo di discussione seria. Come per ogni nuovo episodio di questa triste vicenda, annoto una infinita ignoranza su quello che dovrebbe essere discusso, il che mi preoccupa notevolmente.

Sullo sfondo, infatti, vi sono molteplici sintomatici aspetti che non fanno altro che incrementare i miei timori di fondo. Oltre che una tradizionale ignoranza in materia, si aggiunge pure la non volontà di affrontare un dibattito, come pure il naufragio totale nel voler apportare qualche, seppure minimo, tentativo correttivo.

Quello che detesto anche in maniera plateale, è l’assoluta mancanza di consapevolezza delle scienze sociali ed economiche, un errore tra i più gravi. Vi è una infinità di interventi in materia, privi delle più elementari basi.

Se la critica è un qualcosa da vedere in maniera positiva per sviluppare una effettiva crescita, questa, tuttavia, non può avvenire se è colma di errori, di grossolane approssimazioni, anche perché a pensar male si potrebbe configurare che il tutto avvenga per una volontà disonesta.

Personalmente, parto sempre dal presupposto che l’intera economia sia una componente essenziale, un elemento di base di una moderna società. Da tutto ciò, tuttavia, emerge chiaramente come vi sia una mancanza di conoscenza che verte più aspetti dell’economia. Questo, è un fattore grave, dato che, di fatto, impedisce qualsiasi dialogo realmente costruttivo. Un sintomatico atteggiamento che sfiora la tragedia.

In materia di produzione, scambio e consumo di beni utili, non si possono indossare i paraocchi. Infatti, si deve avere un tipo di approccio aperto ove deve esistere un qualcosa che sappia comprendere l’affare, il lavoro e la gestione. L’economia, non può essere racchiusa in una sola sterile attività, ma deve essere, anche, capace di saper fare una analisi del comportamento umano, tra le altre cose.

In conclusione, sono dell’avviso che ci si deve aprire ad una lettura che sia maggiormente predisposta a comprendere l’applicazione di un metodo, di un rigore e di un pensiero tanto scientifico quanto effettivamente ragionevole, al fine di creare e utilizzare al meglio i profitti.

I motivi per cui l’economia manca di umanità

L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando

Hubert Reeves

Non esiste alcun capitale naturale. Non per nulla, da Advisor, reputo che il mondo sia entrato nell’antropogene. Di fatto, siamo oggi un grande mondo su un piccolo pianeta dove l’economia esercita una pressione fenomenale sulla Terra. Il problema è che il nostro sistema economico è stato sviluppato, da Adam Smith a John Maynard Keynes, quando, appunto eravamo ancora un piccolo mondo su un grande pianeta.

Come Advisor ho osservato che pur non essendoci frontiere economiche, l’economia globale su questo pianeta è ancora vista come un qualcosa di ridicolo. Non per nulla, si possono emettere liberamente gas serra come pure continuare ad inquinare gli oceani e le regioni polari.

Si è pensato stupidamente, quindi, che tutto ciò alla fine non avesse alcuna ripercussione economica. Ma oggi, la Terra presenta una salatissima fattura. Il buco dell’ozono, il crollo nelle attività di pesca, il fondersi del ghiaccio, le onde di calore, eventi già denunciati negli Anni Ottanta, sono diventanti alcuni aspetti drammaticamente evidenti. Pur tuttavia, anche in presenza di una situazione che evidentemente non funzionale, raramente, gli inquinatori sono inquisiti come colpevoli.

Nonostante il riconoscimento che qualcosa non vada come dovrebbe, la tragedia continua e noi siamo le vittime.

Vi è da dire che l’economia non ha assolutamente tratto alcun tipo di insegnamento ma, anzi, resta bloccata in questa situazione. Al di là di proclami e di protocolli di scarso valore, si resta incapaci nel prendere le dovute decisioni.

Pare che la gran parte degli economisti e della classe politica mondiale, sia incapace di vedere le situazioni reali. Reputo che il fine ultimo di una moderna economia non sia esclusivamente quello di una monetizzazione del tutto senza rendersi conto delle conseguenze. Se è vero che si deve pagare un prezzo globale, è altrettanto giusto valorizzare la salvaguardia degli eco sistemi. Certo, non è facile, ma, tuttavia è possibile.

Se pensiamo che la Terra sia una gallina capace di produrre delle uova d’oro, allora sarà bene pensare di più alla sua salute se non si ha intenzione di ucciderla. Accettare che il regno dell’economia lasci un indelebile segno è da folli. Qui non è tanto una questione di etica o di giustizia ma, di vera e propria sopravvivenza.

Nessun catastrofismo, quindi, ma una semplice, fredda e analitica constatazione dei fatti. Se è necessario che vi sia una ennesima rivoluzione industriale, allora, è proprio il caso di non indugiare ancora per molto tempo. Lo sviluppo economico mondiale ha assoluta necessità di una forte leadership politica, dato che da soli i mercati non possono fare nulla.

Mi farebbe piacere sapere quanti leader mondiali siano effettivamente a conoscenza della resistenza ambientale. Credo vivamente che la resilienza sia arrivata al limite. È sbagliato osservare, ancora, esclusivamente se gli impatti siano o meno limitati. Sono secoli che attacchiamo la nostra atmosfera, la nostra biodiversità, scaricando gas ad effetto serra e inquinando le fonti primarie di sopravvivenza.

Quello che non si vuole capire è che abbiamo messo in moto un sistema in grado di provocare eventi irreversibili. In materiale ambientale non si può parlare, di certo, di tassi di sconto. Tutto ciò è potenzialmente dannoso.

In conclusione, sarà bene mettersi in testa che nessun modello economico funziona se la Terra finisce di vivere.

Economia vs ambiente: esiste un conflitto?

Ci sono abbastanza risorse per soddisfare i bisogni di ogni uomo, ma non l’avidità di ogni uomo

Gandhi

Il cambiamento climatico e la riduzione dell’emissione di gas a effetto serra, da un lato, gli interessi economici dall’altro. Indubbiamente, a prima vista, sembrerebbero esservi tutti i presupposti di un conflitto di interessi tra la salvaguardia dell’ambiente e l’economia.

Da Advisor, pur non negando la situazione attuale, ho una visione per il futuro nella quale vi sarà la predominanza di una economia sostenibile. Tra i propugnatori della prosperità economica e i favoreggiatori della protezione dell’ambiente, reputo che, oggi, il mondo abbia assoluto bisogno di una nuova dimensione.

Sono stato da Advisor sempre assertore che vi siano molti modi per perseguire sia la prosperità sia la protezione ambientale, sistemi, pertanto, che rafforzino una fattiva collaborazione piuttosto che innescare una sterile competizione tra i due punti di vista. Dobbiamo, di conseguenza, cambiare il modo di approccio e per far ciò, indubbiamente si avrà bisogno di uno sforzo educativo enorme da entrambe le parti.

In questo difficile equilibrio, la politica, pertanto, riveste un ruolo vitale. I sentimenti contraddittori dei vari rappresentanti, quindi, debbono svanire se effettivamente si ha intenzione seria di sviluppare programmi che partano dal presente e vadano verso il futuro. Ovviamente, sono conscio che non si cambieranno queste cose così facilmente come, invece, sarebbe opportuno.

Eppure, l’unica via è proprio quella di pensare chiaramente e razionalmente. La politica deve interrompere questo sciocco comportamento che vede mettere l’economia contro l’ambiente e affrontare il fatto che si desidera vivere in prosperità sostenibile in un pianeta sano. Certamente, sarebbe proprio il caso di lavorare tutti insieme per creare un programma che possa realizzare quello che è al momento solo un sogno.

Tristemente la verità è che la maggior parte di noi si preoccupa di più del proprio standard di vita piuttosto che interessarsi ad altri aspetti della vita. Drammaticamente, l’essere umano si è andato sempre più a limitare la visione globale, interessandosi esclusivamente all’oggi piuttosto che al domani.

Reputo che la prima cosa da fare sarebbe proprio quella di rivedere, nel suo totale complesso, la nostra posizione morale e i valori operativi. Certo, è una visione profonda, pur tuttavia è la strada maestra per la tutela dell’ambiente e della nostra economia.

Senz’altro, la recessione, ha fatto sì che dallo schermo radar politico siano sparite le preoccupazioni ambientali, pur tuttavia ci si deve ricordare come la popolazione mondiale attribuisca un grande valore alla protezione dell’ambiente. Qui non si tratta di diventare il “presidente dell’ambiente”, piuttosto di concretizzare serie linee guida che la smettano di mettere in competizione ambiente ed economia.

Piuttosto che investire, oggi, la classe politica vede la difesa dell’ambiente come una spesa. Invece, è esattamente vero il contrario. Pensiamo, sbagliando, che esista il mondo umano e il mondo naturale, dimenticandoci che nella realtà dei fatti, che ciò è un tutt’uno.

In conclusione, dobbiamo cercare di ottenere beni e servizi da risorse non rinnovabili, e nel contempo proteggere la produttività naturale.

Quali sono le valute di rifugio sicuro e perché?

“Non litigate con il mercato, perché è come il tempo: anche se non è sempre buono, ha sempre ragione

Kenneth Walden

In tempi di crisi, investire in valute è molto consigliabile per proteggere il proprio patrimonio. Da Advisor, reputo che, quando sostenuta da economie stabili e potenti, le banconote possano fornire elevate garanzie.

Infatti, una moneta diventa bene rifugio quando protegge dai capricci del mercato azionario, in una generale turbolenza dell’economia globale. Quindi, possiamo considerare le valute come bene rifugio per proteggere i propri investimenti, a patto che vi siano determinate situazioni.

D’altronde, da Advisor, ho avuto modo di constatare come, in tempi di crisi economica o di instabilità geopolitica, stanno attraendo molta attenzione. Ma quali sono quelle valute che possono essere effettivamente considerate di rifugio?

La Corona Norvegese

La Norvegia è uno dei paesi più prosperi del mondo. Situato nella parte settentrionale del continente europeo, questo piccolo Stato è una delle più importanti riserve mondiali di oro nero. Questo vantaggio dà all’economia una forte stabilità e un elevato standard di vita per i suoi abitanti.

Finanziariamente, il successo economico indiscusso si riflette, tra l’altro, in una moneta, la corona norvegese, molto ricercata nel mercato dei cambi. Quindi, la corona norvegese è molta ricercata perché il paese ha una economia molto dinamica, bassi tassi di disoccupazione, una forte crescita del prodotto interno lordo, e un debito pubblico basso, tra le altre cose.

Il Franco Svizzero

Anche se rappresenta solo lo 0,4% delle riserve valutarie delle banche centrali, il franco svizzero è anche considerato un rifugio sicuro quando la situazione globale diventa complicata.

Il Dollaro Americano

Sul mercato dei cambi, il dollaro USA è storicamente considerata la valuta di riferimento come rifugio. Ma, questa posizione privilegiata è contestata dal livello di indebitamento astronomico degli Stati Uniti. Tuttavia, la rinnovata crescita del paese dello Zio Sam che vede gli Stati Uniti ritornare ad essere la locomotiva economica globale, fa sì che gli investitori continuino a comprare la valuta degli Stati Uniti sul mercato dei cambi.

Lo Yuan

La Cina è, ormai, riconosciuta da tutti come una superpotenza. Ha superato tutti i paesi della Unione Europea in termini di prodotto interno lordo. Risvegliata dal suo sonno lungo di secoli, la Cina oggi con la sua moneta, lo yuan, ha intrapreso, anche, il cammino per essere considerata riferimento di riserva globale. In definitiva, lo yuan, ha, attualmente, tutte caratteristiche che lo rendono un rifugio sicuro.

Inoltre, è da notare che il dollaro australiano e quello neozelandese come pure tutte le valute dei paesi con una stabilità finanziaria esemplare possono essere considerate valute rifugio sicure in tempi di crisi. In conclusione, sono, poi anche considerate valute rifugio sicuro monete come lo yen giapponese e l’euro che rappresenta ormai il 26,3% delle riserve valutarie delle banche centrali e, quindi, l’euro è sempre più ricercato anche in tempi di crisi.

Le condizioni economiche in Italia

“Non puoi fare una buona economia con una cattiva etica

Ezra Pound

Partiamo con le buone notizie, ossia che l’Italia è il Paese più grande esportatore di beni di lusso. Infatti, nonostante tutto, rimane la seconda potenza manifatturiera in Europa e la settima nel mondo. L’economia italiana è stata colpita duramente dalla crisi finanziaria globale, come lo testimoniano ben 13 trimestri di recessione.

Anche se l’economia italiana sembra essere riemersa dalla recessione nel 2015, da Advisor noto che la crescita rimane al di sotto della media per l’area dell’euro e di quelle che erano le aspettative del governo italiano.

Nel 2016, la crescita economica è stata pari al 0,8% del PIL, lo stesso livello dell’anno precedente. Da Advisor, reputo che la timida ripresa sia sostenuta principalmente dal dinamismo del commercio estero. Nel 2016, nonostante le riforme adottate, l’economia italiana è rimasta vulnerabile e non è stata immune da pressioni inaspettate.

La riforma del mercato del lavoro non ha avuto i risultati sperati, e il settore bancario resta appesantito da sofferenze. Il debito pubblico, è a livelli elevati, oltre il 130% del PIL. Oltre a tutto ciò, l’Italia deve anche affrontare l’esodo dei tanti giovani che scelgono di emigrare.

È poi, da ricordare che nel 2016 il Paese è stato colpito da due terremoti e l’arrivo di quasi duecentomila immigrati sul suo territorio ha portato ad avere una grave crisi umanitaria.

In questo quadro sullo stato di salute dell’economia italiana, deve essere, poi, sottolineato come nel mese di dicembre 2016, il popolo italiano abbia votato NO, con il 59%, alla riforma costituzionale nel noto referendum, un risultato che ha spinto il primo ministro Matteo Renzi a dimettersi.

La sua partenza ha portato ad alimentare la confusione politica. Non per nulla, formazioni come il Movimento 5 Stelle, sono diventate, per molti aspetti, un punto di riferimento per molti elettori. Per alcuni analisti, Matteo Renzi ha implementato molte riforme, concentrandosi su leggi sul lavoro e sull’occupazione, sulla pubblica amministrazione, sulla tassazione, cercando di favorire il consumo attraverso le tasse più basse.

Per altri ancora, Matteo Renzi vorrebbe misure per stimolare gli investimenti, le aliquote fiscali più basse sulle imprese e un aumento delle pensioni basse. Di contro, non si può non ricordare come il tasso di disoccupazione, che è aumentato da quando la crisi finanziaria globale è scoppiato, è del 11,5% e che i giovani sono stati i più i colpiti, con un tasso di disoccupazione di oltre il 35%.

Altri aspetti da considerare sono le disparità regionali tra il Nord, dinamico e altamente industrializzato e il Sud, un Mezzogiorno ove la povertà delle zone rurali è ancora molto elevata e la criminalità organizzata rimane un problema.

L’Italia è uno dei principali attori all’interno dell’Unione Europea per quel che verte la produzione agricola. Non per nulla, l’Italia è il maggior produttore europeo di riso, di frutta, di verdure e di vino. Pur tuttavia, il settore agricolo che rappresenta solamente il 2% del PIL italiano, è fortemente dipendente dalle importazioni di materie prime utilizzate nella produzione agricola a causa delle limitate risorse naturali del paese.

A tal proposito, è doveroso sottolineare come le importazioni italiane di materie prime siano responsabili di oltre l’80% dell’energia del Paese.

L’altra faccia della medaglia vede l’attività industriale italiana concentrata soprattutto nella parte settentrionale del paese. Una gran parte dell’industria italiana è costituita da imprese familiari, quindi da piccole e medie imprese. In pratica, oltre il 90% delle imprese industriali italiane ha meno di 100 dipendenti.

Comunque, in conclusione, l’Italia è il sesto più grande mercato di esportazione dell’Unione europea, e prodotti di lusso sono la voce principale.