La probabile evoluzione del mondo degli affari

Gli affari sono sempre degli scambi… si scambia il denaro… la terra… i titoli… i mandati elettorali… l’intelligenza…la posizione sociale… le cariche… l’amore… il genio… ciò che si ha contro ciò che non si ha”.

Octave Mirbeau

Advisor Abbate - business, arte, cultura, mediatore, positivo

Una delle cose di maggior interesse che sembra assillare banche e imprenditori, è scoprire quale potrebbe essere la probabile evoluzione del mondo degli affari. Certamente, pur essendo uno scopo legittimo, questo non deve, tuttavia, permettere un assurdo spreco delle risorse. Infatti, non si deve aspettare che venga ad essere tagliato l’ultimo albero, inquinato l’ultimo ruscello, catturato l’ultimo pesce, per rendersi renderanno conto che i soldi non comprano tutto.

Seppure qualcuno stenti ancora a crederci, anche il motore dell’economia ha una sua logica a cui devi rispondere. Difatti, da Advisor, ricordo che sempre più sogni equivale ad avere sempre più bisogni, il che, poi, si può andare ad riassumere in un sempre più consumo. Una logica, quindi, che permette al mercato finanziario di espandersi sempre più.

Come Advisor, a tal proposito, desidero evidenziare come pure gli strumenti digitali oggigiorno a disposizione di un largo pubblico, concorrano a far espandere i mercati in rete. Tutto questo, comunque, non deve essere considerato come dei sogni di conquista delle ricchezze o sogni di dominio. La probabile evoluzione del mondo degli affari, pertanto, debbono essere uno stimolo anche per avviare un utilizzo più razionale delle risorse che sono a nostra disposizione.

Viviamo in una società in cui coesistono vari tipi di economia. Ad esempio, vi è la cosiddetta economia reale, ovvero quella in cui le aziende generano denaro reale con valore d’uso reale. In sintesi, è la somma del PIL di tutti gli stati. Accanto ad essa, vi è quella che viene ad essere definita come l’economia virtuale, ossia quella degli scambi finanziari speculatori. Sarebbe, tuttavia, alquanto negazionista, il non voler ammettere che, accanto a queste legittime forme economiche, ve ne siano altre ben diverse e molto meno nobili.

Forse non è vero che vi è quella che si potrebbe chiamare l’economia dei pirati, cioè quella che si basa su tangenti, contraffazione e frode fiscale, oppure si preferisce obliare sul fatto che esiste una economia della mafia, la quale si basa sul traffico illecito, sulle droghe, sulle armi, sulla prostituzione e via dicendo?

La cosa drammatica, è che, durante i periodo di crisi, le economie dei pirati e della mafia diventano più importanti dell’economia reale, distorcendo così tutte le analisi dei decisori. Indubbiamente, la “magia” del mercato neoliberale ha creato una eccessiva centralizzazione e i suoi eccessi hanno imposto ai cittadini la gerarchia, l’uniformità e i monopoli.

Tutto ciò, quindi, non fa altro che evidenziare come fosse utopica la visione di una crescita senza fine per una società organizzata come un business, cioè preoccupata di una redditività basata solo sul modello di scarto del consumo. Questo modello, di fatto, ha creato due problemi principali.

Il primo, senza dubbio, è il fatto che non è stata in grado di ridistribuire equamente la ricchezza, e il fatto che i benestanti rappresentano solo una piccola parte della popolazione ne è una ulteriore conferma. Il secondo, non di certo meno importante del primo, è che la sua crescita sfrenata ha distrutto troppi sistemi naturali. Qui, non si tratta di mettere in discussione l’esistenza di mercati o di profitti, ma solamente la loro egemonia. In conclusione, è la fine di un modello di crescita che doveva essere infinito, ma che invece ha funzionato in un mondo finito.

 

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Su cosa si basa un sistema economico?

Quanto maggiore è la quantità da vendere, tanto minore sarà il prezzo al quale la merce deve essere offerta affinché possa trovare compratori; o in altre parole, la quantità domandata aumenta col discendere del prezzo, e diminuisce col salire del prezzo”.

Marshall

Advisor Abbate - Coca cola

modello economico, o, per meglio dire un sistema economico, è un modello di organizzazione e di funzionamento dell’attività economica, le cui caratteristiche influenzano, tra l’altro, la produzione di beni e servizi, le relazioni sociali e il funzionamento del mercato del lavoro. Da Advisor, ricordo che le caratteristiche del modello sono influenzate dalle peculiarità specifiche di ciascun paese.

Perciò, un sistema economico è il modo di produrre e distribuire beni e servizi e, tutto ciò che viene ad essere stabilito in un paese, ha una grande influenza sul tenore di vita dei suoi abitanti, sul livello di disuguaglianze, sulle relazioni con altri paesi e sul potere economico. Pertanto, tra le altre cose, determina una politica di redistribuzione più o meno estesa, come pure, una determinata apertura economica.

Ovviamente, i sistemi economici variano a seconda delle regioni e dei tempi. I paesi occidentali, oggigiorno, seguono un’organizzazione basata sul capitalismo, mentre il sistema economico in vigore nei paesi dell’ex blocco orientale, era basato sui principi dell’economia comunista.

Come Advisor, considero un sistema economico, anche per il suo effetto sullo sviluppo economico, e questo perché determina l’allocazione delle risorse, ossia è un modo di distribuire le risorse. Altra considerazione da fare, è quella che un sistema economico induce una interazione indiretta tra il sistema ambientale, cioè le risorse, e il sistema demografico, ovvero i bisogni. L’economia di mercato nacque tra il 1650 e il 1750. Per quanto riguarda l’attuale modello, è da considerare che, molto dell’attuale modello economico, venne creato a partire dagli anni Ottanta, grazie a Ronald Reagan e Margaret Thatcher.

Tra i vari attuali imperativi, troviamo la massimizzazione del profitto, la competizione e l’accumulazione di capitale. Questo modello ha sperimentato diverse ondate di innovazioni che l’hanno portato a livelli considerati ineguagliabili. Tuttavia, è innegabile che l’obsolescenza del modello neoliberista, a causa della moltiplicazione degli algoritmi di finanziamento e l’avidità di talune oligarchie, abbia generato la crisi del 2008 negli Stati Uniti, la crisi in Europa del 2012 e sia attore principale per le varie crisi dei paesi emergenti.

Questi diversi “incendi”, pertanto, portano a far credere che l’attuale modello economico neoliberale, possa diventare obsoleto. Le ragioni per le crisi attuali, ovviamente, sono molteplici. Ad esempio, sembra che siano sempre più i soggetti a non tener conto dei costi futuri delle scelte non fatte dai nostri attuali leader. Di conseguenza, il comparto imprenditoriale si sta indebolendo e il suo futuro diventerà caotico.

Non a caso, vari rapporti della Banca Mondiale, sottolineano come si sia sulla strada di una implosione. Oggi, in tutti i settori, come in quello automobilistico, dell’aviazione del consumo alimentare, e altri ancora, vi sono delle vere e proprie oligarchie. Basta pensare alla Coca-Cola, alla Kraft, alla Nestlé, alla Procter & Gamble, alla Pepsico, alla Unilever, alla Kellog, alla Johnson & Johnson e alla General Mills, per comprendere il concetto.

A tal proposito, alcuni ricercatori svizzeri hanno analizzato oltre quarantamila multinazionali per scoprire che 1.318 aziende, se interconnesse fra loro, formerebbero un nucleo molto forte. In pratica, seppure rappresentando solamente l’1%, questo nucleo monopolizzerebbe oltre il 60% delle attività economiche industriali e finanziarie mondiali. In conclusione, queste multinazionali potrebbero diventare i padroni del mondo industriale ed, quindi, economico.

 

Il potere di acquisto delle famiglie italiane nell’era dell’euro

L’umanità non potrà mai vedere la fine dei suoi guai fino a quando gli amanti della saggezza non arriveranno a detenere il potere politico, ovvero i detentori del potere non diventeranno amanti della saggezza”.

Platone

È dal primo di gennaio del 2002 che si è dato l’ultimo saluto alla nostra vecchia e amata lira. Da allora, come e quanto è cambiata la nostra vita? Certamente di molto. Infatti, come Advisor, la notizia vera e propria non è tanto il fatto che, oggigiorno, per una pizza margherita una famiglia italiana deve pagare all’incirca 7,5 euro a testa, rispetto alle 6.500 lire, quanto il fatto che è drasticamente modificato il potere di acquisto.

In Italia, paese in cui notoriamente è possibile discutere su tutto, stranamente, ogni qualvolta si mette in discussione la questione euro, vengono innalzate barricate in difesa, perfino dagli economisti. Pur tuttavia, da Advisor, non posso esimermi nel considerare che, per quanto verte l’Italia, l’introduzione di quella che è poi divenuta la moneta unica europea avvenne con un Romano Prodi che lo permise con dei valori improvvidamente accettati.

La centralità del problema, quindi, è data dal fatto che, nell’era dell’euro, si sia andato a incrinare il potere di acquisto delle famiglie italiane. Difatti, oltre che considerare tanto la voce redditi e quella dei risparmi, per comprendere gli effetti causati dall’avvento dell’euro, è da comprendere l’aspetto legato a quello che è il potere di acquisto.

In gran parte, a distanza di tempo, è da ammettere che, in special modo il ceto medio italiano, si sia subito una forte ripercussione, il tutto alimentato, poi, da una sorta di una vera e propria ortodossia monetaria. Indubbiamente, la crisi finanziaria del 2008, ha fatto sì che, i malumori crescessero, anche in considerazione delle ripercussioni sulle attività in generale.

Di fatti, ritorna forte lo spettro della disoccupazione, accompagnato da un’impennata dell’inflazione con il conseguente crollo del potere d’acquisto. Pur tuttavia, si continua, molto stranamente, a sostenere che l’introduzione dell’euro abbia contribuito a ridurre l’inflazione in Europa e in Italia, seppure il potere d’acquisto delle famiglie racconta un’altra ben diversa storia.

Se il ritornello tanto caro ai contrari all’introduzione della moneta unica, sostiene che l’euro ha contribuito ad un aumento dei prezzi, riducendo in tal modo il potere d’acquisto degli italiani, di contro, i talebani dell’euro sostengono, a spada tratta, che è proprio grazie all’euro che l’inflazione è rimasta relativamente moderata rispetto al passato. Ora, specialmente in tema di economia, si possono avere le più disparate visioni e prospettive ma, tuttavia, quel che conta realmente è il come il tutto venga ad essere vissuto dai cittadini. Invero, gran parte di essi parte da una semplice constatazione dei fatti.

Se prima dell’euro, con uno stipendio di 1.500.000 di lire, si viveva bene, appena arrivato l’euro, si è avvertito immediatamente che, nella conversione non si manteneva più il modus vivendi che si aveva prima. A tal proposito, è da sottolineare che la colpa principale di Prodi e compagni è stata proprio il fatto che non si è controllato l’aumento che era in atto.

Un esempio su tutti. Al mercato, quello che costava mille lire, improvvisamente, veniva venduto ad un euro, il che vuol dire che si era raddoppiato il costo e il suo relativo prezzo di vendita.  In conclusione, questa forte discrepanza, immediatamente avvertita dai consumatori, i più sensibili all’evoluzione dei costi dei prodotti acquistati più frequentemente, è stata totalmente e colpevolmente sottovalutata dai Prodi e compagni, generando, di fatto, un astio nei confronti dell’euro.

Intelligence economica, il punto focale per lo sviluppo economico di un Paese

La misura dell’intelligenza è la capacità di cambiare

Albert Einstein

Advisor Abbate - tricolore cervello

Da Advisor, considero l’intelligence economica come uno dei punti focali per comprendere e analizzare lo sviluppo economico di un paese. Giusto per evitare ogni possibile fraintendimento, questa azione nulla ha a che fare con lo spionaggio classico e tanto meno con quello economico e / o industriale. Quindi, con l’intelligence economica, si identifica una raccolta di informazioni assolutamente legali.

Come Advisor, anche in questo caso, sono animato da un forte spirito di deontologia ed etica professionale. L’intelligenza economica, perciò, è l’insieme delle attività coordinate per la raccolta, l’elaborazione e la diffusione di informazioni utili agli attori economici.

Ovviamente, può essere integrato da altre forme come, ad esempio, l’intelligence sociale, tramite la quale si potrà, tra l’altro, andare ad organizzare la condivisione di informazioni ai fini della performance delle possibili azioni economiche e finanziarie. Anche se le finalità e gli scopi, in sostanza, sono stati codificati nel corso del tempo, questo termine apparve in Francia a metà degli anni 1990.

Ovviamente, non esiste una definizione riconosciuta dalla comunità scientifica, dal momento che la formula è stata forgiata essenzialmente dagli ambienti governativi, economici e finanziari. In sostanza, è possibile descrivere l’intelligenza economica, come la sommatoria di tutte le tecniche di ricerca e protezione di informazioni essenzialmente economiche, tecnologiche e commerciali utilizzate per preservare o conquistare i mercati.

Quindi, come ho precisato all’inizio, è una ricerca di informazioni aperte, liberamente accessibili a tutti tramite i vari mezzi di comunicazione tradizionali e informatici, quindi mediante giornali, pubblicazioni e internet e via dicendo. La dottrina dell’intelligenza economica nazionale è, di conseguenza, una strategia che può anche essere messa in atto da uno stato per sostenere le sue imprese nei mercati mondiali. In questo caso, implica una metodologia concertata e discreta tra lo stato, la sua amministrazione e le imprese.

L’intelligenza economica può, perciò, essere definita come l’insieme di azioni coordinate di ricerca, elaborazione e distribuzione. Queste varie azioni sono svolte legalmente con tutte le garanzie di protezione necessarie per la salvaguardia del patrimonio aziendale.

Di fatto, sono informazioni utili e necessarie ai diversi livelli decisionali di una azienda o della comunità, per sviluppare e attuare coerentemente la strategia e le tattiche necessarie per raggiungere gli obiettivi stabiliti, come, per esempio, migliorare la posizione di una società anche nel suo ambiente competitivo. A tal proposito, è bene sottolineare come tutte queste azioni, vengono ad essere organizzate attorno a un ciclo ininterrotto, generando una visione condivisa degli obiettivi dell’azienda.

Non a caso, l’intelligenza economica è la padronanza concertata dell’informazione e la coproduzione di nuove conoscenze, è l’arte di individuare minacce e opportunità coordinando la raccolta, l’ordinamento, l’archiviazione, la convalida, l’analisi e la diffusione di informazioni utili o strategiche. In conclusione, pare più che evidente come una intelligence economica sia il punto focale per lo sviluppo economico di un paese, dato che consiste nel riassumere ed evidenziare tutti quei concetti, strumenti, metodologie e pratiche che permettono di mettere in relazione, in modo rilevante, conoscenze e informazioni diverse nella prospettiva di padroneggiare e sviluppare le dinamiche economiche.

 

L’intelligenza economica russa sotto Putin: un modello per una guerra commerciale

Gli europei non si sono degnati di considerarci dei loro in nessun modo, né a nessun prezzo”.

Fëdor Dostoevskij

Advisor Abbate - Mosca

Se l’URSS ha perso la guerra fredda in parte a causa di un modello economico fallito, come Advisor, sono dell’idea che la Russia potrebbe benissimo essere uno dei vincitori della guerra economica globale. È innegabile che la Russia debba il suo ritorno sulla scena mondiale alla sua strategia economica. Dopo il buco nero degli anni Novanta, la caduta del muro di Berlino nel 1989, la disgregazione dell’URSS nel 1991, la Russia sembra aver trovato le vie del potere.

Da Advisor, reputo che questo successo sia dovuto più al suo potenziale economico, specialmente alle sue riserve di materie prime energetiche, che alle sue forze armate. Oggi, Stalin non metterebbe in discussione il numero di divisioni di un potenziale nemico della Russia, ma il numero delle sue fabbriche, il peso delle sue risorse naturali e quello della sua forza finanziaria. Un nuovo ordine mondiale, che il regime di Vladimir Putin ha perfettamente integrato.

Infatti, da quando è entrato in carica nel 1999, Putin ha implementato una strategia economica al servizio del potere russo. Possiamo quindi parlare di un sistema o persino di una dottrina dell’intelligenza economica nazionale?

Indubbiamente, per rispondere a questa domanda, si deve comprendere come si articoli la relazione tra lo stato russo e gli attori privati ​​responsabili della sicurezza economica delle imprese russe e straniere. In altre parole, studiare come Putin sia “lavorando” per riposizionare gran parte dell’apparato amministrativo per proteggere gli interessi economici russi. In breve, è da considerare come la Russia di Putin si sta preparando per la guerra economica globale. La guerra economica è un nuovo concetto, difficile da definire.

Per la stragrande maggioranza degli specialisti delle relazioni internazionali, la guerra non può che essere militare. Non a caso, la guerra è vista come l’uso della forza armata per risolvere una situazione di conflitto tra due o più comunità. Di certo, consiste nel costringere ogni avversario a sottomettersi alla propria volontà, se si vuole riecheggiare quanto era solito asserire Carl von Clausewitz.

L’approccio di Quincy Wright, invece, presenta la guerra come un contatto violento tra entità separate ma simili. Per Gaston Bouthoul, la guerra è un atto legale. Parrebbe, quindi, usurpatoria la definizione di guerra, se la si volesse andare ad applicare agli scontri economici, visto la mancanza di violenza armata, una specificità della guerra.

Tuttavia, parte di questa definizione si applica bene alle nostre problematiche. Se la guerra deve sottomettere l’altro alla propria volontà, allora la guerra economica mira allo stesso obiettivo. Quindi, spogliando la guerra della sua dimensione puramente militare, ma preservandone gli obiettivi, si trova la base per il concetto di guerra economica. Non a caso, in un mondo super competitivo, i principali attori della guerra economica sono le compagnie e più in particolare le multinazionali, anche se gli Stati rimangono un attore decisivo di questa guerra.

Un professore di strategia, Edward N. Luttwak, annunciò già nei primi anni Novanta l’avvento della guerra economica globale. Quindi, diremo che la guerra economica è l’uso, da parte di attori statali o privati, di pratiche sleali o illegali nelle loro relazioni economiche. La guerra economica è portata alla sua massima espressione quando uno stato sceglie, con l’aiuto della sua amministrazione e delle proprie multinazionali, di perseguire una strategia concertata per preservare o guadagnare quote di mercato.

Le grandi aziende appaiono, quindi, come il braccio armato degli stati. Di conseguenza, la guerra economica diventa uno strumento al servizio del potere degli stati, ed è il volto più aggressivo della geo economia, ovvero l’analisi delle strategie economiche, in particolare quelle commerciali, decise dagli Stati nel quadro di politiche volte a proteggere la loro economia nazionale.

In sostanza, per aiutare le proprie imprese nazionali ad acquisire il controllo di tecnologie chiave e / o per conquistare determinati segmenti del mercato mondiale relativi alla produzione o alla commercializzazione di un prodotto o una gamma di prodotti sensibili. In conclusione, è un elemento di potere e di influenza internazionale che contribuisce a rafforzare il proprio potenziale economico e sociale.

Perché l’Africa non sta crescendo?

L’aria, in Africa, ha un significato ignoto in Europa: piena di apparizioni e miraggi, è, in un certo senso, il vero palcoscenico di ogni evento”.

Karen Blixen

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Come Advisor, ovviamente, sono particolarmente attento alle evoluzioni economiche del continente africano. Da Advisor, tuttavia, devo constatare di come l’Africa non stia crescendo e di come l’intero continente non sia affatto in grado di comprendere e utilizzare al meglio le sue molte ricchezze. Di certo, non ha imparato le lezioni dei modelli socio-politici vissuti in tutto il mondo!

Indubbiamente, uno dei punti dolenti di tutta la questione è dato dall’inadeguatezza del suo sistema educativo. Nonostante siano passati numerosi anni da quando i paesi africani hanno proclamato la loro indipendenza, il sistema educativo africano, in linea generale, non si è ancora adattato alle realtà del mondo di oggi e all’evoluzione delle società africane.

Non a caso, l’istruzione elementare rimane ancora un lusso per la maggioranza. Oltre a ciò, è da considerare che, di base, l’istruzione superiore consiste in gran parte di laureati disoccupati che, quindi, non possono entrare nella forza lavoro non appena lasciano la scuola. Perciò, sfortunatamente, in un tale contesto, l’educazione tecnica e professionale che, invece, dovrebbe essere privilegiata, rimane al palo, manifestando una imperante scarsa relazione del sistema educativo africano.

A tal proposito, reputo tutto questo come una delle questioni essenziali dello sviluppo complessivo dell’Africa a cui è assolutamente necessario che le nazioni africane sappiano trovare una soluzione adeguata. Altra problematica che spiega il perché l’Africa non stia crescendo, è quella legata alla complessiva instabilità sociopolitica. Di fatti, è possibile contare sulle dita di una mano, i paesi africani che possono vantarsi di aver vissuto una lunga stabilità socio-politica. Questa è una condizione sine qua non per un corretto sviluppo.

L’Africa soffre della debolezza della sua organizzazione sociale e politica, tant’è che la combinazione di conflitti interni e appetiti esterni voraci, devastano la sua ricchezza. Indubbiamente, considero come una delle ragioni di questa instabilità cronica e ricorrente, la difficoltà di appropriarsi dei principi della democrazia.

In genere, chi arriva al poter, lo fa, nel peggiore dei casi, con un colpo di stato o per una successione dinastica, o tutt’al più, nel migliore dei casi, con elezioni pseudo democratiche. Tuttavia, alla fine, gran parte dei capi di stato africani, alla fine, finiscono per soccombere, per la maggior parte del tempo, alla tentazione della dittatura.

Grazie all’assenza di eserciti repubblicani, alla corruzione, all’analfabetismo di gran parte dei popoli, al clientelismo, al culto della personalità e via dicendo, alla fine non si fa altro che generare dei conflitti socio-politici. Di conseguenza, inconsciamente o no, i popoli africani sono loro stessi fabbriche di dittatori. Altra piaga africana è la corruzione, la quale colpisce in particolare quella che dovrebbe essere l’élite. Di fatto, in assenza di iniziative individuali o collettive per la produzione di ricchezza, lo Stato rimane l’unica vacca da mungere.

La politica è, quindi, il più grande fornitore di posti di lavoro e l’unico modo per arricchirsi legalmente o illegalmente senza lavorare. Questo stato di cose inibisce qualsiasi iniziativa e trasforma alcuni membri dello Stato, ma specialmente quelli che sono al potere o vicini, in vere e proprie sanguisughe.

Il paradosso, poi, è che, se il denaro proveniente dalla corruzione fosse effettivamente investito nelle persone, l’Africa avrebbe compiuto un grande balzo in avanti sulla strada dello sviluppo. In conclusione, il “buon governo” non certamente è il punto di forza dei leader africani.

Come orientarsi nel poliedrico mondo degli investimenti

Investire con successo significa anticipare le anticipazioni degli altri

John Maynard Keynes

Da Advisor, reputo che sapersi ben orientare nel burrascoso mondo degli investimenti sia un po’ come quando un bruco si trasforma in una elegante e bellissima farfalla. Questo parallelismo, riassume perfettamente lo spirito e il risultato del saper effettuare le giuste scelte.

Come Advisor, so perfettamente quanto tutto questo richieda un grande sforzo mentale e una sempre vigile attenzione. Una trasformazione mentale e comportamentale che, tanto un lavoratore dipendente quanto uno autonomo, alle volte, non sa come affrontare. Sbaglia chi reputa che trasformarsi in un investitore esperto sia cosa facile e semplice!

Che si tratti di una eredità, di una vincita oppure sia frutto di una qualsiasi altra evenienza, il capire come gestire quando, improvvisamente, si hanno maggior soldi a disposizione, è tra le situazioni più complessa da andare a gestire per un essere umano. Non a caso, le tentazione, in special modo per i novizi, sono davvero molteplici.

Nel migliore dei casi, il non seguire i consigli convenzionali inerenti gli investimenti, può determinare la perdita del solo capitale utilizzato, mentre, in quelli peggiori vi sono conseguenze ben più drammatiche. Qui, infatti, non si tratta di stabilire se quel denaro in più sia meglio spenderlo per acquistare una macchina nuova oppure per far delle vacanze in località esotiche, ma, di essere coscienti di star effettuare delle scelte che possono determinare il futuro.

Per fare questo, è, perciò, necessario comprendere alcune regole di base sugli investimenti. In linea generale, la maggior parte delle persone pensa solo a fare soldi e non si rende conto che vi sono varie forme di reddito. Ad esempio, quella più comune vede la produzione di un reddito attraverso un lavoro salariato.

Di norma, è il reddito più tassato e, quindi, è quello per il quale è più difficile il poter creare un ricchezza che possa essere investita. Di conseguenza, è una capacità di guadagno che non consente di avventurarsi nei tortuosi meccanismi degli investimenti.

Chi ha un reddito prodotto da altre tipologie di attività, invece, può trovarsi ad avere cifre interessanti che possono essere utilizzate a tale fini. In pratica, reputo che chi dipende da uno stipendio, debba valutare con maggior attenzione la tipologia di investimento che intenda fare e, questo, proprio perché il suo stato economico si basa su uno stipendio con il quale deve far fronte a più impegni.

Di base, quindi, è bene pensare a degli investimenti quando la cifra destinata a tale scopo, non va ad impattare sia sul proprio stile e sia sulla propria condizione di vita. Infatti, è bene rammentare sempre che se da un lato un investimento può produrre ricchezza, dall’altra, visto la complessità degli avvenimenti a cui è soggetto, può anche essere una perdita.

In linea generale, chi ha un reddito da stipendio osserva l’andamento di obbligazioni e fondi comuni di investimento. Molte persone pensano che investire sia rischioso. E fanno bene. Di fatti, l’attività di un investitore deve basarsi, sempre sulla massima responsabilità. Il vero business degli investimenti si trova proprio negli investimenti rischiosi.

Pertanto, è buona regola, oltre che basilare educazione finanziaria, iniziare sempre con piccoli capitali ed essere ben disposti ad imparare anche da possibili errori di valutazione che si possono commettere. In poche parole, si deve essere sempre ben preparati ad affrontare ogni tipo di evento.

Una buona opportunità di investimento, in conclusione, nasce e si sviluppa attraverso non solo la capacità di prevedere cosa accadrà, ma concentrandosi su ciò che si vuole, tenendo, di conseguenza, sempre ben aperti occhi e orecchie per rispondere adeguatamente alle opportunità in essere e in itinere.

Il business dei funerali, un modo per affrontare la crisi economica

Il funerale è l’unica celebrazione in cui non sei tu a decidere gli invitati

Manuel Pica

Battesimi, comunioni, cresime, matrimoni e via dicendo, sono tra le più note forme di business. Non a caso, per esse si spendono ingenti capitali. Ma che piaccia o no, anche tutto quello che legato alla morte è un business. In effetti, come Advisor, devo constatare che chi si occupa di pompe funebri, ha un giro d’affari notevoli.

Quindi, come Advisor, vedo la questione dei funerali come un modo per superare una crisi economica. Certo, l’argomento non è tra i più idilliaci, ma, è pur sempre legato alla produzione di ricchezza. D’altra parte, il più lontano possibile, è un servizio che, prima o poi, tutti noi dobbiamo ricorrere. Di conseguenza, è quanto mai doveroso considerarlo come un vero e proprio modello aziendale.

Come dice un noto proverbio, non c’è nulla di sicuro nella vita, tranne la morte e le tasse. In effetti, a pensarci bene, quando viene a mancare una persona cara, non si ha la più che minima idea di cosa si debba fare. Un’impresa di pompe funebre, è l’unica in grado di saper gestire tutta la questione.

Tuttavia, questa attività non è per tutti, in quanto richiede una serie speciale di abilità e caratteristiche comportamentali. Infatti, per poter svolgere questa particolare professione si devono possedere delle caratteristiche personali come, per esempio, una quantità infinita di pazienza e comprensione. Infatti, nella maggior parte dei casi, si dovrà avere a che fare con persone che hanno appena perso una persona cara e, di conseguenza, sono in uno stato di shock e dolore completo e assoluto.

Pertanto, si dovrà essere, tra l’altro, in grado di trasmettere la comprensione appropriata durante lo svolgimento di una serie di aspetti, tra i quali quello commerciale. In oltre, si dovrà anche pensare di avere una organizzazione aziendale in grado di trovarsi a lavorare con cadaveri in vari stati di deturpazione. Oltre alle abilità necessarie per andare a trattare con i clienti in lutto, è imprescindibile possedere o essere in grado di sviluppare solide competenze manageriali.

Infatti, si dovrà essere in grado di saper gestire uno staff di dipendenti ed eseguire compiti, come l’assunzione, il licenziamento e la formazione professionale.  Oltre a tutto ciò, ci si dovrà anche occupare di tutte quelle operazioni aziendali tipiche, come il marketing e la contabilità. In molti casi, le imprese di pompe funebri sono state tramandate da generazioni di famiglie e, perciò, sono fortemente radicate nella comunità.

Quindi, se si sta avviando la propria attività di pompe funebri da zero, ci si potrebbe trovare in “competizione” con titolari di imprese molto più forti.  Ciò potrebbe richiedere lo sviluppo di una strategia di marketing creativa per attirare affari e ottenere la fiducia. Pertanto, per essere efficace in questo settore, è necessario sviluppare forti capacità di vendita oltre che possedere quel tatto essenziale nel business del funerale. In conclusione, sarà necessario offrire prodotti e servizi a prezzi competitivi anche in questo ramo d’impresa al fine che si possa offrire l’offerta migliore.

La questione spinosa della migrazione clandestina

Ad ogni immigrante che arriva in questo paese dovrebbe essere richiesto d’imparare l’inglese in cinque anni o di lasciare il paese

Teddy Roosvelt

Da Advisor, sono pienamente convito che la questione legata alla migrazione clandestina sia un grosso problema. Tuttavia, come Advisor, debbo registrare il fatto che questa spinosa questione sia, nella maggioranza dei casi, esclusivamente a carico dell’Italia.

La drammaticità e, nel contempo, il contro senso, è che la migrazione clandestina degli africani è percepita in Europa a parole, come una necessità vitale, una scelta tra la vita e la morte e, quindi, una più che naturale via di fuga. Non a caso, costantemente sulle testate giornalistiche, radiotelevisive, rimbalzano titoli dai toni emblematici.

Un esempio di come la questione viene ad essere esposta al grande pubblico, è facilmente riscontrabile. Infatti, viene ad essere continuamente detto che molti migranti clandestini non arriva nelle destinazioni sognate sia perché muoiono lungo la strada che li conduce nei porti di imbarco e sia perché finiscono per annegare nel mar Mediterraneo.

Indiscutibilmente, le traversate in mare di questi soggetti presenta notevoli difficoltà ma, è anche doveroso ricordare che tutto ciò è divenuto un proficuo business per il crimine più o meno organizzato.

Ma nella realtà dei fatti, quanto l’Europa effettivamente, reagisce, organizza e agisce? In effetti, fino ad oggi, la questione dell’immigrazione illegale è interamente sulle spalle dell’Italia. In pratica, pur non smettendo di essere una preoccupazione per gli altri stati europei, anche per le forti connessioni con il terrorismo, l’Italia si trova a dover gestire interamente da sola questo preoccupante e spinoso problema. Quindi, se l’Unione europea è arrivata, nel corso degli anni, a risolvere più o meno il problema dell’immigrazione legale e ad organizzare meglio l’emissione di visti, vedi Schengen, la lotta contro l’ingresso clandestino, tuttavia, rimane inadeguato e inefficace.

Ogni anno, un gran numero di migranti preme contro le frontiere europee e, la maggior parte dei paesi dell’Unione non conosce il numero esatto, e neppure approssimativo. Alla fine, è l’Italia che si trova a dover gestire questa situazione direttamente sul proprio territorio. In generale, le stime sono molto vaghe e, inoltre, vengono ad essere strumentalizzate.

Personalmente, sono del parere che, di fronte al crescente afflusso di stranieri clandestini, i leader europei dovrebbero reagire e adottare misure per far fronte alla situazione e non pesare, invece, di lasciare da sola l’Italia in balia degli eventi.  Negli ultimi anni, e in particolare dal 1999, i leader europei, a vari livelli, hanno organizzato incontri sia tra loro e sia con i leader africani per studiare il fenomeno e cercare soluzioni che, però, stranamente non sembrano apportare alcuna modifica a questo stato di cose.

In pratica, qui, non è più solamente in ballo il problema di tollerare ulteriormente l’arrivo di nuovi immigrati illegali, ma di pensare alle implicazioni connesse, come la questione della sicurezza. A tal proposito, è da rammentare il problema del ricongiungimento familiare di questi clandestini, un mezzo sempre più utilizzato per potenziare questo flusso. In conclusione, non si può nascondere il fatto che il tema della migrazione clandestina rappresenti, a tutto tondo, un rischio per l’intera Europa, per la stabilità sociale e la coesione, dato che va a cambiare delicati equilibri e può radicalmente trasformare le identità collettive di una nazione.

Perché l’Africa non sta crescendo?

La donna africana sperimenta una triplice servitù, attraverso il matrimonio coatto, attraverso la dote e la poligamia che aumenta il tempo libero degli uomini e al tempo stesso il loro prestigio sociale, e, infine proprio attraverso l’ineguale divisione del lavoro

René Dumont

Come Advisor, sono sempre più convinto che il continente africano non sappia sfruttare adeguatamente le sue molte ricchezze. Oltre a ciò, da Advisor, sono anche del parere che l’Africa, nel suo complesso, non abbia adeguatamente imparato le lezioni di modelli socio-politici vissuti in tutto il resto del mondo. È, di fatti, noto come l’Africa sia un continente così ricco di risorse naturali e non solo.

Infatti, ha anche vaste aree che sono ampiamente coltivabili, oltre che essere dotata di un immenso patrimonio di risorse umane. Pur tuttavia, il minimo che possiamo dire, è che l’Africa stenti a svilupparsi in modo corretto e, soprattutto, in maniera coerente alle sue possibilità. Invece di imparare dai successi e dai fallimenti dei modelli di sviluppo che sono stati sperimentati in tutto il mondo, continua a seppellirsi nelle sue politiche sterili.

Ovviamente, sono diversi i fattori chiave che causano questa particolare situazione, in primis il fallimento delle politiche. Dalla fine della colonizzazione, infatti, quasi tutti i paesi africani sono stati governati da una “élite” priva di una visione politica a medio e lungo termine.  Questa “élite”, che ha sostituito gli ex colonizzatori, nella sostanza, è incapace di una reale ambizione e si preoccupa più di se stessa che di rivendicare gli interessi dei popoli che sostiene di difendere.

Di conseguenza, il sistema coloniale è stato puramente e semplicemente perpetuato in un’altra forma e questo nel campo politico, economico e culturale nel corso degli anni. A tutto ciò, si deve aggiunge l’insicurezza dell’ambiente economico che, di certo, non favorisce gli investimenti. In assenza di riflessioni endogene o prospettiche e di una reale volontà politica di avviare il cambiamento attraverso una sinergia di azioni, le politiche attuali sono una navigazione puramente visiva.

Ma come si può svilupparsi quando si consuma tutto ciò che viene dall’esterno senza distinzioni? In sostanza, sono dell’avviso che l’Africa non dovrebbe essere solo un mercato di consumo. Al contrario, avrebbe tutto l’interesse ad entrare nella produzione a tutto campo, in modo che i prodotti africani possano competere a livello internazionale.

Per sviluppare questa forma, tuttavia, è indispensabile che quanto viene ad essere prodotto localmente, sia di una qualità superiore rispetto a quello che viene ad essere importato. Per invertire questa situazione e, di conseguenza, sviluppare un vero e proprio fenomeno economico, perciò, è necessario rimodellare il livello culturale antiquato e assolutamente inutile.

Ad esempio, l’agricoltura è sempre stata relegata all’ultima fila nelle attività umane in Africa. Non a caso, l’agricoltore è considerato un cittadino di seconda classe.  La maggior parte degli africani aspira ad essere un impiegato statale. Per quanto paradossale possa sembrare, tutti i paesi africani fanno dell’agricoltura la base del loro sviluppo.

Ma di contro, non stanno ancora facendo nulla per sviluppare questa agricoltura.  E questo, in conclusione, è solo un eufemismo, un inciso che dimostra, tuttavia, uno dei tanti perché l’Africa non stia crescendo rispetto alle sue reali possibilità.