La politica monetaria post crisi finanziaria

Il rispetto nasce dalla conoscenza, e la conoscenza richiede impegno, investimento, sforzo

Tiziano Terzani

Seppure sia passato oramai un decennio dallo scoppio della crisi finanziaria, da Advisor debbo constatare come l’intera economia globale, tutto sommato, sia ancora formalmente intrappolata.

Da Advisor, inoltre, osservo come sostanzialmente vi sia una crescita debole, caratterizzata, tra le altre cose, da bassi investimenti, scarso commercio, oltre che aspetti come produttività e salari, nonché risultino essere crescenti, abbiano, nella realtà delle cose, delle profonde disuguaglianze in numerosi paesi.

La politica monetaria, di conseguenza, è fin troppo sollecitata, dando origine a maggiori rischi finanziari e distorsioni nei mercati. Oltre alle riforme strutturali, è necessaria una risposta fiscale più solida per stimolare una concreta crescita a lungo termine fondata su solidi presupposti.

Di fatti, in un contesto in cui il debito pubblico raggiunge livelli elevati nella maggior parte dei paesi, è importante stimare l’estensione del loro margine di manovra e, il loro progresso temporaneo, può permettere di registrare importanti informazioni.

Non ci si può dimenticare di come negli ultimi anni, la politica fiscale sia stata valutata, principalmente, dal bilancio statale piuttosto che come dato per valutare le effettive conseguenze in termini di crescita. Questo teorema, in pratica, ha comportato un aumento breve termine del rapporto debito / PIL, a causa di investimenti insufficienti, capitale umano e produttività. Di conseguenza, reputo che sia assolutamente necessario ripensare la prospettiva in cui l’orientamento della politica di bilancio dovrebbe essere valutato.

Il livello dei tassi di interesse sovrano offre, tra l’altro, più spazio alla evasione fiscale. Per sfuggire alla trappola della crescita debole, è necessario, pertanto, adottare una iniziativa di bilancio basata su aspetti quali spese e tasse volte al fine di poter andare concretamente a migliorare la produttività in prospettiva anche di medio e lungo termine.

Queste misure dovrebbero essere scelte sulla base dei bisogni più urgenti di ogni paese e potrebbero consistere, non solo nell’aumento di spese per infrastrutture materiali e immateriali o educazione, ma anche per ridurre le tasse, il più delle volte, distorte. In molti paesi, tale pacchetto potrebbe essere finanziato dal deficit per alcuni anni, prima di diventare “fiscalmente neutrali”.

La congiunzione di una tale iniziativa con le riforme strutturali, nella sostanza delle cose, porterebbe ad un miglioramento della situazione complessiva, e questo, anche in termini di produzione. Per ragioni misteriose, si è quasi dimenticato che il commercio internazionale è stato una vera e propria forza trainante nella crescita economica mondiale, un fattore di convergenza che ha determinato anche gli standard di vita di intere nazioni.

In conclusione, sarà bene ricordarsi che la liberalizzazione del commercio ha dato la possibilità di generare significativi guadagni economici per le economie di mercato, anche di quelle emergenti e che, soprattutto, ha concorso, più in generale, a ridurre la povertà.

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